L’argilla e il mare, prima del carbone buio

Il fotografo brindisino Elio Castellana espone i suoi scatti sino al 4 luglio presso la Galleria Gallerati di Roma: uno studio su paesaggio e uomo, per capire cosa ci sia "Lungo quel tratto di costa", oltre alla gigante ombra di Cerano.

Un faccia a faccia con un tratto di costa bello e dannato. Quello di Cerano, località a sud della costa brindisina nota per la famigerata centrale termoelettrica a carbone “Federico II” che, dal suo insediamento, nei primi anni ’90, ne ha marchiato umore e orizzonte. Ma prima che spuntasse l’enorme ciminiera, di 200 metri di altezza, prima che i suoi fumi oscurassero la vita circostante, quel tratto di costa era tutto sabbia e mare.

Ed è quello che “abbaglia”, negli scatti di “Lungo quel tratto di costa”, reportage fotografico di Elio Castellana, fotografo originario di Brindisi, ma romano d’adozione artistica, che espone a Roma, fino al 4 luglio presso la Galleria Gallerati, il suo luminosissimo progetto. Un progetto iniziato proprio con un faccia a faccia tra l’artista e la falesia argillosa che delimita il litorale, un’osservazione metodica e costante di quelle pareti dal colore cangiante che, plasmate nel tempo dalla natura tramite erosioni, smottamenti, frane e mareggiate, modulano e modificano naturalmente il paesaggio circostante.

Ed è la natura che emerge, non la cronaca e quel gigante d’acciaio che, comunque, agli occhi di tutti, ne ha preso il posto. Ma non certo all’occhio del fotografo che, “Lungo quel tratto di costa”, mette al centro della sua ricerca artistica la meraviglia dell’esistente. E lo fa addentrandosi nei luoghi della sua memoria personale, che si mescola con una sorta di indagine geologica, antropologica, filosofica, estetica e culturale.

Crepe, sfumature, rivoli, l’effetto di mareggiate e detriti, fronteggiare questa materia fragile, mutevole, eppure potente, infatti, è stato un punto di partenza per una meditazione più profonda sulla natura, sull’umano, sulla volatilità della materia e sulla pervasività della vita. Quello di Elio Castellana è sì un lavoro di ricerca dei segni lasciati dal “Tempo” e dalla “Natura” sullo schermo delle falesie argillose della spiaggia, ma è anche una rappresentazione che travalica la natura geologica del paesaggio, che comprende anche l’elemento umano che abita quei luoghi e che è coinvolto, insieme alla natura, nelle sue alterazioni paesaggistiche. Ma senza essere protagonista.