Museo Ferroviario: il treno nel Salento, predisposizione dell’anima

Un viaggio tra i vagoni e le littorine del Museo Ferroviario della Puglia, a Lecce, città capolinea per eccellenza.

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Distese di soffioni e forasacchi. Il fischio di un treno, da lontano. La stazione che s’indovina dietro il muro e l’orizzonte libero di immaginarsi altrove. È di casa qui, e come potrebbe essere altrimenti, il Museo Ferroviario della Puglia, nato nel 2016, tra i più importanti di tutto il Meridione, insieme al museo nazionale di Pietrarsa a Napoli.
L’onlus Aisaf, Associazione Ionico Salentina Amici Ferrovie, si costituisce nel 1997 e si impegna da subito per la nascita del museo a Lecce, in una città significativa, soprattutto per la presenza delle ferrovie locali, le Sud Est, la rete concessa più estesa d’Italia. Dopo esitazioni, difficoltà burocratiche e l’incontro fortuito con l’ingegnere Piero Muscolino, il museo apre i battenti nei capannoni delle ex Officine Squadra Rialzo, abbandonati dalle ferrovie Sud Est per trasferirsi nei fabbricati di Surbo Scalo nel 1992, un’area dalla superficie totale di circa 4000 metri quadri.

“Eravamo pazzi di ferrovia”, racconta Fabio Vergari, anima del museo. Al dopolavoro ferroviario di Lecce, fine anni Ottanta, c’erano capostazione in pensione, appassionati, modellisti, è vario il mondo di chi orbita intorno alla ferrovia, così come tante e diverse sono le ragioni. C’è chi non ce la fa a stare lontano dalle littorine, chi si diletta di miniature, chi, come Fabio, si è occupato sempre di musei e oggi, complice la sua passione per il modellismo ferroviario, si ritrova in mezzo ai treni.
Trilla la campana all’ingresso, qui si entra in un tempo altro, si viaggia per chilometri anche restando fermi, si torna indietro nel passato semplicemente affacciandosi dal finestrino. S’intravedono i girevoli, fanno l’occhiolino i semafori, i macchinari, alcuni ottocenteschi, e il quadriciclo originale su cui si trasportavano i materiali per l’armamento delle rotaie. Ma prima di salire in carrozza, è d’obbligo la fermata sul saliscendi del tram. Dietro una teca di vetro, in tenuta rigorosamente giallorossa, c’è il modellino del Tram del Mare, la rete di tramvia elettrica che dal 1898 al 1933 portava i leccesi sulla spiaggia di San Cataldo, passando anche da piazza Sant’Oronzo.

Targhette, documenti, vecchie torce, mostrine, ci si addentra in un mondo scomparso, quello della gente delle ferrovie. Arnesi dimenticati, come il lume a petrolio, il telefono a colonna, l’apparecchio telegrafico Western Union e, accanto, anche il corso celere di telegrafia, passato di mano in mano come un’eredità ai giovani capostazione. Sono andati in pensione ma funzionano ancora i dischi, le ali mobili, i segnali direzionali. Sembrano aspettare un momento di disattenzione per accendersi all’improvviso, mettersi in moto. Signori, in carrozza! Si parte.

E si parte dalla vecchia stazione di Zollino, snodo tra i più importanti delle Sud Est, ricostruita all’interno del museo. Insieme a Fabio poi ci si può anche avventurare dietro le quinte dei modellini. Polistirolo, licheni, fili di ferro, gli alberi fatti di spugna verde sbriciolata, nasce da cose semplici un modellino ed è lungo circa 14 metri, per un totale di 100 metri di rotaie, quello che riproduce una scena ferroviaria pugliese, con la stazione di Fasano sulla linea Adriatica, le masserie, gli ulivi, i trulli, la torre colombaia e l’inconfondibile littorina bianca e blu delle Ferrovie Sud-Est.
Il basolato originale e l’odore forte di metallo avvertono che siamo nel cuore della vecchia fucina delle Officine Squadra Rialzo. La forgia, il crogiuolo, la morsa da tavolo, gli stampi per il colaggio, la vasca di raffreddamento, non c’è dubbio che Fabio e la sua squadra saprebbero ancora usarli questi macchinari. Nella loro officina, i membri dell’Aisaf sono all’opera per il restauro e la manutenzione dei rotabili, che arrivano qui in una nuvola di ruggine lenta, recuperati da vecchi depositi e salvati da un destino di sicura demolizione, rimessi a nuovo per il museo.
Si riconosce subito, in tenuta bianca e azzurro cielo, la littorina delle Ferrovie Sud Est, un’automotrice Breda, realizzata negli anni Cinquanta a Napoli. Provengono dalla Manifattura Tabacchi, invece, gli automotori e racconta una storia tutta meridionale anche il treno dell’acqua, che trasportava acqua potabile nelle regioni del Sud.

Lecce-Gagliano, via Novoli. Chi ha viaggiato nel Salento in treno conosce bene le tratte fantasiose, le attese dovute al binario singolo, le soste in piena campagna, che basta sporgersi dal finestrino per toccare la cima di un oleandro. È questo il viaggio che faceva la carrozza ACz 758, d’un elegante bordeaux, classe 1936, prodotta dalle industrie Carminati e Toselli di Milano per le FSE. Si chiama Centoporte, invece, la carrozza realizzata negli anni Trenta, ancora fiera, come un soldato in servizio, del suo impiego con la Croce Rossa Italiana di Bari, che utilizzò il vagone come treno ospedale per accompagnare i viaggi dei pellegrini nel 1984.
Sostano dormienti in questo sontuoso parco locomotori, dove Fabio si aggira sicuro, chiamandoli per nome. Ogni rotabile cela una storia, in questa miniera di cimeli su ruote. E forse la più bella, la più emozionante, è quella della 316, splendida locomotiva a vapore salentina, ultima e unica di un gruppo di 6 prodotte nel 1913 dalle Officine Meccaniche di Reggio Emilia, solo esemplare esistente del parco locomotive della Società Anonima delle Ferrovie Salentine, acquisita nel 2016 dopo una vera e propria caccia al tesoro. È qui, dopo aver attraversato il Salento e respirato la brezza del porto di Savona, all’ultima fermata del museo, lasciata alla fine del viaggio, come le cose più belle.

E tra i rotabili, ci sono le valigie, i bauli di pelle con i rinforzi in metallo, gli involucri di cartone, perché, accomodati sui sedili di legno duro, sono ancora lì, gli emigranti del Salento. Quante “parole di aria, che si perdevano dai finestrini di quei treni”, racconta Mario Perrotta. Invenzioni bellissime per dimenticare che “questa terra ti sta sputando via” e che no, non si partiva per piacere. E non bisogna immaginarsi un popolo di viaggiatori. Era gente che il treno l’ha preso un giorno e poi non l’ha preso più. Sono arrivati lontano, lontanissimo, usciti fuori dal treno come le “facce d’un dado” di bodiniana memoria, in una geografia tutta da costruire, sentendosi sempre italiani, parlando con lo stesso accento, sporcato da inflessioni nuove. I più vicini si fermavano a Milano, Bologna, gli altri proseguivano verso sconosciute città europee, Stoccarda, Zurigo, Bruxelles. Impossibile rifarsi una casa, quella restava lontana. Fino al momento di prendere il treno del ritorno e scoprire che anche quella di casa forse non c’era più.
“Per molti il treno resta sinonimo di partenza forzata, di povertà”, racconta Fabio, “ci siamo motorizzati e i treni sono rimasti vuoti”, un mezzo di trasporto desueto, associato alla lentezza, al far niente.

Legno, bulloni e metallo. Sedili di pelle scura e tendine consunte che si sbracciano fuori dal finestrino. Fuori, terra rossa, grano arso, muretti a secco, e poi, all’improvviso, ogni tanto, fa capolino anche il mare. Prendere il treno nel Salento è una predisposizione dell’anima. Sceglierlo di proposito, negandosi alle corriere e alle automobili personali, è quasi una filosofia di vita. Andare al mare in treno, poi, è roba d’altri tempi. Perché le gambe restano incollate sui sedili di pelle e il gancio per fermare la tendina della finestra spesso è rotto e il vento te la fa svolazzare sulla testa.
Però, mentre i paesi scritti sui cartelli blu si rincorrono, il finestrino si fa cornice, inquadratura, quella della ferrovia una lentezza nella quale ci si può ritrovare, sentirsi finalmente a casa. Il viaggio su rotaie può anche causare dipendenza. Serve forse anche a questo il museo ferroviario a Lecce, capolinea per eccellenza. Ad aggirarsi tra le locomotive, a pensarsi in partenza, anche da fermi, per resistere all’eco delle sirene ferroviarie e placare l’inquietudine di un viaggio in potenza, semplicemente avvicinandosi a un treno.

Fotoservizio: Massimino Foto