Maradona: gioia, fantasia e libertà

Andrea Ferreri in “A Sud di Maradona” racconta la storia di un’epoca, la metà degli anni Ottanta, in cui il Lecce approdò in serie A regalando alla città e a tutto il Salento un sogno.

“Beto, Beto, Beto, mina la bomba, mina la bomba!”. Il coro della curva nord, sembra proprio di sentirlo prendendo in mano il libro e guardando quella storica foto sulla copertina con l’abbraccio nello stadio di Lecce tra Barbas, detto Beto, Maradona al centro in punta di piedi, e Pasculli. Andrea Ferreri in “A Sud di Maradona” racconta la storia di un’epoca, la metà degli anni Ottanta, in cui il Lecce approdò in serie A regalando alla città e a tutto il Salento un sogno che travolse e cambiò la percezione della vita a migliaia di persone. Eppure, questo, non è un libro che parla di calcio, non solo. 

È la storia, e anche l’analisi, di un territorio, di un periodo gravido di cambiamenti sociali su cui il calcio, le imprese del Lecce, influirono in modo decisivo e come a nessun’altra latitudine. Un periodo che ha segnato una generazione di ragazzi oggi quarantenni, gli stessi che videro rinascere il proprio stadio nel giro di un’estate e sulle fondamenta di un’euforia collettiva così potente da far aprire le ali ai grifoni barocchi di Santa Croce. Furono gli anni in cui “BarbasePasculli”, i due calciatori venuti da lontano che si cucirono addosso la maglia giallorossa sostituendosi ai santi patroni, erano una parola sola, pronunciata tutta d’un fiato e mai nelle sue componenti al contrario. 

La penna di Ferreri è meditata, probabilmente anche “domata” dall’impeto del tifoso sanguigno, per non perdere l’obiettività e riuscire a raccontare i fatti, vissuti sì in prima persona, ma con la lucidità regalata all’autore dal tempo, dalla maturità, dal disincanto per il calcio contemporaneo. Un libro nato osservando due ragazzini giocare a pallone nel campo profughi di Dheisheh, in Palestina, perché “il calcio è il vero esperanto dell’umanità”. Basta un pallone e uno sguardo per entrare in una dimensione di gioia, fantasia, libertà, e poi volare verso l’Argentina per incontrare Juan Alberto Barbas, con il batticuore dei ricordi dell’infanzia. 

Ferreri alterna e fonde con cognizione di causa, calcio e storia, calcio e sociologia, calcio e antropologia, calcio e cultura giovanile, poesia. In questo modo i tifosi, gli striscioni, i cori, le trasferte, cambiano volto, e si scorgono le centenarie rivendicazioni di un popolo. Il tifo smette di apparire insensato, volgare, violento e, per i profani, diventa comprensibile, a tratti nobile e giusto se fa eco a un sistema sano. In quel “Beto mina la bomba!” c’è tutto il riscatto di un sud bistrattato, l’urlo di quelli fatti passare per briganti nell’Unità d’Italia, in realtà ribelli contro il saccheggio e la repressione della propria terra, di quel Sud di emigrazioni forzate, di quel Sud sempre troppo lontano, sempre troppo retrogrado, lassista, pigro, improduttivo, parassita, di quel Sud “quasi Africa”, canzonatura da stadio che gli anni e i salentini sapranno convertire in elogio e preziosa peculiarità. In quei cori la voglia di scrollarsi di dosso secoli di pregiudizi e la rivincita di una periferia dove rimaneva solo la forma di un campo, abbastanza per mettere a terra il pallone, non abbastanza perché l’eroina non si diffondesse con facilità. 

“Quando qualcuno ci avrebbe chiesto: per chi tifi? Per il Lecce! E poi? Come si usava prima che il Lecce approdasse in serie A, avremmo potuto finalmente rispondere, azzardando un dito medio alzato: Lecce e basta!”. Un libro che anche ai più indifferenti dinanzi a una palla giocata fa battere il cuore e inumidire gli occhi, perché è impossibile restare indifferenti davanti a un sentimento così forte, grande e condiviso. Perché non è, e non è stata, solo una questione di calcio. 

Andrea Ferreri, A sud di Maradona, pp. 200, euro 15, Bepress edizioni, 2015. 

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