Otranto. I sussurri della storia nel mistero di Torre Pinta

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E gli occhi han preso il suo colore a furia di guardarla. È verde Torre Pinta, verde come il muschio aderente su pareti frastagliate; verde color foglia, come l’imponente albero di fico che, sul tetto, si dimena e improvvisa trame danzanti e cieli insoliti. Un colore intenso, saturazione cento, contrasto netto e sfumature cangianti, assoggettate ai raggi di un sole che, dall’alto, la solletica inclemente a qualsiasi ora del giorno.
Frastorna l’antica torre e lascia addosso suggestioni forti, difficili da restituire, perché la sua bellezza, eterea e fragile, la rende quasi un sogno impalpabile, estranea a questo e ad altri mondi. Eppure, nel cuore della Valle delle Memorie, conosciuta dai salentini come Valle dell’Idro, a pochi chilometri dal centro abitato di Otranto, Torre Pinta c’è. Esiste. E a chi la incontra per la prima volta, ammicca e bisbiglia racconti che restano in bilico tra storia e leggenda.
Vi si arriva da via delle Memorie, una stradina di campagna sterrata e stretta, a cui fa da contraltare la frenesia del traffico estivo che scorre sul ponte alle sue spalle. Accanto alla toponomastica di tutto punto, spunta il sorriso contagioso di Valentina Vantaggiato, addetta stampa del Comune di Otranto, che per l’occasione veste i panni di guida appassionata della propria città.

Fa subito strada Valentina, arrampicandosi su un sentiero impervio che conduce fino alla valle, un serpentone che ospita a fatica persino le quattro ruote. Dai finestrini il paesaggio scorre lento e l’andatura dei fotogrammi si inclina, raddrizzandosi una volta arrivati in cima dove, ad accogliere, c’è una vecchia masseria che la signora Maria Giovanna e il marito hanno saputo trasformare in un grazioso agriturismo: un’oasi di pace che ricade a una manciata di metri dalla torre. All’interno, una cameriera tira a lucido le posate per il pranzo e, con passo felpato per non interrompere quel rituale meticoloso, Valentina recupera velocemente un mazzo di chiavi: “Torre Pinta è di loro proprietà, ma Maria Giovanna è sempre felice di accogliere i visitatori”, spiega mentre si dirige sul punto più alto della collina: una poltronissima da cui assistere allo spettacolo che la natura dispiega davanti a noi. La percezione che questo, in un tempo remoto, sia stato il letto di un grande fiume è netta. La presenza dell’acqua, “Hidro” in greco, è evocata dalle distese di alberi ed erbe spontanee. Ci si ritrova improvvisamente in una piccola foresta amazzonica trapiantata più a Est, un panorama che toglie il fiato e nasconde l’orizzonte.

Valentina sorride e respira, con gli occhi sgranati sulla valle; respira e contagia, e non resta che cedere: uno, un solo respiro, ma a pieni polmoni, per incamerare quanta più aria possibile e assaporare quel profumo di libertà che, a Torre Pinta, odora di umido e terra bagnata, sfiorata dal fiume Idro che scorre lento poco distante. Solo a polmoni riaperti, ci si accorge del grigio roccia che, di tanto in tanto, interrompe quel monocolore, come un post-it messo lì a ricordare che, da qui, oltre all’acqua, è passata la storia: “Le cavità rupestri, presenti in tutta l’area, erano il riparo dalle incursioni nemiche” puntualizza, mentre alle sue spalle si svela maestosa la torre che, dopo una rapida occhiata, rivela impaziente il perché del suo nome: la sua forma, circolare e tozza, ricorda proprio una pinta. E come un boccale, dalla sua apertura sembra strabordare come schiuma un generoso albero di fico.

Alla sua ombra i racconti si rincorrono. All’improvviso ci si rende conto che quella di fronte è solo la punta di un iceberg. Sotto ai nostri piedi, si nasconde qualcosa dal sapore ancestrale. Nel Medioevo, Torre Pinta fu adibita a torre colombaia e l’ultimo anello, quello visibile, fu costruito sull’antico ipogeo, probabilmente scavato dai Messapi, e usato poi da Romani, Aragonesi, sfiorato dai Turchi e dai Borboni, popoli che gli attribuirono usi e significati diversi e che lasciarono, all’interno, tracce del loro passaggio. Poi, il silenzio e l’abbandono fino al 1976, “Quando l’architetto Susini”, racconta Valentina, “insieme ad alcuni operai e al proprietario decise di scavare”. “Avessimo trovato un vaso, una moneta, un’incisione, invece nulla”, pare abbia detto, dopo la scoperta, lasciando Torre Pinta avvolta nel mistero, “ma restituendo a tutti la sua bellezza in-do-ma-bi-le” scandisce Valentina. Il suo viso si illumina e, con uno scatto degno di un centometrista, scende lungo una scaletta in pietra incastonata nell’erba, due gradini per volta, come una bambina al parco giochi: “è da tanto che non ci torno!”, esclama davanti a un cancello molti metri più in giù in corrispondenza della torre.

L’ingresso si schiude, accompagnato dallo stridio di rito, l’umidità si attacca alla pelle, la temperatura si abbassa e si resta schiacciati in un corridoio buio i cui dettagli si scorgono a fatica. Un tunnel lungo 33 metri che accompagna lo sguardo verso una luce magnetica. Resistere alla tentazione di correre a perdifiato non è facile; ma si avanza lenti, facendo attenzione a non picchiare la testa al basso soffitto, per ricordarsi, un attimo dopo, che sotto al metro e sessanta il mondo lo si conquista con disinvoltura e senza ostacolo alcuno. Lungo tutto il pavimento corrono due lunghi gradini, sedili utilizzati dai Messapi per i loro riti di sepoltura: “I corpi, seduti uno accanto all’altro, affrontavano così il viaggio nell’aldilà”, sussurra Valentina e tanto basta per far accapponare la pelle. Le pareti sono costellate di rettangoli, perimetri irregolari scavati nella roccia, così fitti che contarli è impossibile, usati per ospitare in epoca romana le urne cinerarie dei defunti cremati in un vano spoglio che si svela sulla destra. In quella città dei morti si cammina in processione, per non infrangerne la sacralità; man mano che si avanza, il suo colore tufaceo assume sfumature diverse e quel fascio di luce, sempre più intenso, lascia intravedere un pulviscolo che volteggia leggero con un piede in terra e l’altro in cielo.

La fine del corridoio è come una rinascita. È un’altra dimensione: un cilindro verde che ipnotizza occhi e cuore, un racconto di calviniana memoria, la fiaba surreale inventata da un bambino. I primi minuti trascorrono in silenzio, per concedere all’anima di perdersi e ritrovarsi, tanto Valentina lo sa, perché succede a tutti: “Ogni volta, mi emoziono nel guardare le espressioni incredule”, dice. Poi, è il momento di scrutare forme e colori. Quelle geometrie rivestite di muschio disegnano una croce latina con tre bracci corti, coperti a botte e adibiti, forse, ad altari cristiani, e uno lungo corrispondente al corridoio d’ingresso orientato a Nord. Il motivo delle celle ritorna anche qui, i rettangoli si rincorrono lungo tutta l’altezza in una sorta di spirale, formata da tre anelli, intervallati da cascate di edera. Sul tetto scoperchiato fa capolino ancora lui: quel fico presuntuoso che non lascia spazio al cielo e fa trapelare soltanto i raggi del sole che giocano a nascondino con le foglie. Valentina si avvicina a strane incisioni scavate nella roccia, che celano una storia dolce e dannatamente romantica: “Sono i graffi lasciati dalle unghie dei piccioni viaggiatori, forse al servizio del comando militare aragonese prima, e borbonico poi, di presidio in Terra d’Otranto. È la sola certezza che si ha di Torre Pinta: mille colombi in volo che consegnavano informazioni importanti e aiutavano a difendersi dai Turchi o dai nemici. Era l’unico modo per comunicare, una sorta di WhatsApp dell’epoca”. Poi appoggia le spalle alla pietra umida e poco importa se il muschio le sporca i vestiti, c’è un lungo abbraccio della natura da cogliere e non resta che cedere.

Coi piedi puntati nel verde, ci si sente fluttuanti, leggeri come in una bolla di sapone, da cui si scorgono limpide le immagini, ma lontani abbastanza per guardarle da un’altra prospettiva.
Il vento accarezza i capelli, verrebbe voglia di richiamare uno di quei postini volanti. Alla sua zampa, affideresti una pergamena arrotolata e ne seguiresti il volo, una traiettoria lunga che dalla piccola Amazzonia, formato Idrunto, arriva fino al mare, portando con sé parole leggere: “Dite ai Turchi di non aspettarci, urlatelo ai Borboni, sussurratelo ai Cristiani, fatelo sapere ai Messapi, ai Romani e alle loro guardie, gridatelo ai nemici e al folle mondo che scorre frenetico a pochi passi da qui. Ditelo a loro, ditelo a tutti: Torre Pinta c’è. Esiste. E noi restiamo qui, in silenzio, a respirare a pieni polmoni la libertà e a guardare un cielo che cielo non è”.

di Giusy Casciaro