Un disco come un libro: Tommaso Gambini tra jazz e tecnologia

C’è grande fermento in casa Workin’ Label e le uscite discografiche si susseguono per l’etichetta leccese della pianista Irene Scardia. Dopo gli ultimi lavori di Marcello Zappatore, del Dario Congedo Trio, di Luca Alemanno e di Giacomo Riggi, è la volta del chitarrista/compositore Tommaso Gambini. Classe ‘92, nato a Torino ma di stanza a New York, Gambini ha bruciato letteralmente le tappe, concentrando il suo cristallino talento chitarristico nel sacrificio dello studio e nella condivisione della propria arte. Già da giovanissimo, durante gli anni del liceo, ha avuto modo di frequentare la fiorente scena jazz torinese, collaborando con musicisti locali o di passaggio in zona (tra questi Francesco Cafiso e il grande pianista Enrico Pieranunzi).

Dopo aver vinto una borsa di studio, nel tempio del Berklee College Of Music, si trasferisce nel 2011 a Boston, dove ha la possibilità di studiare con veri luminari della musica nera, come Hal Crook, Mick Goodrick e George Garzone. Inoltre, entra a contatto con Danilo Perez (il pianista di Wayne Shorter), Joe Lovano e Miguel Zenon, e con palchi prestigiosi come il Blue Note della Grande Mela e diversi festival jazz nei paesi dell’America Latina. Stabilitosi a New York, inizia seriamente a pensare al suo album di debutto, che diventa realtà proprio in questi giorni. “The Machine Stopsè quello che possiamo considerare un concept album, nato dalla curiosità dopo aver letto l’omonimo racconto dello scrittore Edward Morgan Forster, profetico nel prevedere un futuro influenzato completamente dalla tecnologia e dalle “abitudini sociali”. Infatti, ascoltando i sette brani, composti interamente da Gambini, si ha la sensazione di sfogliare il libro, senza conoscerlo o averlo avuto mai tra le mani. Il chitarrista torinese ci accompagna tra le pagine scritte, anche grazie al riuscito abbinamento tra jazz, minimalismo contemporaneo, sintetizzatori e spoken words.

Vedi l’apertura con la distopica “The Old Machine” e la breve reichiana “The New Machine”, con la voce di Vanisha Gould che recita alcuni passi dell’opera. O ancora ci si ritrova nei sentieri di un jazz “ambientale” che emoziona ad ogni passaggio: la lunare “Kuno”; la classicità solenne di “Vashti”; “Second Hand Ideas”, che tradisce, soprattutto nell’uso del piano elettrico, sonorità riconducibili al Miles più fusion; e il blues urbano di “Anonymous”. Tommaso Gambini, con uno stile pulito e ricercato, che tanto deve alla scuola di mostri sacri come Scofield e Hall, riesce a modellare note e incastri ad effetto; fluido nei dialoghi strumentali, insieme ad un ensemble di ottimi musicisti con cui collabora stabilmente negli Stati Uniti: Manuel Schmiedel, tastiere; Ben Tiberio, contrabbasso; Adam Arruda, batteria; Ben Van Gelder, sax contralto; Dayna Stephens, sax tenore e piccola stella del nuovo jazz americano. Distribuito da IRD, “The Machine Stops” è solo l’inizio di una gran bella avventura jazz.

(Max Nocco)