Il castello di Ugento, il maniero d’amore e virtù

“Punta gli occhi al cielo, l’anima di questo luogo è nascosta lassù”. Lo dice lentamente Rosanna Vicinanza, guida turistica di professione, mentre la sua ombra narrante, un profilo greco che guarda all’insù, si svela timida su una delle sale del castello di Ugento, un’antica fortezza da poco tornata al suo splendore. Le sue parole si sarebbero comprese appieno solo alla fine di quel lungo viaggio.
L’imponente castello è la prima immagine che accoglie chi arriva nel piccolo borgo; arrampicato su un’altura di 107 metri, quel guardiano silenzioso domina dall’alto da quasi un millennio. La salita fino in cima è un giro di giostra in solitaria, accompagnato solo dallo sguardo sornione di un gatto, un saliscendi di stradine che si rincorrono fino ad arrivare in via Castello, proprio ai piedi della fortezza, dove il lento rituale di una vecchina davanti alla fontana restituisce tutto il sapore di un tempo ancora immobile.
L’appuntamento con Rosanna è al Museo Archeologico che oggi ospita, a pochi passi dal maniero, una vasta collezione di reperti. “Andiamo!”, esclama con fare sicuro prima di imbastire il suo racconto. “Ci troviamo nella parte più alta di Ugento, dove in epoca messapica sorgeva l’antica città di Ozan”.

“Il castello fu eretto nell’XI secolo, con l’arrivo dei Normanni che, per assicurarsi un controllo più capillare sul territorio, costruirono una motta, ovvero una torre su un terrapieno circondato da un fossato, di cui oggi resta solo il basamento. Alla fine del 1200 la struttura cambiò volto, diventando con gli Angioini un Castello che nel 1273 ospitò Carlo I d’Angiò. Nei secoli successivi, la funzione difensiva lasciò il posto a quella residenziale e la fortezza divenne dimora di diversi feudatari: i D’Aquino, gli Orsini del Balzo, i Colonna, fino ai marchesi, poi principi, D’Amore che nel 1643 acquistarono l’immobile per soli 61mila ducati, restando per sempre i proprietari di quello che ormai tutti conoscono come Castello dei Principi D’Amore”, racconta mentre il cancello si spalanca.

Un giallo intenso disegna archi e gallerie, “Il grigio di qualche anno fa è solo un ricordo, questo posto è stato per molti anni un non luogo abbandonato, avvolto da un’aurea di mistero che ha contribuito a costruirne l’identità, a tessere intorno storie e ipotesi affascinanti”, spiega mentre un bisbiglio di cuochi copre le sue parole. “Grazie a finanziamenti regionali e nazionali sono stati recuperati i due piani: quello inferiore, oggi adibito a resort e scuola di alta cucina internazionale, era un tempo riservato a stalle e locali di servizio, affittato poi nel ‘900 a commercianti locali; molti ugentini lo ricordano poiché venivano a trovare il nonno calzolaio o lo zio salumiere. Quello superiore, invece, il piano nobile, che include sale residenziali e di rappresentanza, oggi è un museo, grazie alla convenzione tra Comune e proprietari”, rivela sostando sotto il portale che ha incisa la data del suo rifacimento: A.D. 1863.

Qualche passo avanti e, sulla sinistra, fa capolino la splendida scalinata con balaustra, sul cui arco campeggia lo stemma dei D’Amore: un pellicano che si squarcia il petto per nutrire i suoi piccoli, “Un modo per sottolineare la benevolenza della famiglia”, chiarisce Rosanna quando il grigio-blu delle volte accompagna fino all’ingresso del primo piano. Lo spettacolo che si rivela all’improvviso sopra le nostre teste toglie il fiato: un caleidoscopio pittorico che ipnotizza e induce a reclinare il capo di 45° verso l’alto, “con buona pace della cervicale”, ironizza Rosanna. “Quasi tutte le volte sono affrescate, un lavoro che don Nicola D’Amore commissionò, tra il 1694 e il 1695, probabilmente a una bottega di artigiani. Lo stile scelto, barocco-rococò, non è solo un’espressione artistica, ma un modus vivendi su cui la nobiltà improntava l’intera esistenza”. Inizia da qui un percorso ad anello, i cui narratori sono gli affreschi che ritraggono personaggi mitologici, storici, terzine e paesaggi. Un unico filo conduttore, “un’autocelebrazione continua”, puntualizza Rosanna, “quasi propagandistica, attraverso l’utilizzo dello stemma nobiliare e della parola ‘amore’ richiamata nei versi e nelle raffigurazioni pittoriche. Un esempio? In questa stanza, alcuni amorini indaffarati simboleggiano la laboriosità della famiglia”. “È difficile stabilire la destinazione d’uso dei singoli ambienti: il mobilio è andato quasi tutto perso, ma gli affreschi e la dimensione degli spazi fungono da bussola”, dice avanzando nella stanza adiacente, molto più grande e dai colori più intensi. “Questa era la sala di rappresentanza dove i principi amministravano la giustizia per conto del re; non è un caso che i protagonisti dipinti incarnino vizi e virtù, fungendo da monito o consiglio per quanti venivano ricevuti in udienza”, racconta dando il via a un ripasso intensivo di mitologia greca, latina, storia e filosofia. “Nel riquadro centrale la dicotomia buono-cattivo è incarnata da due esempi: Poseidone da una parte, modello di buon governo, e il volo di Icaro dall’altra, spezzato dall’inesperienza. Sul resto della volta sfilano, tra gli altri, Re Salomone, personificazione della saggezza; Seneca e la sua idea di politica al servizio del territorio; Prometeo e la sua insubordinazione e, infine, Venere accompagnata da una terzina sull’amore”. Terza sala: la luce è così fioca che i dipinti si vedono appena, si scorgono mobili merlati e una porticina formato Alice.

Si avanza, così, in un’altra stanza dove piccole porzioni di colore, strati di affreschi di un’epoca precedente, incorniciano a mo’ di tappezzeria una porta che catalizza l’attenzione. “Questa era probabilmente la camera da letto dove emerge a più riprese il racconto della mitica figura legata alla storia di Roma: Lucrezia ‘la casta’, massimo esempio di fedeltà coniugale”, spiega Rosanna svelando i dettagli di ogni singolo riquadro. Se fosse o meno un messaggio velato (ma non troppo) del Principe alla sua amata, non è dato saperlo, “ma l’invito alla fedeltà non era invocato solo in nome di sani principi: restare uniti significava salvaguardare il patrimonio”, puntualizza divertita.

In quel labirinto colorato si incede lenti, scortati da versi e puttini, fino all’antica sala della guardiania dove “Una teca sul pavimento protegge le scale che portavano all’interno del torrione angioino”, rivela Rosanna spalancando una porta che conduce sul tetto della torre. “Da qui si vede tutto il giardino voluto dai D’Amore che accedevano a questo spazio riservato da quella scalinata che sovrasta il fossato. Violarne l’intimità non era consentito a servitù alcuna”.
Sala dopo sala il racconto si fa più sbiadito, i colori lasciano il posto a larghe chiazze di intonaco; si inciampa in cunicoli, vecchie cucine, pavimenti in coccio pesto, antichi camini e grandi vedute, per ritrovarsi poi al punto di partenza. Il passo di Rosanna procede sicuro, l’eco della sua voce funge da guida: “Siamo nell’ala sinistra, il tassello mancante, la parte più antica; sei pronta?” chiede sulla soglia dell’ultima stanza. “Benvenuta nella sala del trono!” esclama. In quella distesa senza fine, un quadrilatero che ha dell’incredibile, sono custodite tutte le anime del castello: fascino e decadenza abitano lì.
“Era la sala delle grandi occasioni: balli, ricorrenze, incontri importanti si svolgevano qui; il restauro ha messo in luce strati di affreschi quattrocenteschi e travi di legno di epoca angioina”, esclama estasiata guardandosi intorno, “qui l’autocelebrazione dei dipinti tocca l’apoteosi: Amore e Venere depongono la corona sullo stemma nobiliare; le scene sono tutte armoniche, dalla personificazione dei quattro elementi al trionfo della Giustizia incarnato da figure femminili. Come a dire: sotto il governo dei D’Amore regna la pace”. Dai finestroni della sala si vede tutta Ozan e, mentre Rosanna continua a tessere parole, l’immaginazione va da sé, regalando a ognuno il suo racconto.

Un coro di flauti e arpe intona una dolce melodia, una voce tonante annuncia: “si dia inizio alle danze!”. Don Nicola, con fare distinto, si avvicina all’amata, sfoderando inchino, baciamano e formula di rito. Lei, arrossita, accetta di buon grado, disegnando sul pavimento piroette che incantano la sala.
I loro corpi si muovono all’unisono, reclinano le teste verso l’alto di 45°. Don Nicola, compiaciuto, scruta i suoi affreschi, uno a uno, ancora una volta. E con gli occhi puntati al cielo, sorride.