Quella Lecce degli anni Ottanta

Il libro di Manuela Del Coco racconta un capoluogo ormai sparito, con suggestioni musicali e ricordi di gioventù, tra David Bowie e lo zoo di Berlino.

“Poi quando torno mi metto a lavorare” è il titolo del romanzo d’esordio di Manuela Del Coco, ma anche la “bugia” che i personaggi del libro ripetono a se stessi, nell’illusione di poter uscire da quell’inferno dolce dell’eroina che li trascina sempre più a fondo. Perché quello che inondò Lecce negli anni Ottanta fu veramente un mare di eroina che l’autrice racconta ripercorrendo gli angoli e i luoghi di ritrovo di quel periodo come fosse oggi, da via Braccio Martello a piazza Mazzini, dall’anfiteatro romano buio e abbandonato al mare di San Cataldo, testimone di fughe disperate dalla città come di baci dolcissimi.

A muoversi negli spazi di una Lecce piccolo borghese, dove l’apparenza e la buona reputazione contano più di tutto, è Davide con i suoi amici, appena ventenni, in preda alla loro vorace giovinezza, immersi nei primi vagiti di un underground che, sul tappeto sonoro di un David Bowie del periodo berlinese, come ogni cosa, a queste latitudini sembrava arrivare sempre dopo. Prima c’erano le metropoli europee, e c’era anche quel film appena uscito nelle sale, “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, storia di droga e dannazione che a loro risultava inverosimile e romanzata. Nessuno sapeva, nessuno poteva immaginare che quella generazione, giorno dopo giorno, veniva falcidiata dall’eroina. Tanto meno le famiglie, del tutto impreparate alle bugie e le false promesse. Scene di un copione che, solo oggi, si conosce a memoria.

“Non siamo gli unici. A Lecce ormai c’è un sacco di gente che usa l’eroina. Non possono essere tutti tossici. Bisogna solo sapersi regolare”, si ripeteva Davide senza sapere ancora di mentire a se stesso. Uno spaccato di provincia italiana come tante, negli anni in cui “la scimmia sulla spalla” si nutrì di giovinezza e fagocitò per sempre il futuro.