Quell’oceano classico, rock e prog

Un foglio bianco e pastelli colorati bastano e avanzano per accendere l‘immaginazione di un bambino: pochi e all’apparenza semplici elementi, impenetrabili per gli adulti. Il nuovo lavoro di Marcello Zappatore risuona della stessa identica purezza creativa.

Susco”, il suo ultimo disco uscito per Workin’ Label, trasporta l’ascoltatore in un altro mondo, quello del piccolo pesce arancione della copertina, un universo multiforme e sfaccettato di cui si può godere appieno solo mettendo in atto una sorta di sospensione dell’incredulità. Sin dal disco d’esordio, il chitarrista e compositore leccese aveva dato prova di buone capacità tecniche e di songwriting, nonché di saper plasmare la materia sonora per piegarla a una visione personale, sfondando confini fra generi.

Un eclettismo che gli ha permesso di registrare non tanto dei dischi, bensì veri e propri “mondi sonori”. “Susco” non fa eccezione, anzi: se per un verso prosegue formalmente sulla stessa strada del precedente, “Propolino”, per un altro riesce a offrire una lettura ulteriore di quel personalissimo miscuglio di prog, rock e fusion che forma la materia basica delle composizioni di Zappatore. Ad affiancare chitarra, basso e batteria, questa volta ci sono strumenti acustici come sax, fisarmonica, violino, violoncello e flauti; con tali premesse la sostanza non può che risultare ancora più “radicale”, ancora meno incline a facili catalogazioni per via di un tocco più cameristico e classico che va ad ampliare una già assai variegata palette sonora, rigorosamente strumentale.

Già dall’iniziale “Noce di coccole”, si può intuire la natura cinematica dell’album, che trova idealmente in “Pierino e il lupo” di Prokofiev un possibile rimando: molteplici atmosfere che si susseguono una dietro l’altra, mentre gli strumenti si intrecciano, dialogano e si perdono di nuovo, senza che nessuno, neanche la chitarra dello stesso Zappatore, prenda mai completamente il sopravvento.

Pezzi che sembrano conversare gli uni con gli altri, oltre che con l’ascoltatore: dalle sognanti melodie del flauto protagonista in “Opimo” alla tensione crescente e poi rilasciata di “Holbywart”, dai paesaggi ariosi e nello stesso tempo carichi di mistero di “Smidollato”, passando per quel piccolo racconto in musica di “Volpe a stella”, ogni pezzo è un mondo a sé ma facente parte della stessa galassia, impossibile anche solo lontanamente da descrivere a parole.

“Parlare di musica è come ballare di architettura” diceva Frank Zappa (da sempre nume tutelare di Marcello Zappatore), e mai come in questo caso si rivela essere vero.

Carlo Cantisani