La dolce voce del verbo fruttare

Dare una nuova occasione a uomini e piante. Frutterò a Cutrofiano, una storia di inclusione, biodiversità e natura rigenerata.

Resistono come un ultimo baluardo, quei cinque alberi di fico che fronteggiano le palazzine di Cutrofiano. Appaiono nella campagna spoglia, quella rinchiusa dai marciapiedi, tra l’asfalto, quella che con difficoltà argina l’avanzata della periferia del paese lungo la circonvallazione che incontra lo svincolo per Sogliano Cavour. Sono talmente grandi e abbandonati da anni, che solamente due di loro, alla prima drastica potatura dello scorso novembre, hanno prodotto oltre dieci quintali di legna.

È stato un taglio necessario e prezioso, atteso dalle povere piante per lungo tempo. Ha fatto sì che la luce entrasse nel dedalo intricato di rami e foglie e desse loro finalmente l’occasione di regalare i frutti. Non solo, ovviamente, dato che è stata la prima azione dirompente che ha dato il via al progetto Frutterò, dall’idea semplice ma rivoluzionaria racchiusa nella volontà di recuperare alberi da frutta abbandonati nelle campagne del paese. “Abbiamo raccolto fichi di una pezzatura grande così”, dice Alfredo Cardinale, e gli è difficile trattenere l’entusiasmo mentre allarga le dita delle mani per rendere l’idea delle proporzioni. Classe 1986, è lui l’anima del progetto. Accompagnato da Simone Luberto, più giovane di qualche anno e sempre pronto a trovare tempo ed energia per sostenere le idee dell’amico. Parlano attorno a un modesto tavolo di plastica, sul quale le cassette di cotogni e melegrane lasciano percepire i profumi dolci e discreti dell’autunno e dei frutti, di un’attività che, letteralmente, cresce giorno dopo giorno.

“Per noi ogni cosa è una scoperta”, dicono, rimarcando il fatto che nessuno dei due ha mai lavorato direttamente in agricoltura, nonostante la terra sia in qualche modo un elemento con cui hanno avuto a che fare da sempre, fin da bambini, in famiglie abituate a coltivare il tabacco, i pomodori d’inverno e tutto ciò che serve all’autoproduzione. E proprio per questo si hanno meno luoghi comuni, preconcetti, convinzioni da smontare. Come quella che si sono sentiti ripetere spesso, che quei fichi non avrebbero mai prodotto e che stavano solo perdendo tempo. E invece, per loro, era così banalmente assurdo che quegli alberi fossero trascurati e la campagna semi-abbandonata, che tanto è bastato per spingerli a chiedere ai proprietari la “gestione” per la raccolta dei frutti. Che non sono tardati ad arrivare.

Certo, l’attesa è stato un esercizio lungo un inverno e una primavera difficile, a causa del Covid 19, durante i quali gli alberi quasi dormivano in un limbo senza segnali di vita, fino ai giorni caldi dell’estate, quando è sembrato che i rami volessero finalmente esplodere, per regalare la loro abbondanza a chi aveva avuto costanza, passione e fiducia: sono stati oltre 70 i chili raccolti, e non è bastata una sola volta per produrre oltre 200 vasetti di marmellata grazie alla preziosa collaborazione di un laboratorio di trasformazione. È attorno all’idea del “paradosso”, che si può forse leggere con sguardo ampio la seppur breve esperienza di Frutterò, perché non ci sono altri termini per descrivere la quantità di alberi incurati tra le campagne, bisognosi solo di poche attenzioni per poter restituire il proprio frutto o che, addirittura, continuano ostinatamente a essere produttivi nonostante nessuno si interessi a loro da anni.

E sarà sembrata senza dubbio una scena paradossale anche agli occhi di qualcuno di quei ragazzi ospiti di una casa famiglia e di una struttura d’accoglienza per stranieri con le quali Alfredo collaborava fino a poco tempo fa, che di tanto in tanto erano accompagnati nelle escursioni alla scoperta del territorio e guardavano stupiti come tanta abbondanza giacesse incolta senza che nessuno ne approfittasse. “È così che mi è venuto da pensare all’insieme delle cose della vita”, continua Alfredo, “anche noi uomini ci sentiamo sempre in cattività e abbiamo solo bisogno di un po’ di comprensione per poter dare il meglio di noi stessi”. La macchina di Frutterò è partita da questa intuizione semplice, con l’obiettivo sì di raccogliere i fichi e farne marmellata, e potare uno alla volta, anno dopo anno, ognuno di quei cinque alberi monumentali alla periferia del paese, ma anche di conciliare la cura della terra con quella delle persone, soprattutto nel periodo in cui nel paese sono terminate le esperienze di assistenza e inclusione sociale alle quali Alfredo lavorava.

A conclusione del programma di accoglienza, infatti, i ragazzi stranieri hanno deciso di continuare a vivere a Cutrofiano. Hanno affittato una casa tutti insieme e di tanto in tanto, in base alle disponibilità, riescono anche a dare una mano nella locale associazione culturale “Le Pecore Gialle”, dove Alfredo e Simone si sono fatti le ossa, oggi diventata l’incubatrice del progetto. “È bello vedere come da una cosa nasca sempre qualcos’altro”, dicono i due amici mentre raccontano che non è servito aspettare la prima raccolta perché qualche altro proprietario si avvicinasse a “corteggiarli”, affinché si prendessero cura dei propri alberi ormai dimenticati da qualche parte. E così, oltre ai fichi, il calendario delle raccolte in breve tempo si è spalmato in tutti i mesi dell’anno, tra mandarini e nespoli, melograni, peri selvatici e caki.

Ormai, i frutti freschi di Frutterò si cominciano a riconoscere nei diversi gruppi di acquisto della provincia, da Lecce a Galatina, da Maglie a Castiglione d’Otranto. Avviene tutto un passo alla volta, grazie alla fiducia di chi sostiene il progetto con l’acquisto dei prodotti, di chi offre un aiuto nelle consegne e nelle raccolte, dei familiari immancabili che non perdono occasione per dare una mano, ma anche di chi, con i propri suggerimenti, scongiura scelte azzardate. Come Antonio Polimeno e Andrea Cesari, rispettivamente l’agronomo e il potatore esperto che aiutano a scegliere campi e alberi migliori, tracciando quasi la mappa di un censimento meticoloso che porta a muoversi da un estremo all’altro della campagna, anche solamente per accudire un singolo, specifico albero. È questo il modo migliore per aguzzare la vista tra l’enorme riserva di biodiversità custodita soprattutto in questi appezzamenti minuscoli, sfuggiti all’omologazione dell’agricoltura super intensiva.

Non è sempre facile. Non si tratta solo di osservare, ma di mettersi all’ascolto e fare sintesi, tra le tante voci che si sommano e ricordano che la materia agraria non riguarda solo la natura ma si lega indissolubilmente alla vita dell’uomo, e con gli uomini porta ad avere a che fare. Lo sanno bene Alfredo e Simone, che sorridono alla domanda di quale varietà siano i fichi che hanno ripreso ad accudire: “il nostro agronomo è sicuro che siano fichi Della Signora mentre i vecchietti del paese sostengono che siano Fracazzano bianco”. Malcelano il compiacimento di fronte alle energie che dirompono quando si innesca un incontro, un confronto tra diversi punti di vista. Perché è una vittoria, anche quando deriva da un piccolo conflitto. Lo stesso che ha fatto nascere la voglia di dare una nuova occasione a uomini e piante, in una terra che, paradossalmente, a volte sembra aver dimenticato la propria ricchezza.