Conti Zecca: la buona stella dei calici di domani

Crescere insieme al territorio, con un approccio ecosostenibile magari collettivo. La cantina Conti Zecca di Leverano punta sul biologico e guarda al futuro.

Una parte dei vigneti della cantina Conti Zecca

Un viale di pini d’Aleppo, a due passi dal cuore di Leverano, conduce a un grande stabilimento vinicolo. Le pareti esterne sono colorate di rosso e, su una pietra, è raffigurato lo stemma di una famiglia nobiliare: una stella e una bilancia. Dall’ampio atrio si accede in una grande sala dalle volte a stella. Esposte, come opere d’arte su eleganti scaffali, si susseguono in bella mostra le bottiglie della cantina. Conti Zecca: uno di quei nomi che, per ogni salentino, suonano di casa, di famiglia, di amicizia, convivialità e di legame con la propria terra. Chi non conosce il “Donna Marzia” bianco, rosato e rosso? O il pregiato “Nero”, con la sua inconfondibile etichetta, tante volte regalato su consiglio dell’enotecario di fiducia. E ancora il “Cantalupi”, immancabile sui tavoli di un matrimonio, di una ricorrenza, affidabile protagonista di brindisi e bicchieri alzati nelle cerimonie salentine e in amichevoli convivi. Sono etichette di un’azienda storica del panorama vitivinicolo salentino, diventate ormai vere icone.

Era il 1580 quando la famiglia dei Conti Zecca, di origine napoletana, si trasferì a Leverano per curare da vicino le tenute agricole. La viticoltura venne dopo. È nel 1935 che Alcibiade Zecca costruì la cantina dando poi vita al commercio di vino con le prime bottiglie, stappate negli anni Quaranta. Ad Alcibiade successe Giuseppe, quindi i quattro fratelli Alcibiade, Francesco, Luciano e Mario, che hanno portato avanti marchio e tenute fino a oggi. A curarsi e parlare dei “vini icona”, ora c’è Clemente, figlio di Mario, da qualche mese alle prese con questa nuova esperienza e l’impegnativo compito di continuare a raccontare quella storia. Giovane, appena ventiquattrenne, dai modi garbati e di affabile gentilezza. Una classe che, se è vero che non è acqua, nel suo caso è certamente legata al vino, a una storia importante ma per nulla ingombrante, e alla convinzione di poter scrivere ancora pagine, ed etichette, che diano lustro al mondo del vino salentino.

Laurea in Marketing e International business a Roma presso un’università americana, Clemente si appassiona all’enogastronomia e frequenta uno dei master dell’Università di Slow Food di Pollenzo. “Un’esperienza bellissima”, racconta, “che mi ha fatto capire quanto fosse forte il legame con il territorio dei prodotti d’eccellenza”, afferma con lo stesso entusiasmo di chi torna, contento, da un lungo viaggio. Ed è con questo bagaglio di esperienze che vuole ripartire, dalla terra natia. Dove c’è, appunto, una storia importante da coltivare, quella della sua famiglia. Guarda avanti con occhi curiosi, sperimenta nuovi impulsi, animato dal suo pieno d’energia positiva.

Clemente Zecca

Si è messo subito all’opera, ha rilanciato i vini icona (“Nero”, “Terra”, “Luna” e “Rodinò”) e ha progettato una nuova linea, i “vini del territorio”. La brochure è una mappa illustrata dei venti ettari dell’azienda che, su un totale di 300, sono stati interessati da una zonazione. Qui si è scelto di produrre in biologico partendo dal terreno. Con l’ausilio dell’agronomo Ruggero Mazzilli, tra i filari sono stati seminati orzo e trifoglio per ridare sostanze nutritive e nuova vitalità alla terra. “Abbiamo utilizzato la pacciamatura secca del trifoglio”, illustra, “per trattenere l’umidità e proteggere la terra dalle vampate del solleone, creando così equilibrio nutritivo e microclima ottimali per pianta e grappoli. Per i trattamenti contro oidio e peronospora si utilizzano solo rame e zolfo”, dice, consapevole che, per la qualità dei vini, si deve partire dalla terra. “Le nostre vigne devono poter crescere nel miglior humus possibile e nel modo più ecosostenibile, il vino”, rafforza, “si fa principalmente in campagna, non in cantina”. La vendemmia è affidata solo a mani femminili, perché ogni grappolo ha bisogno di molta delicatezza. Una svolta green, insomma, su tutti i fronti. Venti nuovi soffiano sulle tenute dei Conti Zecca, così Clemente punta a far riconoscere le etichette dalla loro precisa zona di provenienza: “Liranu”, “Mendola”, “Colavento”, “Rifugio”. I nomi e la storia delle tenute battezzano così la nuova linea dei vini del territorio, monovarietali, ottenuti solo da vitigni tradizionali.

La tenuta Rifugio, per esempio, prende il nome da un nascondiglio interrato, usato dalle genti locali per difendersi dalle scorribande dei saraceni. Riguardo la masseria Don Cola, che con i suoi terreni calcarei dà vita ai bianchi di fiano e malvasia, “abbiamo in progetto il suo pieno recupero”, spiega Clemente, “vorremmo farci una sala accoglienza con vista sui vigneti”. Una delle idee con le quali punta a far bere il vino anche con gli occhi. La nuova linea ha etichette pulite, bei colori e una bottiglia dalla forma esclusiva, “con base ampia e slanciata verso l’alto, un unicum”, dice, “che dopo tanto cercare, sono riuscito a scovare in una piccola vetreria del Nord Italia. È una bottiglia che ha un significato ben preciso. Con le radici ben piantate per terra e lo slancio verso l’alto, verso il futuro”.

L’ambizione è quella di crescere insieme al territorio, con un approccio ecosostenibile magari collettivo, anche insieme ad altre aziende votate a produzioni di qualità e che prestano la massima attenzione all’ambiente. “Tracciare ogni vino dalla terra alla bottiglia per competere con la concorrenza, non di una singola azienda ma di interi territori”, questo l’auspicato e auspicabile obiettivo. “Puntare alle peculiarità dei vitigni sarà una carta vincente”, chiosa, “il mondo è curioso di scoprire nuovi vini dal gusto unico. I mercati da scalare sono ancora molti”, riferendosi al futuro dell’azienda, “per esempio negli Usa siamo ancora poco presenti”. Ma lui si dice pronto. È pronto a partire con la valigia piena di idee e le bottiglie di un’azienda che, per i salentini, è da tempo un’icona. E, come punto di partenza, non è certo di poco conto. La storia c’è e il futuro promette bene. La buona stella, del resto, è un marchio di famiglia.

(di Mimmo Cataldi)