Stelle e musica s’incontrano, nel parco del Rauccio. Com’è andata la seconda serata del Piano Piano Festival

Baba Sissoko

Cielo, terra e musica non sono mai stati così vicini. Ad unirli, durante una serata di astri e suoni, nell’oscurità del Parco del Rauccio di Lecce, un vento di Maestrale così forte da scompigliare i pensieri. L’occasione è stata la seconda data della rassegna del Piano Piano Festival, (qui le ultime due date, giovedì 16 e sabato 18) evento musicale itinerante dedicato a musica, teatro e arti performative, nato da un’idea della musicista e compositrice Irene Scardia.

L’appuntamento è nel prato adiacente alla Masseria all’interno del parco, tra luci soffuse di candele e un’atmosfera sospesa tra i rumori delle fronde degli alberi e una scenografia che va pian piano disegnandosi: il Sole tramonta, il crepuscolo lascia spazio alle tenebre e gli spettatori che si accomodano ordinatamente, chi con una coperta, chi con una sedia, chi con una sdraio che sa ancora di salsedine. Magari assaporando un sorso di Negroamaro o di Primitivo, offerto gentilmente al pubblico presente.

E poi si parte, per un viaggio stellare, con il professor Domenico Licchelli e il suo percorso tra le “Segrete armonie del cosmo”.

la silhouette di Domenico Licchelli, nel suo viaggio tra le armonie del cosmo

È tanto garbato quanto professionale, e piace ancor di più perché si fa portavoce dell’idea che scienza e arte siano universi incredibilmente più vicini di quanto non si pensi (e fa riferimento al rapporto delle scale musicali con il tempo di rotazione di alcuni satelliti, per esempio). Il colpo di scena, però, inutile negarlo, avviene quando decide di far ascoltare attraverso i diffusori il suono del Sole, di una stella pulsante e di una galassia. Un tuffo al cuore: sembra davvero di aver a che fare con il battito tumultuoso del muscolo cardiaco.

Seguendo la linea del suono si fa poi un balzo dalle profondità dello spazio a quella terra che più terra non si può. Quella arsa e aspra e cruda della Sicilia, patria di Rosa Balistreri, omaggiata superbamente da due fuoriclasse come Enza Pagliara (voce e tamburello) e Cristiana Verardo (voce e chitarra), che, “core a core”, intonano pezzi strazianti come “Terra ca nu senti”, “Rosa canta e cunta”, “Cu ti lu dissi”, “Mi votu e mi rivotu” e altre perle della cantastorie di Licata, nell’abbraccio delle loro voci e personalità, così differenti e così complementari: tanto dura e rabbiosa Enza, quanto dolce e intensa Cristiana, che cantano e svelano i due lati della medaglia di una donna, di un’artista, che travalica i confini della musica.

Enza Pagliara e Cristiana Verardo

La notte è ancora lunga, e le due cedono il posto all’ospite d’onore.
Fa capolino a questo punto, come uno spirito nelle tenebre, Baba Sissoko, eccezionale musicista del Mali, polistrumentista dalle mille risorse che, tra canto, ngoni, batteria, percussioni e loop station, catapulta tutti i presenti nel suo “Amadran”, alle origini del suono. E non solo del blues, che probabilmente ebbe origine da questa sonorità. Ma proprio il suono della terra. Ipnotico e sciamanico convivono tra sentori jazz e blues, tra ritmi tribali e giochi percussivi. Una miniera di sorprese, che non manca di regalare anche un incredibile momento di improvvisazione, per ngoni e voce, insieme a Carolina Bubbico.

Carolina Bubbico e Baba Sissoko

Ormai si è fatta mezzanotte e la musica e finita. Ma, prima che gli amici se ne vadano, c’è “spazio” (e si perdoni gioco di parole), per l’ultima parte della serata. Le già poche e fioche luci vengono spente del tutto e Fernando De Ronzo del Gruppo astrofili del Salento, laser alla mano, puntato verso il cielo, inizia a raccontare di un viaggio che parte dalla Stella Polare, dal Grande Carro, per poi perdersi negli abissi dello spazio, chiudendo l’ideale cerchio iniziato poche ore addietro.
A questo punto, l’impressione di essere circondati dall’infinito è pressoché totale.

Musica. E stelle.