L’officina di Maira: nel cuore delle piccole cose

Nasce Genius Loci, la bottega virtuale dove l'artista e scrittrice Maira Marzioni, salentina d'adozione, raccoglie i suoi progetti di poesia materica.

Maira Marzioni
Maira Marzioni - Ph. Federica Fattizzo

Tirare fuori storie da ciò che sembra “spacciato”. Riscoprire la materia e darle forma. Decidere il destino di un oggetto. Un’abitudine per una donna che la sorte, almeno quella geografica, se l’è scelta, come si sceglie il fiore più bello da un giardino e dalle Marche è scesa giù nel Salento, facendone terra d’ispirazione e casa. Maira Marzioni, classe 1980, anima multiforme e viaggiatrice, poetessa dalla scrittura intrisa di terra e artigiana della materia, sembra quasi averlo fatto a piedi questo lungo viaggio a sud, lasciandosi avviluppare dall’incanto antico dei paesi e delle comunità, giungendo nel Salento, capolinea e a sua volta punto di partenza.

Qui, in una terra che guarda con appartenenza e con alterità, ha trovato la magia della prossimità, le storie e le esistenze rannicchiate nelle vicinanze. Ricercatrice di incanti nascosti, Maira risiede oggi a Galatina, dove non di rado è possibile incontrarla nottetempo dietro una macchina da scrivere, a confezionare storie, come un sarto modella vestiti su misura. Qui ha appena inaugurato la sua Officina virtuale Genius Loci, dove mescola “tecniche artistiche e artigianali con la poesia delle cose”.

La scrivania di Maira
La scrivania di Maira

Vecchie tavole di legno, carte, cartoni, piante cadute, frammenti trovati per strada, si radunano su una lunga scrivania assemblandosi a piacimento, ricomponendosi dopo essere state strappati all’oblio e, attraverso le tecniche più disparate, ritrovano vita. “Ogni progetto è come il capitolo di un libro. Un libro in cui provo a connettere umano e natura, per farli tornare a essere luoghi comuni da abitare”, dice Maira, per cui la scrittura è una forma di abitazione temporanea, un modo per vivere e vivificare la comunità.

Sembra di essere in una stanza delle meraviglie, dove gli oggetti, quando si chiudono gli occhi, prendono vita. Ma qui ad animare le cose e a insufflare nuova linfa vitale è proprio Maira, un po’ mitica parca, un po’ marionettista, poetessa e archeologa dell’umano, adepta di quel racconto materico per cui le parole non sono sempre sufficienti a narrare storie, possibilità di vita, rimaste in latenza.

Si va dai collage d’antan ai quaderni vegetali, il suo ultimo progetto nato in collaborazione con la cooperativa agricola Karadrà, graziosi taccuini che mettono insieme scarti di piante e coltivazioni, residui di fogliame e fiori, con vecchie risme di carta filigranata, fogli color terra, e la scrittura d’altri tempi di una Olivetti 32. “Karadrà mi ha dato modo di fare un collegamento importante, tradurre in poesia il lavoro fondamentale di chi sta dentro la terra, dice Maira, “ossessione che ho da svariato tempo”. Così in un quaderno, ci si ritrova a scrivere accanto a uno scampolo di pepe di California galatinese, a un osso di fico d’India da Noha, a un bulbo di cardo secco o a una foglia di fava della campagna di Cutrofiano. L’elemento vegetale è una presenza quasi militante per stimolare “pensieri organici, memorie radice o dimenticanze, come semi al vento”.

La copertina di un quaderno vegetale - Ph. Francesca Vitale
La copertina di un quaderno vegetale – Ph. Francesca Vitale

Maira ruba al territorio per farne poesia, il genio è nell’intuizione e nella composizione, nell’indovinare un segreto dietro una foglia di ciclamino, un paesaggio in una radice di zenzero o in uno spicchio d’aglio, una storia ancora tutta da raccontare in un petalo d’ortensia. “Far danzare cose cadute, perché fuoriescano dal buio creando nuove forme, facciano scaturire immagini e visioni”. Volteggiano nei suoi scatti rose secche, legni di mare, corolle sdrucite, in una appassionata rivolta all’idea di caduceo, perché ciò che è effimero per eccellenza, la primavera di un fiore, rimanga impresso in una pellicola.

Si volta la pagina e lo spirito del territorio ci racconta di binari, caselli, cantano le sirene ferroviarie e, a tendere l’orecchio, sussurrano anche gli scatti del progetto “Walkabout FSE”, un viaggio percorso lungo i 157 nodi delle Ferrovie Sud Est della Puglia del Sud, per costruire un “archivio poetico di questi luoghi, per rilevarne lo stato dell’arte, residui di paesaggio, tracce di un passaggio”, un’idea ispirata alle vie dei canti aborigene narrate da Chatwin. Stessa terra rossa, stessa arsura di sole, dall’altra parte del mondo, alla ricerca di canti possibili e potenziali, lungo la linea Zollino-Gagliano, per esempio, o al fresco di una casa cantoniera, dove basta restare in silenzio e attivare un microfono per far sì che l’orizzonte cominci a narrare.

Maira in Walkabout FSE" - Ph. Elisabetta Patera
Maira in Walkabout FSE” – Ph. Elisabetta Patera

Di solito nei paesi c’è già tutto, solo che non lo si sa”, scrive, “poetica visione è favorirne il risveglio, amplificare le storie, i cornicioni, i peperoni appesi, le donne corteccia”. Immagini, territorio, scrittura. Maira coglie l’anima di un luogo e lo denuda, spogliandolo delicatamente con le parole, come intuisce lo scheletro di una foglia, tingendolo con l’inchiostro. Ogni sua creazione è un inno alla bellezza delle cose piccole e celate, e all’importanza di salvaguardarle, farne pietre preziose, pepite d’oro da incorniciare.