Miab. Occhi orientali tra le crepe del Salento dimenticato

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Botrugno_ChiesadellAssunta_Platytera
Nociglia_Chiesa-Madonna-de-l'Itri-Santa-Cesarea
Chiesetta-di-San-Felice--agro-di-Surano
San-Cassiano--Chiesa-rupestre---San-Teodoro-a-Cavallo
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Due occhi scuri, orientali, raccontano storie lontane dipinte su pietra, mentre tutto intorno il paesaggio sembra intonare un silenzio quasi mistico che proviene dall’Est. Inizia così, tra suggestioni ipnotiche, il viaggio sulle tracce del patrimonio legato all’arte e alla cultura greco-bizantina, tra chiese rupestri e sopraelevate, disseminate a sud-est.
Bentornati nel Medioevo, bentornati nel Salento di Bisanzio che, oggi, rivive grazie al Miab, il Museo iconografico dell’arte bizantina, progetto promosso dal Comune di San Cassiano con il Laboratorio Urbano Abitare i Paduli.

Pagine di storia, più volte calpestate nel corso dei secoli, racchiuse in “un luogo in divenire da cui, grazie al sistema di interconnessioni a mobilità lenta, partiranno visite guidate per scoprire questo complesso storico-culturale custodito nei luoghi di culto del territorio”, illustra Simona De Mitri, del Parco Paduli, mentre indica sulla mappa uno dei tanti percorsi possibili: quattro chiese per quattro paesi, nel cuore dei Paduli.

Sotto un sole tiepido si parte in direzione di Botrugno. Per strada, i movimenti cadenzati di un ragazzo con in mano una cassetta per le offerte domenicali accompagnano fino alla chiesa Madonna dell’Assunta che tutti, qui, conoscono come “la chiesa de la Concrega”, dice Simona, guida di professione.

L’attuale struttura settecentesca, nata sui resti di una chiesa a rito-greco intitolata a San Nicola di Mira, sorge accanto all’antica Via delle Pozzelle “che un tempo convogliava tutta l’acqua piovana in una depressione del terreno, u funnu de a curte”, racconta Simona prima di entrare.
L’ambiente è piccolo e sgombro: sezioni squadrate, disegnate con tratti leggeri, lasciano intravedere tracce di colore sotto l’intonaco. Una scritta sull’altare invita al silenzio. Alle spalle, la grande parete absidale è protagonista assoluta. I suoi colori intensi irrompono sul bianco circostante in una sinfonia cromatica continua, interrotta solo da una piccola fessura al centro da cui un gioco prospettico rivela il Crocefisso sul retro. “Questa meraviglia”, indica Simona, “è stata disvelata da un paio d’anni, sono affreschi del 1300. C’è voluta la sensibilità di don Angelo per portare alla luce ciò che tutti sapevano esistesse, ma restava nascosto da tela, altare e intonaco.

Questa parete testimonia il profondo legame culturale e religioso con il mondo bizantino, molti elementi sono un chiaro richiamo: da San Basilio e San Giovanni Crisostomo, massimi rappresentanti della liturgia greco-bizantina, ai cartigli che recano in mano con iscrizioni greche; dall’altare con pane e vino ricoperti parzialmente da un velo, secondo il rito greco-bizantino, all’Antico dei Giorni, prefigurazione del Verbo prima della sua incarnazione, rappresentato come un anziano barbuto, benedicente con la mano destra, alla greca. E poi, Platytera”, continua, indicando la Madonna del Segno che, con sguardo intenso e pelle scura, sovrasta l’ambiente, “raffigurata con braccia alzate, un Cristo in sospensione e le iniziali del suo nome, Madre di Dio, riposte in due cerchi accanto, elemento tipico delle icone bizantine su tavola”. Una storia frammentata è tutto ciò che resta. “Con il Concilio di Trento, infatti, la Chiesa distrusse affreschi, iconostasi e qualsiasi legame con l’Oriente, imponendosi anche in questo territorio, dove il lento processo di latinizzazione, avviato dai Normanni nell’XI secolo, subito dopo il dominio bizantino, non aveva mai attecchito: basti pensare che qui le celebrazioni secondo il rito bizantino continuarono fino al XVI secolo”, racconta Simona prima di chiudere il portone alle sue spalle.

In quest’angolo di Sud, i confini tra i paesi sembrano non esistere. In meno di due chilometri si arriva a Nociglia dove, in una delle antiche arterie che conducevano a Leuca, sorge la chiesa Madonna de l’Itri. L’attuale struttura novecentesca ha inglobato una chiesa dell’XI secolo. Come una matrioska narrante, ancora una volta, la chiesa nella chiesa custodisce e racconta. “È il nostro gioiello”, dice Simona, mentre con passo veloce arriva sul retro dell’altare. Da una porticina di ferro intagliata si intravede lo spettacolo: un quadrilatero di pochi metri ricoperto da un tetto in legno, un altare barocco nel mezzo con statue maestose ai suoi piedi.

Le pareti, completamente affrescate, hanno strane incisioni: soldati, simboli e lettere. “Sono i segni lasciati dai pellegrini in cammino sui percorsi leucani. Posizione e intitolazione della chiesa fanno pensare che questo fosse un luogo di passaggio, Madonna de l’Itri o Odigitria significa, infatti, colei che indica il cammino”, spiega l’impeccabile guida. I colori circondano; gli strati pittorici, di epoche e stili diversi, si alternano con leggere rientranze. È una linea del tempo, lunga sette secoli, che segue il percorso culturale e devozionale del Salento, con dipinti che vanno dal 1000 al 1700. “Tra i più antichi, l’affresco dell’XI secolo di Santa Parasceve, nella parete occidentale”, dice Simona indicando lo sguardo della santa quasi in estasi rivolto verso l’alto. Tra elementi di novità e richiami iconografici al mondo bizantino, si svela un trittico che ricorda, stilisticamente, la Basilica di Santa Caterina a Galatina, con San Nicola tra due affreschi mariani. Il viso di una donna dallo sguardo ammaliante, in stile tardo-gotico, che Sergio Ortese identifica con Santa Cesarea, è l’ultima immagine prima di lasciare Nociglia.

Da una viuzza secondaria, si procede verso la campagna di Surano. Alle spalle dell’area commerciale ci si ritrova, inaspettatamente, in un paesaggio dipinto e in un tempo sospeso. Costeggiata l’antica Masseria Grande, si arriva alla Cappella San Felice, di sua pertinenza. È un racconto di una bellezza fragile, il suo: sulla facciata cinquecentesca evidenti crepe. Ai suoi piedi si staglia un enorme albero di fico, per lei condanna e protezione, perché se le foglie riparano dalla luce l’affresco all’interno, il peso ne schiaccia l’intera struttura. “Non si può più aspettare”, dice Simona con gli occhi fissi su quelle ferite. All’interno, dietro al verde, fa capolino un dipinto dai colori vivi: è la Circoncisione di Gesù al Tempio, “un affresco raro del 1500 legato, però, ancora all’iconografia bizantina”, precisa Simona.

Il vento caldo accompagna fino a San Cassiano. A pochi passi dal Miab, sorge la chiesa Rupestre Madonna della Consolazione che si inserisce in un modello insediativo diffuso nel Sud Italia, legato a comunità monastiche o a famiglie di feudatari che costruivano questi edifici come luoghi di culto o sepoltura. Il recente restauro, pittorico e strutturale, ha salvato lo stato compromesso dal peso delle abitazioni sovrastanti, di cui oggi restano solo i perimetri disegnati sulla piazzetta riqualificata. Pochi gradini, ripidi e scivolosi, introducono a un ambiente a tre navate, ancora luogo di celebrazione, un tempo sovrastato dalla chiesa di Santa Sofia. I colori sulle pareti sono sbiaditi, forse per l’umidità, ma custodiscono tracce importanti. “Tra le rappresentazioni più antiche: San Teodoro a cavallo, del XII secolo: pelle brunastra, occhi a mandorla, arcate sopraccigliari evidenti, corona gemmata, una lancia in mano e un’iscrizione in greco che lo identifica. Nella nicchia della parete rivolta a est, invece, un trittico del XVI secolo, con Santa Caterina e due differenti raffigurazioni mariane. Tra santi, monaci e Vergini “Dai tratti bizantineggianti, spicca il suggestivo altare barocco della Madonna della Consolazione, addossato in epoca successiva al dipinto di una Vergine con Bambino, ritoccato negli anni”, dice Simona, mentre dalla strada le voci di alcuni passanti interrompono quel lungo racconto. Il suo sguardo scivola veloce sulle pareti, incontra personaggi che si rivelano, in un nascondino pittorico, dietro colonne e nicchie. Scorge volti, pezzi di cielo, motivi floreali, decifra frammenti e ricompone il puzzle, fino a cogliere l’inaspettato, fino a perdersi, ancora una volta, in quegli occhi da orientale.

di Giusy Casciaro