Memorie dal sottobosco

Commestibili o velenosi che siano, i funghi sono sempre importanti e funzionali per l’ambiente, e per questo da conoscere a fondo, per proteggerli e tutelarli, oltre che per gustarli.

Funghi a stella Gaestrum triplex ph. Marco Sperti

Un tempo erano tutti boschi e foreste, anche nel Salento, la “Terra delle querce” (Carano, 1934). I mercanti genovesi, di stanza a Lecce, si industriavano in piazza del Mercato, oggi piazza Santo Oronzo, e quando non facevano orario continuato (ma c’era anche chi usava chiudere bottega per un paio di giorni), in tanti erano soliti “darsi alla macchia” (nel senso letterale del termine), a cercare funghi, circospetti come corsari allo sbarco, a scostare le foglie gialle e rosse dell’autunno, tra gli arbusti di quercia spinosa.

Era gioco-forza che i “concorrenti” veneziani prediligessero le depressioni più umide, attratti dalla biodiversità di Punta Pizzo o delle “pezze” sulle “spunnulate” del Capitano. Scuri in volto come Eraclito, sapevano il fatto loro anche i mercanti giunti dalla Dalmazia; mai potendo presagire che, di lì a mezzo millennio appena, i loro discendenti croati o montenegrini avrebbero avuto di che campare commercializzando porcini secchi, in salamoia e surgelati con l’Italia intera e mezza Europa.

Ma insomma, fuor di rivalità, compravendite, degustazioni o anche di più ludiche e psichedeliche “experiences”, per molti “dietro la ricerca del fungo c’è la ricerca del segreto della vita” (Saccucci, “L’estetica del fungo”). Persino Hobbes, per spiegare in che modo l’istinto di autoconservazione fosse un elemento che supera in termini di necessità qualsiasi altra esigenza dell’uomo, usava in maniera allegorica proprio la crescita dei funghi, “che aprono la compattezza della terra e… non c’è crosta terrestre che tenga, così come non c’è ragione o sentimento che siano in grado di sopprimere il bisogno di mantenersi in vita”.

I funghi Rheubarbariboletus persicolor ph. Marco Sperti

E se è vero che “per vivere devi dimenticare che stai vivendo, per trovare funghi dimentichi che li stai cercando”. Ma non di sole fragranze e profumi, veleni o rimedi era fatta la materia dei sogni, già allora: nel XV secolo a più di qualcuno era giunta notizia degli studi di Clusius, quello che si fece spedire i bulbi di tulipano dalla Turchia e che per primo, o quasi, si occupò seriamente di miceti, distinguendo tra “lamellosi”, “porosi” ed “echinati”. Per cui a più di qualcuno venne il vizio di distillarne il passatempo della vita o il cruccio di volerci vedere chiaro una volta per tutte.

Già allora, viene da supporre, le ostilità tra le opposte fazioni dei micofaghi sprezzanti di ogni pericolo e dei micologi (all’epoca imberbi), cominciavano a mietere le prime vittime. Nei boschi o attraverso i pascoli, per la gariga o sotto gli aleppi e i ginepri a due passi dal mare… era un po’ come adesso: tutti contro tutti, appassionatamente. Certo lo spazio era tanto, veramente tanto. E se allora il conflitto era in uso favoleggiarlo, oggi ci si adopera per soffocarlo sul nascere: ciascuno ha i suoi funghi, “da farci il sugo quando viene Natale” o da fotografare e osservare al microscopio, e guai a chi li sfiora!

Lungo il terreno costiero, nelle morbide pinete di Otranto o San Cataldo, bisognava vedersela coi maghrebini avidi di “munitule” in autunno e di spugnole in primavera, e con l’occhio fino dei soldati di Carlo V, che in libera uscita stornavano la mente dall’ossessione delle flottiglie turche cercando “satanassi”. Non si hanno testimonianze scritte o altrimenti tramandate di sanitari catapultati, materassi abbandonati o ffp2 sospinte dal vento nella macchia. D’altra parte la confraternita dei “futtilallulargu” stentava ancora a far seguaci, dovendo attendere gli anni ‘80 del XXI secolo.

Più nell’entroterra, ma di poco, tra le querce con la foglia a foggia di fiamma che avrebbero ricoperto l’agro tricasino per seicento anni buoni, i nobili Gallone cercavano gallinacci con modesti frutti, sconfinando volentieri nelle altrui riserve di caccia. Più fortunati, manco a dirlo, i Del Balzo, che del Mezzogiorno e nel Mezzogiorno non ebbero mai di che lamentarsi e si spinsero a setacciare, una dopo l’altra, le tre Serre salentine fino alla convergenza di Punta Ristola. Che poi i dorati finferli fossero legati alle piccole querce di Palestina o alle virgiliane abbondanti tutt’intorno, e non invece alle maestose vallonee all’ombra delle quali crescevano, non era quaestio che conti e marchesi si piccavano di affrontare. E se simbiosi c’era, era senza dubbio con la vallonea.

Leggerezze, queste come tante altre, che cominciavano tuttavia ad avere le gambe corte, come quelle dei “sanguinelli”, e fragili come quelle dei “funghi dell’inchiostro”. Nel 1679, infatti, sarebbe nato Pier Antonio Micheli e con lui la Micologia come scienza. Non ebbe pochi sussulti il fiorentino. E ne ha tutt’ora, va detto, che dorme un sonno inquieto a causa di improvvisati juniores che si affidano ad improvvisati seniores. Scoprì le spore, il Micheli, consegnando all’Ottocento di Saccardo, Quélet e di altri illustri, tra cui il celeberrimo abate Bresadola (al quale oggi si intitola l’associazione micologica più importante d’Italia), le basi sulle quali edificare un approccio autenticamente scientifico e naturalistico al preziosissimo “Regno dei funghi”.

Per cui, ed è questo il punto in definitiva, quando in autunno o in primavera ci si addentra nel Bosco di Rauccio o nella Cervalura alle porte di Borgo Piave, nel Bosco Sant’Elia in agro di Scorrano o nel Bosco Lacco in quel di Palmariggi, tra le querce di Castro o sotto i Pini di Frassanito… procedendo eretti, curvi o inginocchiati in quello che resta di ciò che è rimasto, non ci si dimentichi di guardare per terra, una terra che, in fondo, è sempre quella. Non si smetta di stupirsi delle meraviglie del sottobosco e di riflettere sulla loro estrema fragilità. Quella fragilità del Salento che, a ciascuno, spetta il compito di preservare e difendere. Magari investendo gli altri della medesima autorità. Perché è comunque patrimonio di tutti, senza che appartenga a nessuno. (Marco Sperti, responsabile scientifico dell’AMB di Tricase)