Brindisi: la memoria del grande timone sull’Adriatico

A pelo d’acqua, rivolto verso il cielo. Alla scoperta del Monumento al Marinaio d’Italia, superbo timone proteso sul mare di Brindisi, dalla cripta aperta sull’Adriatico alla maestosa altezza, dove abbracciare con un colpo d’occhio tutta la città.

Ph. Brundarte di Francesco Guadalupi.

“Lu monumentu”. In città, non c’è bisogno di specificare, perché il monumento per eccellenza, a Brindisi, è lui. Il gigantesco timone che sorge dall’acqua, 53 metri di carparo dorato che fende l’orizzonte e sfida il cielo, proiettato verso l’alto ma anche radicato nel terreno. “Sta come torre”, questo era il titolo del progetto, da un’idea dell’architetto Luigi Brunati e dello scultore Amerigo Bartali, vincitore della gara indetta da Mussolini, negli anni Trenta, una chiamata alle armi per architetti e artisti per immaginare e disegnare un omaggio ai seimila marinai che persero la vita nella Grande Guerra. Così, se a Roma svetta l’altare dedicato al milite ignoto, a Brindisi, città di mare e porto per antonomasia, ci si raccoglie ai piedi del Monumento al Marinaio d’Italia, lasciando vagare lo sguardo sull’Adriatico, o seguendo il lungomare.

È il Seno di Ponente ad accoglierlo, letteralmente incassato nel terreno, dove si apre la cripta, a forma di scafo rovesciato. Qui, lo stupore coglie all’improvviso, scendendo nel cuore di questa zolla di terra adriatica, oppure montando in superficie, letteralmente al timone, di questa straordinaria altezza. Marziale e imponente, dritto e implacabile, il monumento è accerchiato da due scalinate che non concedono riposo alcuno, 72 scalini, stretti come se si fosse in trincea, in ricordo della guerra folle, dove ci si accartocciava nel fango per non essere visti. È quindi come una rivendicazione questa pietra alta, visibile da quasi tutti i punti del centro cittadino, che affascina e attrae.

Ph. Brundarte di Francesco Guadalupi.

Al monumento, è possibile accedere direttamente dal basso, dalla cripta, dedicata a Maria Vergine Stella del Mare, protettrice della città, le cui braccia si aprono in un largo abbraccio, come a voler placare il vento, mentre guarda il mare dirimpetto. La sua statua è lì, in fondo alla fuga degli archi che costituiscono la cappella, le cinque campate di pietra che si sviluppano anch’esse in altezza, creando un gioco di vuoti e pieni. “Nei mari del mondo, la vostra tomba è un’ara”, si legge in cima all’altare maggiore, una consolazione a imperitura memoria per le giovanissime vite spezzate dal mare, che sono tutte qui, incise in bianco su marmo nero. A guisa di cappelle laterali, nelle nicchie tra un arco e l’altro si leggono i numeri delle esistenze sparigliate dalla guerra: i sommergibili, i siluranti, i cacciatorpediniere, le unità ausiliarie, la finanza alare, i mercantili, i civili della marina, tutti hanno un pezzo di cuore idealmente sepolto qui. Non ci si stanca di leggere quei nomi, di osservare la cartina in marmo, di dare loro un volto, in quello che è un sacrario ma anche una camera delle meraviglie, un piccolo museo del mare, dove, in una teca di vetro, sono anche conservate preziose ampolle con l’acqua degli oceani e dei mari del Sud.

È a pelo d’acqua, la cripta, aperta e ariosa, e rimanda alla scoperta delle altezze del monumento, percorrendo la lunga scala a chiocciola elicoidale o, in alternativa, con un comodo ascensore. Se possibile, è consigliabile prendersi il tempo di salire piano piano, curiosare tra le mostre storiche e fotografiche allestite sui tanti pianerottoli e affacciarsi alle numerose feritoie e finestre disposte lungo il monumento fino alla terrazza, dove si abbraccia in un solo colpo d’occhio il panorama: il giardino che circonda il timone, le ancore appartenenti alle corazzate austro-ungariche e i cannoni di ghisa, posti a guardia del monumento. Qui inizia un altro spettacolo, quello della mano dell’uomo che si mescola al mare, quello della banchina con le sue facciate neoclassiche, la colonna romana, le scalinate, i castelli e il porto esterno, che gradualmente si apre e, continua, secolo dopo secolo, a invitare al viaggio.