Nel cuore dell’Arneo, dove crescono le rose belle

Dal Cinquecento a oggi, Alessandro racconta la storia della masseria Roto Galeta, proprietà di famiglia: ecologia, turismo lento e amore per la bellezza

Ph. Alessandro Maghenzani

Distese di terra rossa, cespugli di more, le fronde del mandorlo e del noce, i frutti del mirto e del ginepro, il soffione leggero del tarassaco, è primavera nell’Arneo e, tra il cielo e il mare del vicino Jonio, lungo la strada che fu l’antica via Sallentina, s’alza la torre cinquecentesca della masseria Roto Galeta, avvolta dalla macchia mediterranea e dalle spire del tempo, che le ha fatto forse il più bel dono: di continuare la vita senza lasciarsi stravolgere dalla modernità.

Qui padrone di casa, genius loci, testa e braccia operanti, è Alessandro Maghenzani, classe 1987, che ha ripreso le redini della masseria di famiglia, facendo della restanza attiva e della simbiosi con la terra una filosofia di vita. Dopo gli studi letterari, tra la Toscana e la Francia, Alessandro torna nel Salento nel 2013, facendo di questa costruzione in pietra, incastonata nella campagna, il suo rifugio. “In cuor mio, sapevo che sarei tornato un giorno, ma non credevo così presto. Con il passare degli anni, sono arrivato alla conclusione di voler vivere lontano dal frastuono di questa globalizzazione, in armonia con i tempi della campagna e del vicino mare”.

Una veduta della masseria – Ph. Nicola Colella

La masseria Roto Galeta apparteneva a una famiglia di nobili gallipolini, commercianti d’olio lampante, esportato in molte città europee. “Un oro giallo importantissimo, molto apprezzato”, racconta Alessandro, “perché non fa fumo, a differenza di quello di balena o di capodoglio”. Roto Galeta è un toponimo, indicante la provenienza dall’attuale Sannicola, che all’epoca si chiamava Rodogallo, ovvero “luogo ameno delle rose”, o “dove crescono le rose belle”. Alessandro ha portato avanti un percorso di studio presso l’archivio di stato di Lecce. “La torre nasce come struttura difensiva nella fitta rete di sorveglianza del territorio contro la pirateria nel corso del Cinquecento e del Seicento. Nel Settecento, compare don Diego Personè. Ho trovato anche i cosiddetti ‘corredi di masseria‘, quando al cambio del massaro si faceva il resoconto di tutti gli animali e gli oggetti presenti. Dal Personè, per debiti contratti, la masseria passò al barone Tafuri e poi alla principessa Ruffo di Calabria. Dopo la rivolta dell’Arneo, una pagina nera della storia nazionale, ci fu la divisione dei latifondi e fu assegnata alla mia famiglia parte della masseria con i terreni che mio nonno iniziò a lavorare, continuando sempre l’allevamento del bestiame”.

Nella masseria, c’era e c’è ancora un allevamento di ovini e caprini. “Coltiviamo circa 20 ettari di terra, tra foraggiere e grano, orzo, avena, favino, in base alle rotazioni annuali, e continuiamo, come si è sempre fatto nelle masserie salentine, gli allevamenti della capra jonica, una razza endemica del territorio”. Accompagnato dal nonno e dallo zio, Alessandro ha imparato ad accudire gli animali e le antiche tecniche di caseificazione. Non solo.

Alessandro Maghenzani
Alessandro Maghenzani – Ph. Paola Maghenzani

La masseria è stata ristrutturata con cura e attenzione per i dettagli, grazie al gusto e alla professionalità di Paola, architetto e sorella di Alessandro, che ha fatto dell’antica costruzione un elegante e raffinato connubio tra passato rurale e contemporaneità. Qui, Alessandro ha avviato un percorso di accoglienza lenta e sostenibile. Un turismo di esperienza legato alla cultura, che aveva preso le mosse proprio questa primavera. “Intendo ospitare poche persone alla volta all’interno della torre”, racconta, “un turismo che si avvicina più alla scoperta che allo sfruttamento del luogo, essenziale per capire la vera identità, la vera storia della nostra terra. Una storia fatta di lievito, di profumi, fatto di dolore e casse colme di coperte di lana di pecora, di caminetti accesi, di agnelli appena nati, di sottane e di antichi innamoramenti, di limoni, e olio, e fatica, di refrigerio dopo una sorsata di acqua, dopo il lavoro dei campi”.

L’accoglienza rispetta l’antica vocazione della masseria, “punto di riferimento per i pescatori da centinaia di anni, crocevia di viaggiatori, pastori erranti, quando ancora avvenivano le transumanze“, racconta Alessandro. “Tutto qui parla di un mondo antico in cui i tempi erano dilatati, quando i pescatori portavano il pescato sulle masserie e lo barattavano con il formaggio stagionale, in cui le feste erano sentite, il sacro diventava umano”. Una dedizione, quella al sacro e alla bellezza, che Alessandro coltiva e accudisce quotidianamente, come se fosse un frutto, mescolando l’arte e l’amore per la natura, l’affascinante ricerca del passato a un’ambiziosa visione per il futuro.

La sala della colazione
La sala della colazione – Ph. Nicola Colella

“Vorrei un rinnovamento, e una presa di coscienza di tutti i giovani che sono ritornati qui, e non sono pochi. Mi auguro che sempre più persone riconoscano l’importanza del nostro territorio, che finisca questa logica del turismo di massa imperante e che si possa imparare ad apprezzare e capire la nostra storia antichissima e la bellezza di quello che ci circonda”. Una sorta di militantismo culturale e sociale, quello di Alessandro, che insieme alla sorella ha formato un collettivo preposto all’animazione artistica della masseria. Un attivismo che si accompagna anche a un costante impegno sul fronte ambientale.

“È un disastro, lotto continuamente con chi continua ad abbandonare rifiuti nelle campagne, nelle strade più nascoste per scendere al mare. Soprattutto a marzo e aprile, quando si fanno le pulizie delle seconde case, si riversano rifiuti in moltissimi angoli della campagna. Io denuncio, faccio quello che posso, ma la forestale può solo mappare i rifiuti lasciandoli dove si trovano a meno che non siano rifiuti pericolosi”, racconta. “I rifiuti rimangono e continuano ad accumularsi, a essere bruciati contaminando le falde acquifere”. Alessandro continua a monitorare ogni giorno il territorio intorno alla masseria e i sentieri che conducono al mare di Porto Cesareo e della Penisola della Strea. “Non bisogna mai rassegnarsi, bisogna continuare”, conclude, “la cosa più importante è amare. Amare tantissimo, il proprio lavoro, la propria vita, se stessi. Tantissimo, con tutta la forza che abbiamo”.

Per saperne di più: l’account Instagram della masseria