Giuliano di Lecce, qui dove la saggezza è incisa nella pietra

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Un movimento lento e guardingo, un occhio all’asso di bastoni e l’altro al forestiero. Basta uno sguardo, uno solo, per distinguerlo dall’autoctono e capire che no, lui non è una delle 400 anime che popolano Giuliano, il piccolo borgo a sud del sud, nel profondo Capo di Leuca. Lo sanno bene gli anziani, sentinelle attente all’ombra del bar centrale, intenti a giocare una partita a carte in una tenuta da combattimento di tutto rispetto: cappellino e zoccolo tattico per non patire il caldo; lo sanno i più giovani alle prese con il raccolto nei garage della via principale; lo sa anche il tizio più apparentemente discreto del paese che cela la sua curiosità dietro a giornali e nuvole di fumo. E lo sa persino lui, il forestiero in persona che, dopo una manciata di secondi, si riconosce come tale e, accerchiato da tutta quella nuda bellezza, si lascia sfiorare da sorrisi e storie intrise di saggezza che, a Giuliano, è scritta su pietra e negli occhi dei suoi abitanti, uomini che odorano ancora di tabacco, fatica e caffè.

L’arrivo in paese è accompagnato dal silenzio che, dal calvario di via Corsica, scorta fino al luogo dell’appuntamento: il bar, appunto, dove la quiete cede il passo a risate e uno “scopa!” urlato di tanto in tanto. Ad attendere c’è Giuseppe Prontera, Cicerone per un giorno, in sella alla sua bici. Giuseppe ha due occhi piccoli e arricciati, di quelli che quando sorridono sembrano stringere il mondo in un abbraccio; autoctono doc trapiantato a Lecce, da Giuliano, giura, non è mancato nemmeno un weekend: quello della domenica è il suo rito speciale che prende il via con il pranzo veloce del sabato, preludio del viaggio verso il borgo, “L’unico luogo in cui mi sento davvero libero!”, confessa. Poi, prende in mano i pensieri e inizia il racconto: “non tutti sanno che” è l’incipit di una storia singolare che incorona il suo paese come il più “assennato” di tutto il Salento. Gli antenati dei signori seduti al bar, infatti, tra il 1700 e il 1900, affidarono la loro saggezza alla dura pietra del centro storico, scalfendo brevi epigrafi in latino: “per noi, memoria e monito, per i visitatori, tasselli di una caccia al tesoro che riserva sorprese inaspettate” assicura Giuseppe dirigendosi verso l’arco fronte bar.

Il maestoso semicerchio giallo, un tempo parte della cinta difensiva, è la porta principale del paese. Una targa malmessa attira subito l’attenzione: “È vietato correre con gli animali, recitava, quasi a redarguire chiunque arrivasse, nei primi del ‘900, con traini e carrozze”; quell’autovelox formato equestre regala un sorriso e invita a rallentare anche il battito del cuore. Un pugno di case accoglie in una pellicola di Wes Anderson, i cui colori tinteggiano porte arrugginite e facciate pittoresche. Per strada non c’è nessuno, solo i profumi che arrivano dai balconi anticipando il menù della serata. Nei pochi metri che separano dalle iscrizioni, Giuseppe racconta i luoghi che incontra: dal castello trecentesco, gioiello condannato a una bellezza decadente, all’Universitas normanna, simbolo del passato glorioso e indipendente; dall’alto campanile della chiesa madre a quella che, nel ‘46, fu la sede del partito monarchico, al cui interno “si conserva il disegno della bandiera italiana con lo stemma sabaudo”, dice Giuseppe illustrando storie affascinanti e sconosciute. Ed è in quel preciso istante che si ha la percezione esatta del borgo: Giuliano è l’ultimo pezzo della matrioska, la parte più piccola e colorata, il diamante grezzo, l’integrità che non si svela a tutti, né tanto meno al primo sguardo, ma si nasconde come solo la bellezza autentica sa fare.

Tra via Pietro Verri e vico Ippolito Nievo, “la rua” per i giulianesi, la luce diventa color pietra e spunta la prima iscrizione su uno storico palazzo. Giuseppe si posiziona e compone la sua sequenza: lettura altisonante in latino, traduzione letterale e parafrasi. “Vedi dalla bisaccia ciò che sta alle spalle”, recita, “ossia riconosci i tuoi difetti prima di criticare gli altri”. L’autore è ignoto, ma le sue parole bastano a dare il via a una sorta di “indovina il saggio” in cui immaginare volti, trame e retroscena che portarono a incidere quei pensieri, con l’unico intento, forse, di arginare le malelingue. Un gioco fantasioso interrotto dal saluto di Francesco Venuti, proprietario della “Loggia degli Sberleffi”, un edificio del 1609 “che se capiti al borgo non puoi non vedere!”, parola di Giuseppe che scorta sotto a 15 mensoloni ai cui estremi sfilano figure apotropaiche. Con espressioni grottesche, quei buffi folletti allontanano gli spiriti maligni e sorvegliano una stanza spalancata su strada dove, tra divani rossi e Madonne dipinte, Francesco si racconta e ricorda al mondo il significato della parola accoglienza.

Con la loggia alle spalle, si prosegue verso la stradina più ricca di iscrizioni: “via di Mezzo” per i giulianesi, “via Regina Elena” per la toponomastica, qui del tutto relativa. Una cascata di tetti disegna il profilo stretto e vorticoso, le case sembrano sfiorarsi e i vicini possono abbracciarsi dalle finestre. Qui, dove tutto è immobile e il tempo sembra in trappola, si cammina col naso all’insù. È il passo di Giuseppe a dettare ritmo e regole: sosta lunga per le iscrizioni, breve per incisi e digressioni. La prima, lunga, è davanti a un portone color ruggine: “Non amare il sonno affinché la povertà non ti opprima. Ciò che hai messo da parte sia di guadagno per l’erede. A.D. 1778”, un messaggio dei Fuortes che al paese portarono lustro e ricchezza. Dopo pochi passi, il ritmo si arresta ancora, ma non si scorgono iscrizioni, solo due occhi spalancanti su un vecchio “curtiu”. Giuseppe prende fiato: “è la mia casa!”, esclama, “qui ho trascorso le ore più belle. Tra questi vicoli giocavo a campana e ascoltavo mio padre cantare sul calar della sera, Giuliano era nostra e nessuno poteva farci nulla”, racconta con voce tremante e un’emozione che si percepisce appieno solo se condividi con lui la stessa fortuna: quando il paese non supera i mille abitanti, l’infanzia ha un sapore diverso, è un sabato del villaggio che non volge mai al termine.

Si incede lenti, al civico 7 ci sono solo due cartelli che descrivono le iscrizioni nascoste, al di là della porta, sull’architrave di ingresso di una laura bizantina. E quando l’antica via disegna una curva e dai tetti bassi si intravede il castello, arriva il verso più bello di tutta la poesia, una finestra color mare che porta con sé parole leggere: “la virtù annienta l’invidia, il lavoro concilia la fortuna, l’umiltà vince le prove più difficili”, un’iscrizione incorniciata che ipnotizza e arresta il passo. Lì davanti, aspetteresti per ore chi, in epoca ignota, affidò alla nobiltà d’animo un motto così delicato. Ma i saggi dell’ultimo tratto, si sa, scalpitano e, con un po’ d’allenamento, riesci a scovarli con una rapida occhiata: uno è sull’arco di un’abitazione, “se pur di me saprete, pensate a voi e poi di me direte. A.D. 1776” dice, ammonendo le stesse malelingue, forse, che colpirono il primo palazzo; l’altro è Donato Serracca che, all’ombra del menhir Mensi, nel 1854, esortava all’ottimismo con un verso dell’Eneide: “Resistete e voi stessi conservate per eventi migliori”. Una caccia al tesoro che si chiude in solitaria, mentre Giuseppe resta immobile davanti a un vecchio frantoio, sulla cui facciata campeggia l’ultima iscrizione: “non spe lucri sed liberatatis. A.D. 1789”. “Non con la speranza della ricchezza, ma della libertà. A.D. 1789”. Ed è proprio l’anno a fornire la giusta chiave di lettura: mentre in Francia un’armata di uomini combatteva la Rivoluzione, a Giuliano, sull’onda degli eventi, il proprietario del piccolo frantoio, un uomo solo, pronunciava la parola libertà, scrivendo la sua rivoluzione. Al suo coraggio, fece seguito quello di Vito Prontera che, nello stesso anno, piantò qui l’albero della libertà, “simbolo rivoluzionario che gli costò la vita”. Mentre pronuncia quelle parole, Giuseppe lascia intravedere il suo animo ribelle, lo stesso di chi, a 12 anni, sfidò il potere, lamentando pubblicamente al sindaco le condizioni in cui versava il paese. Un ragazzino, solo contro tutti.

“Questa iscrizione, per me, ha un sapore speciale e mi piace pensare che Vito Prontera sia un mio antenato”, dice con l’aria trasognata e uno di quei sorrisi che farebbero sentire a casa chiunque, anche un forestiero che, dopo una manciata di secondi, sa già di non avere scampo e che, qui, ci lascerà un pezzo di cuore. È una storia vecchia, risaputa dai saggi e tramandata agli anziani del bar, conosciuta da tutti i 400 del borgo, persino da lui, quel bambino già grande che oggi sorride felice. Domani è domenica, Giuseppe può giocare con gli altri a campana, libero, nella sua Giuliano, come in nessun luogo, tra vicoli stretti e finestre parlanti, all’ombra di cavalli lontani che avanzano lenti.