Le tavole dell’attesa

A Uggiano la Chiesa, e nei paesi vicini, si attende la festa di San Giuseppe, allestendo le tavole solo in forma intima e familiare, per rispettare la tradizione.

Le cucine restano in composto silenzio. Le pentole in ordine impilate nelle credenze. Il corredo buono, impaziente di mostrarsi, relegato nella cassapanca. È il secondo anno consecutivo che nel Salento l’emergenza sanitaria mette in attesa la consuetudine di apparecchiare le tavole in onore di San Giuseppe e aprire le porte della propria abitazione al viandante e al bisognoso. Festa della condivisione per eccellenza, la ricorrenza delle tavole resiste in forma privata, i fritti e la massa si preparano “per devozione”, ma i santi non sono invitati e il distanziamento impone un pasto da condividere con i soli familiari.

“La tavola è condivisione e partecipazione”, racconta Gaetana Rubrichi, classe 1951, una delle anime più attive del comitato Santi Medici di Uggiano la Chiesa. Qui, come anche a Casamassella, a Minervino di Lecce, a Giuggia- nello, a San Cassiano, le tavole non si faranno. “Non c’è tavola senza l’invito dell’altro”, spiega, “senza il ritrovarsi tutti insieme per i preparativi, l’organizzazione, la colletta”. Qui, se c’è una lite in famiglia, si aspetta San Giuseppe, e ricevere l’invito a partecipare al banchetto è come chiedere scusa, dare un abbraccio, dirsi che tutto è passato. Consuetudini che si tramandano da generazioni, e che Gaetana conosce bene.

“Con il Comitato, due anni fa, abbiamo imbastito le tavole di una volta”, racconta, “abbiamo preparato solo piatti poveri, non il tonno ma lo stoccafisso, ad esempio, niente caffè, e poi la “massa”, che distribuivamo ai visitatori. Sono venuti in tantissimi, tutti con il cucchiaio in tasca”, ricorda. L’impegno per la preparazione fu tantissimo, anche perché “San Giuseppe ole u fastidiu”, conferma, inanellando una serie di aneddoti di tavole finite male e piatti riusciti ancora peggio, perché la cuoca era stata troppo sbrigativa o pensava di poter prendere in giro il santo, che tutto vede e non tutto perdona. Alla nonna Filomena, che aveva conservato la “massa” migliore per gli operai del nonno, il santo rovinò tutta la produzione di pasta fatta in casa.

Perché San Giuseppe “se fuma cu nenti”, si arrabbia per niente, ma riconosce la devozione e non lascia nessuna preghiera inascoltata. Tuttavia, c’era chi, per essere sicura di farsi notare, di tavole ne allestiva addirittura due: “mia zia Concettina”, continua Gaetana, “che ospitò 13 santi in una stanza e 13 in un’altra”. E chi, invece, lo scorso anno, alla vigilia del lockdown nazionale, dopo aver comprato e già preparato tutte le portate, le ha infilate in una cesta per distribuirle a domicilio. “Speriamo che San Giuseppe apra presto il suo manto”, conclude Gaetana. Perché le porte di casa tornino a schiudersi, la tavola torni a popolarsi e il pane a spezzarsi in segno di condivisione.