Tra gli angeli musici della basilica di Santa Caterina

Un viaggio tra gli affreschi della Basilica di Santa Caterina d'Alessandria a Galatina, il più grande ciclo pittorico in tutta la regione Puglia, nonché una delle più grandi rappresentazioni di strumenti musicali medievali in Europa.

“La nostra Maria”, la chiamavano i leccesi. Bella, determinata, concreta e sognatrice insieme, ricca, potente e coraggiosa, la contessa Maria d’Enghien, sposa di Raimondello Orsini del Balzo e poi regina di Napoli, almeno una volta, durante il suo soggiorno salentino, avrà alzato gli occhi e, riconoscendosi in uno dei tanti volti affrescati, nel meraviglioso soffitto dipinto della Basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina, avrà immaginato e sperato che la memoria, il fascino e il potere dei suoi mirabolanti freschi restassero immutati per secoli.

È una guida d’eccezione che, nell’aria mite di un pomeriggio assolato, apre le porte, burocratiche, metaforiche e letterali, della basilica, il misterioso e sobrio edificio che giace in piazzetta Raimondello Orsini, fresco rifugio per i fedeli assediati dalla calura di mezza estate e sempre ligi al dovere delle novene serali. Il professore Luigi Mangia, rubato al riposo pomeridiano, arriva all’appuntamento puntuale e lieto di prestare anima, esperienza, parola e sapere difficilmente uguagliabili, in cambio di un paio di occhi che possano raccontare per lui, non vedente, le sfumature dei colori, la girandola di visi e mani benedicenti, l’intensità del fuoco dei martirii e la sontuosità delle gerarchie angeliche.

Ancor prima di arrivare alla Basilica, snocciola aneddoti, curiosità, e una descrizione tutta sua della celebre chiesa, “o almeno è così che io me la immagino”, si giustifica, lui che, pur non potendo ammirare freschi, rosoni, vetrate, reliquie e mosaici, si è battuto e continua a battersi perché venga riconosciuto il valore del magnifico ciclo pittorico, il più grande in tutta la regione Puglia, nonché una delle più grandi rappresentazioni di strumenti musicali medievali in Europa. È stata sua infatti l’iniziativa di inviare una lettera all’attuale Ministro della Cultura per richiedere l’entrata della Basilica minore di Santa Caterina d’Alessandria nel patrimonio dei beni dell’Unesco.

Riconoscimento che spetta di diritto a questo gioiello salentino del quale la facciata, abbellita solo da un rosone e da una scultura raffigurante l’ultima cena che sormonta il portone d’entrata, non sa dire le bellezze che nasconde all’interno. Varcata la soglia, il luminoso altare, le statue, le preghiere sommesse dei fedeli, il viavai dei turisti, tentano invano di rapire gli occhi, inevitabilmente attratti dal tripudio di colori che riveste le pareti, partendo dal basso sino a culminare nel soffitto, nel gaudente coro delle gerarchie angeliche, lucente conclusione della navata centrale. Dal pavimento al cielo affrescato d’angeli che cantano gloria a Dio, un universo di vite osannate e storie perdute, di cherubini musicanti e santi martirizzati, cavalieri, dragoni, cappe e spade, elmi e scudi crociati, aureole e vielle, strani quadrupedi dalle teste multiple, profeti ammonitori, ragazze immacolate ingabbiate, acrobazie di putti bigi.

Una fantasia di colori, simboli, tinte, che in realtà con la creatività dei pittori aveva ben poco a che fare. L’intera superficie degli affreschi, infatti, rispecchia il disegno della bella contessa che, non contenta della prima frescata, ordinò un altro ciclo di pitture, più vicino ai suoi intenti. I frescanti ingaggiati dagli Orsini, cresciuti nel clima culturale napoletano e influenzati dalle illustrazioni dei codici miniati che circolavano nella seconda metà del Trecento, furono quindi ben indottrinati dai committenti, intenzionati a donare stile e bellezza anche al più disincantato interesse. Si narra che Raimondello avesse addirittura dei consiglieri teologici, che lo guidarono nella scelta dei temi e delle immagini, dando vita ad un linguaggio dal significante incisivo e dalle soluzioni originali: il senso dello stravagante, lo studiato simbolismo cromatico, la presenza degli stemmi nobiliari, l’orgoglio della stirpe mutato in figure, concorrono tutti a sottoscrivere un manifesto ideologico che doveva fare della basilica di Raimondello e Maria il gioiello del Sud dell’Italia e un monumento alla cultura e alla convivialità, porta d’Occidente con un occhio al mondo greco e ai vasti orizzonti culturali del Mediterraneo, preziosa struttura, oggi seconda solo alla basilica di San Francesco, ad Assisi.

“Siamo nel periodo dell’umanesimo tardo-medievale, la cui eco giunse affievolita qui al Sud”, spiega il professore Mangia, “e questo capolavoro del romanico pugliese, una fusione di stili a metà tra il bizantino, il gotico, il normanno e il romanico, è stato forgiato dall’orgoglio dei nobili Orsini, dall’ambizione di Maria d’Enghien e dal desiderio di ostentare prestigio e decoro”. In particolare fu, infatti, la contessa che, convinta della bontà del proprio operato, volle darne segno visibile con gli affreschi, i cui soggetti furono scelti anche con l’aiuto della comunità francescana. Eretta nel cuore del Salento bizantino, territorio attraversato dalle influenze della cultura e dei riti greci, così come illustra la doppia scrittura posta all’ingresso del chiostro, in latino e in greco, la Basilica è testimonianza della volontà d’apertura alla modernità, verso il riconoscimento di una lingua che non fosse solo il latino.

L’altissima cultura dei Francescani minori (frati di osservazione bosniaca ai quali è tuttora affidata la chiesa) ha fatto sì che fosse un tempio di Dio ma anche un’attivissima corte, punto di snodo di mecenati, artisti e letterati, riflesso dei cambiamenti della società che lasciava il Medio Evo per addentrarsi nell’avventura rinascimentale, centro di conoscenza e musica. Questo anche il progetto dei committenti che non hanno tralasciato il ruolo della cultura musicale negli affreschi, tema importante seppure defilato, una sfida per gli occhi, una sorta di caccia all’angelo musico giocata per tutta la superficie affrescata.

Disseminati per il soffitto, nascosti tra un rosone e una vetrata, appollaiati sulle guglie interne o confusi tra santi e cavalieri, suonano melodie di immagini circa una cinquantina di angeli musicanti, guance rosee e gonfie per prendere fiato, capelli d’oro intrecciati e tuniche dai colori pastello. Preziosi paggetti, complemento dei cicli pittorici religiosi, in particolare di quelli relativi all’Apocalisse, alla Genesi, ai Sette Sacramenti e alla vita di Cristo, si mimetizzano tra le sfumature dei soggetti affrescati, svolazzano sopra le scene più belle della Basilica, accompagnano martiri, santificazioni, crociate o ascensioni, oppure si affacciano serafici da sottili cornici, intonando la gloria a Dio, alla Vergine, a Santa Caterina e alla clemente Maria d’Enghien, enigmatiche figure, sicuramente ignare di costituire l’elemento di decoro più importante e prestigioso della Basilica.

Si contano circa 42 strumenti musicali medievali, di cui i cherubini di Galatina costituiscono la prima e la più grande rappresentazione pittorica in Europa, che si stende da quasi sei secoli sopra le teste dei fedeli, anch’essi probabilmente inconsapevoli di questo tesoro. Così, sin dai fasti rinascimentali, mentre in terra il coro intona i canti a Dio e alle beatitudini celesti, qualche metro più su l’angelo trombettiere sveglia San Giovanni appisolato sull’isola greca di Patmos; a consacrare e onorare la solennità degli eventi cruciali dell’uomo, gli angeli con l’olifante danno fiato agli strumenti; trombe multiple, dal canneggio lungo e sottile e dal padiglione svasato, allietano Dio in trono, in un connubio di canti e musica, l’uno dal basso e l’altro dall’alto, l’uno di suoni l’altro di immagini.

Tra le infinite e caleidoscopiche composizioni di immagini, spicca l’Adorazione dell’agnello mistico, nella quale il pittore sembra abbia voluto trasporre visivamente la voce che San Giovanni crede di sentire volgendo gli occhi al cielo: otto angeli, infatti, osservano un San Giovanni smarrito e confuso e musicano la scena, servendosi di fontanelle, un liuto, un doppio flauto e una coppia di cimbali, strumenti associati ai culti greci di Dioniso e di Bacco e Cibele. Nella prima campata, dedicata al ciclo dell’Apocalisse, gli eletti che hanno vinto la Bestia cantano inni a Dio, accompagnati da cetre e liuti, mentre nella campata della Genesi, arriva l’eco di cialamelli e zampogne.

Dagli sguanci dei finestroni, una vera e propria orchestra di angeli rivaleggia con le melodie dell’organo: cialamelli, doppi flauti, zampogne, tamburi, arpe, vielle, mandole, liuti, citole, ribeche, salteri, un’armonia di suoni intensa e piena scende dal soffitto, forte di un’incredibile varietà di strumenti musicali, colti e popolari perché, questa l’idea di base, Dio si loda degnamente mettendo insieme registri alti e bassi, coinvolgendo nobili e popolino, in un vero e proprio concerto, democratico come pochi. La trasposizione visiva è certamente inesatta, con piccoli accorgimenti e modifiche dovute alle esigenze pittoriche, e anche la fedeltà agli effettivi strumenti musicali è soltanto presunta, data la conoscenza indiretta dei frescanti e l’ispirazione principalmente dal modello della Bibbia Hamilton (manoscritto dipinto meticolosamente) e dai codici miniati napoletani; tuttavia, sarà per il coro fulgido delle gerarchie angeliche, principale punto di fuga della chiesa, sarà per l’intrecciarsi degli affreschi in un formicolio di storie o per qualche fugace angelo musicante che pare scivolare nel colpo d’occhio di un istante, ma l’intera struttura sembra suonare, in una dimensione spazio-temporale che rasenta il sovrannaturale, un’atmosfera fresca e sommessa, da cripta misteriosa, nonostante i colori sgargianti e l’altezza del soffitto.

I muri, le cupole, le alte volte sembrano esser state colte d’improvviso dall’occhio di sapienti frescanti, tutta la chiesa pare voler bisbigliare ai visitatori racconti e storie, misteri e sogni ma si limita a regalare una straordinaria panoramica che toglie il fiato e confonde l’orientamento. Sulle pareti, un brulicare di esistenze, un avvicendarsi di sguardi, un nascondersi di segreti, in circa 2500 metri quadri di affreschi, che racchiudono il sogno di Maria d’Enghien, il suo progetto, ma soprattutto il suo messaggio politico. Sì perché, “accanto al Ciclo dell’Apocalisse, alla vita di Gesù”, spiega il professore Mangia, “dando forza, vigore e un senso nascosto agli affreschi, la bella e lungimirante contessa insinuò scene di vita della corte ai tempi di Raimondello e, prima di tutto, le sue personali rivendicazioni contro chi aveva intralciato il suo cammino”.

La sorella del re Ladislao di Napoli, per esempio, Giovanna II che, alla morte del fratello, la tenne rinchiusa nella fortezza napoletana per ostacolare il suo percorso rivoluzionario. È come se Maria d’Enghien avesse voluto affidare il suo sogno al costruire, ai pennelli e ai colori come se avesse voluto confidare nella forza delle immagini per assicurare la severa dignità della Basilica di Santa Caterina, che traspare da ogni scena. Una per tutte, la maestosa allegoria della Chiesa, scena centrale, che illustra la Chiesa sorretta da Cristo nell’atto di dare le chiavi a San Pietro e il libro sacro a San Paolo. E poi ancora la vittoria di Colui che è il Verace e il Fedele, che sconfigge l’Anticristo e il Diavolo, i guerrieri celesti dell’Apocalisse, il Messia che si presenta per lo scontro decisivo in una sorta di Armageddon pittorico, che si alterna alla placidità di scene come le Storie di Maria, la passeggiata di San Gioacchino che affida il bestiame ai pastori e va a pregare al monte, l’ammirazione dei dottori per Gesù, episodi tutti frammisti a decorazioni floreali, stellate e fogliacee.

Non appena si abbandona la Basilica di Santa Caterina, cessano le magie dell’orchestra silente e immaginifica degli angeli musici ma continua la sfilata di affreschi, anche se si fa un salto di due secoli e si arriva nel ‘700 con la parata di dipinti dell’arioso chiostro, suggellati dagli stemmi delle famiglie nobiliari di Galatina. Per i più curiosi, infine, l’edificio custodisce il suo tesoro in una saletta nascosta sotto il porticato del chiostro. Anch’esso ornato di splendidi freschi e impreziosito dal soffitto arabescato in bianco e nero, il museo si rivela una piccola e inquietante raccolta di reliquie, dal dito di Santa Caterina, che la leggenda vuole strappato con un morso dallo stesso Raimondello, alla mammella di Sant’Agata, ancora oggetto di contesa con i gallipolini, una parte del teschio di Sant’Andrea, i denti di San Donato, una costola di San Biagio, una collezione di idoli moderni, custoditi sotto teche di vetro, testimonianze di quanto paganesimo sia ancora celato dietro la contenuta fede cristiana.

Scrigno di tesori, muta cassa armonica, palcoscenico di angeli musicanti e santi che hanno voglia di raccontare, la Basilica di Santa Caterina conserva integro il suo valore, ancora semisconosciuto, all’ombra della barocca chiesa di San Pietro, baluardo dei santi patroni, e rivendica il fascino dei suoi misteri e del suo glorioso passato perché Galatina non sia solo terra di tarantate e pozzi guaritori. E se passando per piazza Raimondello, sembrerà di sentire un’arpa suonare, la melodia di una tromba, è la Basilica che freme. Varcata la soglia, un concerto silente d’immagini e colori da circa sei secoli continua interrotta la sua musica per chi, stanco dell’umano orizzonte, alza lo sguardo e si lascia avvolgere dalla musica del cielo.