Storie e segreti dell’antica Giudecca nel cuore della città

Nel cuore del barocco leccese, al cospetto di Santa Croce, fra la pietra gialla e le sculture maestose, si nasconde una Lecce ebraica, immobile e silente. Quelle stradine, così familiari, eppure così sconosciute, celano storie di un passato lontano. Una bellezza nascosta e una pagina di storia condannata per secoli a restare sospesa.

Questo è un viaggio che inizia dagli occhi, poi tocca il cuore e, infine, fa vibrare l’anima. Il punto di partenza è Palazzo Taurino, oggi sede del “Medieval Jewish Museum”, un progetto che ha l’obiettivo di riportare alla luce la storia della comunità ebraica nella Lecce tardo medioevale. Basta scendere gli scalini d’ingresso per arrivare qualche metro sotto il piano stradale ed entrare in un altro mondo. In quella sala, tutto intorno, pannelli sospesi e tracce di un passato lontano accolgono il visitatore. Come una sorta di matrioska narrante, emergono sto- rie che ne contengono altre e poi altre, e altre ancora. Il tempo scorre velocemente, il balzo è lungo settecento anni, si arriva nella Lecce del XIV e del XV secolo.

Benvenuti nell’antica giudecca medievale leccese, luogo multiculturale, in cui ebrei, albanesi, greci e altre comunità vivevano in quello che oggi è il cuore della Lecce barocca, a pochi passi da Santa Croce, nel pittagio (nel XV secolo la città di Lecce era divisa in quattro pittagi, quartieri) conosciuto all’epoca con il nome di “San Martino”, una zona compresa tra il monastero di San Giovanni Evangelista e il castello, a nord est della città. Gli ebrei vi- vevano qui, stanziati già dal Trecento, in costruzioni chiamate “case palaciate”, dotate di magazzini e piccoli laboratori. Erano 26mila quelli presenti in tutto il territorio salentino, perlopiù conciatori di pelle, banchieri, commercianti e produttori di sapone.

Gli artigiani di saponi, in particolare, si concentravano quasi tutti nella stradina adiacente a Palazzo Taurino, vico della Saponea, che prende il nome proprio da questa attività, e qui alcune delle abitazioni private conservano ancora diverse vasche per la produzione. Il cuore pulsante della comunità ebraica era qui, le tre comunità vivevano in questa zona probabilmente per la presenza del fiume Idume; il piano di calpestio era molto più basso e l’acqua più a portata di mano. La zona era molto diversa da come la conosciamo oggi: non c’era il palazzo dove ha sede il museo, né Santa Croce, nemmeno Palazzo Adorno.

Tutto era occupato dall’area della giudecca, non un ghetto, ma un quartiere aperto, contaminato, multietnico, fatto di case basse e botteghe artigiane. Lecce era un ponte tra Oriente e Occidente. Qui gli ebrei celebravano feste e riti. Uno tra tutti, il rito di purificazione praticato nelle vasche di abluzione (mikvaot), presenti ancora oggi fra le mura di Palazzo Taurino: quattro vasche nella prima sala e due nell’ultima. Nella prima sala le vasche sono coperte da vetrate, ma ci si riesce a camminare sopra quasi a fatica, il passo diventa esitante per paura di calpestare quella memoria. Ancora una volta. Era il 4 luglio del 1445 quando la comunità ebraica leccese subiva le prime forme di intolleranza da parte del regno. La contessa Maria d’Enghien sanciva le prime discriminazioni: “omne iudeo masculo e femina de anni sei in susu…” (tutti gli ebrei, maschi e femmine, dai sei anni in su) avevano l’obbligo di indossare una rotella di panno rosso sul petto. La vita nella Lecce ebraica da quel momento cambiò.

Proseguì lentamente, con più difficoltà, e alla morte della contessa d’Enghien e della famiglia Orsini del Balzo, la situazione nella giudecca precipitò. È il marzo del 1495 la data che decreta la rottura tra cristiani leccesi ed ebrei. In quei giorni, questi luoghi furono teatro di crimini e dolore: la giudecca venne assaltata, distrutta e rasa al suolo. Fu allora che, per volere della folla di cristiani che fece irruzione nei luoghi della sinagoga portando con sé figure di santi, il vescovo Tolomei fu costretto a convertire quel luogo di culto ebraico in Chiesa cristiana, intitolandola a Santa Maria dell’Annunziata. Le tracce di un popolo furono interamente distrutte, quei luoghi cancellati. Nel palazzo si conserva oggi solo una copia dell’antica epigrafe appartenente alla sinagoga che fu trasportata, negli anni successivi alla cacciata, nei sotterranei di Palazzo Adorno, dove si trova tuttora. L’epigrafe fu nascosta, rivolta verso uno scarico fognario, quasi in segno di sfregio. Solo dopo si scoprì il vero significato di quella scritta: “Questa è la casa di Dio”.

La memoria della gente ebraica fu rasa al suolo, gli ebrei furono cacciati definitivamente nel 1541, per mano di Carlo V con l’editto che pose fine alla presenza ebraica in tutto il viceregno di Napoli. Qualche anno più tardi, si diede inizio ai lavori della basilica di Santa Croce, proprio nell’area della giudecca, adiacente all’antica sinagoga. Gli ebrei torneranno nel Salento solo nel secondo dopoguerra, nei campi di transito e di accoglienza, quasi come uno strano scherzo del destino, un riscatto storico. Oggi, per vedere quel che resta dell’antica sinagoga, bisogna risalire alcuni scalini, dall’ingresso posteriore di Palazzo Taurino. Ci si ritrova in un giardinetto che si affaccia nell’area in cui sorgeva quel luogo di culto. Resta poco, solo archi quattrocenteschi semi-distrutti, qualche linea accennata e una porta con su un’etichetta: “sinagoga”.

Usciti dal palazzo, dall’ingresso principale, si è catapultati nella realtà quotidiana. Si prosegue per via Abramo Balmes, stradina che ha dato i natali, nel 1440, a una figura importante del Medioevo ebraico, Abramo de Balmes, medico ma anche grande uomo di cultura. Il suo prestigio era tale che l’isolato in cui c’era la sua abitazione prese il nome di “vicinium Magistri Abraham”. Ancora oggi, in questo vicolo nascosto, si ipotizza ci possa essere qualche traccia di lui e della sua casa natia. Oggi, però, in questi luoghi, di quella Lecce ebraica si vede ben poco, resta una pagina di storia importante che cerca di ritornare al suo posto, tra lo splendore dell’epoca romana e la maestosità barocca.