Dalle barberie alle piazze, la storia pizzicata dei mandolinisti sanvitesi

A raccontare di quel tempo in cui i barbieri e gli artigiani erano anche maestri di musica e le botteghe “conservatori popolari” dove si imparava a suonare gli strumenti a pizzico, a San Vito dei Normanni c’è, e resiste, il Circolo Mandolinistico, oggi ritrovo di giovani e anziani appassionati, professionisti e non, diretto da Giuseppe Grassi, mandolinista gentile ma ostinato. Una stanza affacciata su piazza Carducci, un baluardo della tradizione che racchiude tante storie. Di musica, vita, socialità e allegria.

Le saracinesche abbassate dei negozi e l’insegna vintage di un “Caffè” ormai chiuso, ricordano la vitalità di una piazza che oggi appare quasi vuota, ferma, in attesa di un destino inconsapevole. Sembra sospesa nel tempo, nel cuore di San Vito dei Normanni, un quadrato irregolare, spezzato dall’imponente presenza del castello Dentice di Frasso che con i suoi merli ricama il cielo.

Ma a pochi passi dall’antico maniero, incastonato in un edificio ristrutturato, c’è un luogo che racconta una storia diversa. Una storia di caparbietà e resistenza. È la sede del Circolo Mandolinistico di San Vito dei Normanni, ritrovo di appassionati musicisti, anche professionisti, testimoni della tradizione, custodi di un preziosissimo patrimonio musicale e culturale.

Giuseppe Grassi viene incontro sorridente e gentile, per fare gli “onori di casa”. Classe 1988, mandolinista, una laurea in Antropologia a Roma, è tornato a vivere nella sua terra ed è il volto della nuova generazione. “Il circolo fu fondato nel 1934, durante il fascismo, poi con l’avvento della Seconda guerra mondiale, fu chiuso”, inizia a raccontare, “è rinato nel 2003 grazie a Federico Di Viesto, dopo la chiusura dell’ultima ‘barberia musicale’, quella del maestro Vincenzino Vita”.

Mentre parla la sua “squadra” si sta preparando a suonare. Gli occhi si distraggono, le dita fremono, il richiamo della musica è più forte. Giuseppe si interrompe e raggiunge gli altri che lo aspettano per iniziare. È lui a dirigere l’allegro e variegato gruppo: il più piccolo è Simone, chitarrista di 14 anni, ma la maggior parte sono musicisti attempati dallo spirito fanciullesco. Davanti a loro i modi di Giuseppe si fanno riguardosi, ma appena le note pizzicate si disperdono nell’aria diventano una cosa sola.

Con le seggiole si schierano a mezzaluna sulla piazza che da subito sembra vibrare diventando il proseguimento della piccola stanza del circolo. Il concertino si apre con “Suona suona chitarrita” e un capannello di persone stregato dalla musica già sboccia davanti a loro. Giuseppe ha ripreso in mano le sorti del circolo nel 2015, afferrando con determinazione un testimone che rischiava di cadere inesorabilmente nel vuoto. Ha il merito di aver salvato un pezzo di storia di San Vito, quella che racconta delle barberie e delle botteghe artigiane, vere e proprie scuole di musica, conservatori popolari.

“Erano due gli approcci allo studio nelle botteghe”, spiega, “si apprendeva a orecchio rubando l’arte con gli occhi, oppure, ‘a musica’ al seguito di chi conosceva la teoria”. Passa poi la parola a Carmine Nuccio Caroli, ultimo barbiere, ottantenne con due piccoli occhi azzurri che brillano tra le rughe. È il più anziano dell’orchestra, tra i fondatori del circolo, testimone vivente di un’epoca diventata patrimonio collettivo: “Sono andato a bottega dal maestro Costantino Vita quando avevo 8 anni”, racconta, “con lui ho imparato il mestiere e a suonare, tra una barba e l’altra”.

Costantino Vita era il “guru” dei barbieri, sapeva leggere gli spartiti, era considerato un insegnante di musica. Nella sua barberia si imbracciavano, oltre al violino, gli strumenti a plettro: mandolino, mandola e chitarra; con lui si sono formati professionisti musicisti come Mimmo Epifani e Gino Punzi. Clienti, garzoni e appassionati erano allietati da ballabili, polche, mazurche, valzer, pizziche-pizziche, pezzi ascoltati sui giradischi o rubati qua e là, composti da anonimi, “a quei tempi non esisteva il diritto d’autore”, aggiunge sorridendo Nuccio, con la voce carica di nostalgia e fierezza.

Le barberie erano un ritrovo, a San Vito dei Normanni ce n’erano più di 20. Rispetto a chi lavorava nei campi, il barbiere aveva più tempo e mani pulite, e nelle pause tra una spuntatina e una pennellata, si improvvisava una suonata, “melodie impregnate di dopobarba e fumo di sigaretta”. La musica univa, annullava le differenze di classe, era spensieratezza, convivialità e oggi, qui, ha ancora lo stesso potere. “Sai cosa significa tammorra?”, chiede sollecito Giovanni Arpino, percussionista del gruppo, “viene da due parole: ‘tam’, battere, e ‘morra’, tanti insieme”.

Dalla bottega alle strade, dai teatri alla casa della sposa per la serenata fino a conferire il ritmo necessario ai riti di liberazione delle tarantate. “Si andava a suonare anche per mangiare qualcosa”, interviene Antonio Montanaro, “c’era chi nascondeva pezzi di formaggio da portare ai figli nella cassa del mandolino”. La storia dei ragazzi cresciuti nelle barberie è anche quella dell’aspra vita dei contadini: “non avevamo niente. Io mi sono costruito la chitarra con delle strisce di legno e i fili di acciaio delle biciclette”. Quando imbraccia la mandola sul viso di Antonio balugina un’espressione sognante. Appassionato di musica sin da piccolo, è tra i primi sostenitori del circolo ma teme per il suo futuro: “Siamo gli ultimi nostalgici della tradizione”, dice adombrandosi un po’.

I tempi sono cambiati, come gli interessi dei giovani. Ma, a guardar bene, la realtà lo smentisce, perché sono molti i progetti in cantiere e quelli in corso. Dal festival estivo “Musica nei saloni” all’apertura nel 2019 della liuteria del circolo, dove Antonio lavora con Pietro, già falegname e figlio di uno dei grandi maestri mandolinisti, Cosimo Camporeale. Lì, oltre a costruire gli strumenti e restaurare i mandolini, si formano i futuri liutai che apprendono un sapere antico trasformandolo in una risorsa per lo sviluppo del paese.

È l’idea precisa di Giuseppe Grassi che non si arrende all’oblio, allo spopolamento dei piccoli centri del Sud Italia e ai mutamenti generazionali. Mantenere viva la tradizione, avvicinare i giovani alla musica e all’artigianato, liberare il mandolino dai pregiudizi che lo vedevano prima strumento da salotto e, successivamente, stereotipo e simbolo di un popolo senza nerbo, è un percorso lungo e pieno di ostacoli. Giuseppe sa di avere tra le mani un patrimonio immateriale, prezioso e delicatissimo. Ma la musica chiama, le dita tornano a fremere, “I ragazzi del Pireo” vogliono suonare e adesso, in questo momento, sembra essere l’unica cosa veramente importante. E necessaria.

DOVE SI TROVA: Il Circolo Mandolinistico è a San Vito dei Normanni in piazza Carducci, 36. Qui si ritrovano e si possono incontrare: Giovanni Arpino, Domenico Bruno, Pietro Camporeale, Carmine “Nuccio” Caroli, Francesco Ciciriello, Mimmo Epifani, Fernando Giacovelli, Giuseppe Grassi, Antonio Montanaro, Simone Ruggiero, Ugo Platania, Luigi Gino Punzi e Oronzo Santoro.

INFO E CONTATTI: Il Circolo è aperto lunedì, mercoledì e venerdì dalle 18. Per informazioni: 340/4668654.

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