Guagnano: quando il vino racconta il territorio

Narrazione, poesia, visione del futuro: tutto in un calice di vino, lì dove nascono i migliori nettari del territorio. Reportage dalla cantina Feudi di Guagnano.

Si attraversano i confini tra le province di Brindisi e Lecce, nel cuore del Salento, per entrare nelle Terre del Negroamaro, come indica un pannello posto all’entrata di Guagnano. Secondo lo storico Giacomo Arditi, l’etimologia del nome viene dal termine “guadagno”, quello derivante dalla coltivazione di una terra fertile e feconda. A confermare questa tesi è la presenza, sul territorio, di alcune delle più importanti cantine del Salento, produttrici di vini pregiati e affermati in tutto il mondo.

Nel centro storico, a pochi passi dalla chiesa madre, in uno stabile dipinto di rosso carminio, ha sede Feudi di Guagnano. Ad aprire la porta e dare il benvenuto è Gianvito Rizzo, tra i fondatori dell’azienda, e ci si ritrova subito circondati da file di barrique, poste una sopra l’altra fino al soffitto, scatole e bottiglie in bella mostra. “La nostra è una cantina diffusa”, inizia a raccontare, “questa è la sede amministrativa, con un piccolo stoccaggio e la sala accoglienza, poi abbiamo la sede di Campi Salentina dove lavoriamo le uve e imbottigliamo i vini. Le due sedi sono collegate da 5 km di vigneti”. Pacato, chiaro e raffinato, il racconto inizia da lontano, “il mio sogno era fare il giornalista”, dice, “sono iscritto all’ordine dei pubblicisti dal 1982 e ogni anno rinnovo l’iscrizione. Scrivevo di cultura e tradizioni per il Quotidiano di Lecce, all’epoca di Antonio Maglio. Ricordo ancora che gli articoli venivano recapitati in redazione utilizzando la littorina. Alla stazione di Lecce c’era un incaricato del giornale che ritirava dal capotreno tutti gli articoli della provincia e poi li portava in redazione”.

All’interno dello showroom della cantina

Finite le scuole superiori, comunque, Gianvito parte per Milano, destinazione università Bocconi. Nella valigia però c’è anche il sogno di riuscire a collaborare con le redazioni dei più importanti quotidiani nazionali, ma lo studio intenso assorbe tempo ed energie: la laurea prima di tutto, per ripagare gli sforzi della famiglia. E così, il sogno piano piano si scolora. “Oggi però sono il responsabile dell’ufficio stampa della mia cantina”, dice ironicamente, spazzando via ogni rimpianto. Ed è il 1987 quando, insieme a Franco Maldarelli e Carlo Maci, legati da una storica amicizia, intraprendono alcune iniziative imprenditoriali in diversi settori. Una grande tela adorna la parete dello showroom, con impresse due date, una chiesa, una Madonna, la vigna, i calici e i grappoli. “In questo dipinto dell’artista Mauro Miccoli è raccontata la nostra storia, dal 1982 al 2002”, dice, “il dipinto basiliano della chiesa madre di Guagnano, la Madonna col Bambino, è diventato il nostro logo aziendale. Abbiamo creduto fin da subito nel riscatto della nostra terra, i grandi sacrifici dei nostri genitori contadini non erano ripagati in modo equo. Così, unendo le nostre forze e i vigneti di proprietà abbiamo dato vita alla cantina”.

Con 30 ettari di vigne, nel 1998, nasce il marchio Antica Masseria del Sigillo. Un’iniziativa non andata a buon fine e nel 2002 si riparte col marchio Feudi di Guagnano. Feudi perché i vigneti sono localizzati nelle diverse contrade di Guagnano e non in un unico corpo. Conseguenza della proprietà terriera molto parcellizzata perché spesso riscattata dai grossi latifondisti grazie ai sacrifici e alle fatiche dei mezzadri e dei coloni. “Abbiamo un vigneto che è diventato il simbolo della nostra azienda, lo facciamo sempre visitare a chi ci viene a trovare”, dice. Poi, lì nei dintorni, in contrada Leonardo Di Prato, sono arrivati gli speculatori dei campi fotovoltaici. “Son riusciti a comprare tutte le terre intorno eccetto il nostro vigneto, abbiamo rifiutato offerte doppie rispetto al valore di mercato, ma abbiamo resistito”, afferma con orgoglio l’imprenditore.

Un vigneto circondato da pannelli solari è così diventato l’emblema della resistenza contadina. L’azienda, oggi, si proietta nel futuro riconvertendo in biologico le produzioni. Già da quest’annata, con la prima linea di vini Primitivo e Negroamaro bio. L’innovazione è un asset importante per Feudi di Guagnano, lo è sempre stato. È stata la prima in Italia, per esempio, a produrre un vino vegano, il “Vegamaro”, senza additivi di origine animale, usati in enologia per la chiarifica del prodotto, come albumina, caseina o colla di pesce. “Questo vino”, spiega, “è stato oggetto della tesi di laurea di mio figlio. È frutto di una rigida certificazione a cui ci siamo sottoposti in modo volontario”. Un grande successo dal punto di visto mediatico, che ha portato all’inserimento nelle carte dei vini di particolari relais di lusso. L’ultima creazione, il rosato “Rosarò”, si avvale della certificazione dop Salice Salentino, un privilegio per pochi. È imbottigliato simbolicamente il giorno di Sant’Antonio del Fuoco, a gennaio, quasi a chiudere un ciclo e a riprenderne un altro.

Il vino ambasciatore dell’azienda però, è senza dubbio il “Nero di Velluto”, Negroamaro ottenuto dopo un appassimento delle uve in cassetta, anche quest’anno premiato con i “5 grappoli”, massimo riconoscimento della Federazione italiana sommelier. “È nato da una cattiva annata, quella del 2002”, ricorda Gianvito, “avevamo uve non proprio buone e decidemmo di appassirle per avere maggiore concentrazione zuccherina. Lo affinammo in barrique usate, acquistate in Borgogna grazie a un amico, e il risultato si rivelò straordinario. Per il nome di questo vino”, continua nel racconto, “presi spunto da un estratto di un dattiloscritto del 1918, ritrovato in una biblioteca per caso. Raccontava della vendemmia salentina, era scritto da Giuseppe Palumbo, calimerese che, oltre a scrivere, aveva l’hobby della fotografia e oggi è riconosciuto come ‘l’intellettuale in bicicletta’ che ha raccontato il Salento dell’epoca con sguardo antropologico. Non so per quale motivo, ma recentemente, dopo tanti anni, è scattata in me la voglia di trovare quell’articolo nella versione integrale. Dopo una ricerca sono riuscito a trovare un venditore che aveva una copia della rivista ‘Varietas’, edita a Milano agli inizi del secolo scorso, dove l’articolo era stato pubblicato”. Pura poesia, sottolinea Gianvito: “i raggi del sole penetrano tra le foglie e accarezzano i grappoli donandogli il colore nero di velluto”. Così, Milano torna nella vita dell’imprenditore facendogli un regalo e rafforzando la sua voglia di fare ottimi vini tra le vigne ma anche di continuare a coltivare la passione per la scrittura, che gli pulsa ancora nelle vene. Perché in fondo, anche il vino è scrittura e narrazione, tradizione, cultura e soprattutto poesia.

(di Mimmo Cataldi)