Canto senza voce. Tutto il mondo di Claudia, fragile e geniale

di ALESSANDRA GUARESCHI

“I veri poeti”, scrisse Claudia Ruggeri, “combattono/ piangono/ sudano/ per adattare/ l’atona vita/ al ritmo/ dei versi”. Ciocche vivaci, pelle lieve, occhi eleganti e capaci di guardare dentro e oltre le cose. La letteratura attraversava impetuosa le giornate della poetessa giunta, piccolissima, da Napoli a Lecce con la famiglia.

“Dulcinea” la chiamava sua madre, suo padre l’adorava d’amore sconfinato quando esordì diciottenne sul palco di una festa dell’Unità, cappello rosso e abito nero, offrendo l’anima ai presenti: recitava i propri versi come fossero irrinunciabile fonte di energia vitale e incantava chiunque con la propria bellezza senza tempo.

Nel 1996, con il fresco d’autunno che le accarezzava cocenti pensieri, a 29 anni decise di mettere un punto al travaglio interiore, alla poesia e all’esistenza. Quel “folle volo” coincise con l’inizio di un lungo periodo di oblio da parte degli ambienti culturali e universitari salentini, durato almeno fino al 2004, quando Mario Desiati avviò uno studio certosino degli scritti di Claudia Ruggeri, quasi tutti inediti e oggi depositati a Firenze presso l’archivio contemporaneo “A. Bonsanti” del Gabinetto “G. P. Viesseux”. Uno speciale sulla rivista “Nuovi argomenti” e la raccolta postuma “Inferno minore” (peQuod 2007) sono stati i primi frutti di quella ricerca, che ancora oggi prosegue e svela, sempre più nitidi, i tratti di un’intelligenza profonda e violenta, fragile e geniale.

Nel solco di questa doverosa riscoperta si inserisce “Canto senza voce”, appena pubblicato da Terra d’ulivi: un volume di inediti a cura di Esther Basile e Angela Schiavone e un documentario allegato realizzato da Elio Scarciglia.

Dopo anni di meticolosa lavorazione, il cortometraggio “Claudia Ruggeri” fonde le immagini con l’inquietudine morbida della sua voce, alternando letture di versi e alcune interviste. La madre, Maria Teresa Del Zingaro, racconta con tenerezza di una poetessa bambina, che al mattino la inseguiva per casa, recitando frammenti letterari. La ricordano, unica e straordinaria, la compagna di scuola Sonia Schilardi e il poeta Giampiero Neri. Guido Oldani la ritrae come “un fiorellino troppo piccolo nella foresta di baobab” della letteratura anni Novanta, autrice di una “poesia indisciplinata” che non tutti meritavano di comprendere. Michelangelo Zizzi si interroga sul fugace passaggio terreno di quella creatura singolare, che si intonava perfettamente all’horror vacui architettonico della città in cui era cresciuta.

“La pagina le stava stretta”, spiegano Sergio Rotino ed Enzo Mansueto, mentre il periodo delle cure psichiatriche, la forza e la personalissima religiosità emergono dalla testimonianza di Maria Mazzone, psicopedagogista, che riflette su quanto fosse difficile e, allo stesso tempo, inevitabile “amare Claudia”.

“Gli scritti di Claudia Ruggeri posti in agende, taccuini, fogli sono apparsi reperti di un mondo di cui volevamo salvare tutto ad ogni costo come archeologi che, pur non avendo chiara la collocazione del reperto, lo catalogano nella prospettiva di una funzione futura”, spiegano le curatrici nell’introduzione al volume. Dalle pagine affiora la quotidiana “magia pratica” del poetare di Claudia, che guardava all’antico per inventare il proprio avveniristico linguaggio. “Ulivi della terra mia/ che nel tronco portate/ le crudeli ferite del mio cuore”, scriveva giovanissima nei frequenti rimandi al Salento, dove “allungate dalla terra/ le acque/ si profumano/ in venti”.

Difficile e fecondo, si delinea il rapporto con “la Musa” e l’impegno costante profuso nel “riempirla/ di semplici accordi/ e lasciarla danzare/ ringraziarla, baciarla,/ posare/ sussultare/ e giacere per sempre con lei”. Il desiderio d’amore inonda notti intere trascorse “a trattare con Venere”, mentre le membra si trasformano in valve di conchiglie e “timide dita di pensiero/ frugano negli iperspazi/ colgono fasci di soli/ fiori di nave/ rami di comete”. Sgorgano parole nuove come la “neve casinuosa”, screziate di modi di dire, risonanze dialettali, echi di letterature d’ogni tempo e d’ogni dove. “Visse con ostinata calma/ la sua passione/ (…) lo seppe forse/ tardi”, scrive Claudia parlando di sè, come se potesse guardarsi dall’esterno e a posteriori. Splendida e beffarda anche davanti alla morte, è pronta a cedere il testimone di una letteratura talmente limpida da sovrapporsi perfettamente al proprio paesaggio interiore: “Ho finito il mio discorso”, dice, “ma chi vuole lo può continuare”.

Claudia Ruggeri, Canto senza voce, raccolta di poesie inedite a cura di Esther Basile e Angela Schiavone, pp. 117. Dvd documentario allegato, Claudia Ruggeri, di Elio Scarciglia (27 min.). Libro+dvd euro 15, Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2013.