La mezzanotte a Koreja: un gesto d’apertura per cuori colmi e poltroncine vuote

"Abiti in scena"

L’orario di ingresso è un po’ quello di chiusura, nelle sere di spettacolo. Così la riapertura, anche se momentanea e simbolica, coincide, o quasi, con l’abituale chiusura estiva dei Cantieri Teatrali Koreja, in via Dorso, a Lecce.

Con i tempi un po’ sfalsati rispetto alla “consuetudine”, il luogo teatrale per eccellenza, nel Salento, alla mezzanotte e un minuto del 15 giugno ha riaperto porte e sipario. Come da DPCM. L’onnipresente acronimo che tutto muove, cozzando, ovviamente, con la logica e con le esigenze di molti nella complicatissima gestione di aperture e chiusure dell’emergenza sanitaria.

Così, per un’oretta, è fiorito il cuore di Koreja. Dando ancor più senso a quel “Chi ha resistito gli è fiorito il cuore”, sottotitolo della stagione teatrale Strade Maestre interrotta dalla pandemia proprio alla vigilia del suo momento più intenso.

Più che di una riapertura si è trattato di un gesto teatrale, quasi estemporaneo, senza spettacolo, ma per questo è ancor di più segno di esistenza. E di resistenza. Un gesto iniziato fuori, nella penombra della periferia, con l’attesa di volti coperti da mascherine, con incroci di sguardi spaesati e tesi al riconoscersi, con imbarazzate “sgomitatine” di saluti, con qualche confidenziale pacca, ma con i sorrisi allargati negli occhi.

Poi le luci nel foyer, il protocollo: termometro, igienizzante e distanze, e l’incanto di una nenia a quattro voci, “I lie”, un canto yiddish (riarrangiato da David Lang per il film “La Grande Bellezza”), una sorta di “preghiera” corale, intima. Quanto le mani di chi vive e fa vivere i Cantieri Koreja, osservate speciali e raccontate in un “Breve diario di cinquantuno giorni sospesi”, narrazione del periodo di lockdown vissuto ne “Le stanze vuote del teatro” che, anche solo per un attimo, sono sembrate un ricordo lontano.

Magari da cancellare definitivamente, quanto prima, restituendo alla parola “spettatori” il senso più lieto e partecipativo, più condiviso ed emozionale. Com’è stato il rituale di gesti e parole che ha anticipato il silenzioso e un po’ “impacciato” ingresso contingentato a teatro, con le poltroncine puntellate di nastri bianco e rosso a rimarcare il divieto di occuparle. A sottolineare quel distanziamento tra arte e spettacolo, norme, misure e centimetri.

Poi la musica e la scena, con gli attori ai margini e con, protagonisti, “solo” alcuni abiti, costumi noti, diventati anche un po’ simbolo dell’attività teatrale di Koreja: metallo, plastica, stoffa, legno, improbabili armature, stracci animati, creature ondeggianti, mosse o accompagnate dagli attori, seguite dagli occhi del pubblico.

Prima di un passaggio, di mano in mano, di un fiore rosso; un passaggio solo ideale però, perché impossibile per il protocollo anti contagio; prima di parole e interrogativi su ciò che c’è stato, su ciò che sarà, su come, forse, dovrebbe essere.

Prima di un arrivederci che trova forza nel gesto della riapertura, nell’incontro di pubblico e teatranti, di protagonisti della scena e del dietro le quinte.

E se il luogo del teatro comunque non si apre, se ai Cantieri Koreja per l’estate rimarranno chiusi porte e palcoscenico, l’arrivederci è per il Teatro dei luoghi, a fine luglio nel cuore di Lecce.