Sant’Oronzo proteggi, il busto del patrono traslato dal museo in cattedrale

Il momento della traslazione della statua dal museo in cattedrale

“Semper protexi et protegem”, la tradizione vuole che queste furono le parole che Sant’Oronzo pronunciò nel momento del martirio e con lo sguardo rivolto verso la sua Lecce. Una promessa mai tradita nei secoli che i leccesi ricordano ogni anno rendendogli i dovuti onori ad agosto con la festa patronale e ringraziando per aver liberato la città dalla peste.

In questi giorni di emergenza per il diffondersi del virus, il portone della cattedrale non è stato mai chiuso. Le celebrazioni sono vietate ma la porta non è stata mai serrata. Da questa mattina il mezzo busto d’argento di Sant’Oronzo, opera di Domenico Gigante, è stato eccezionalmente esposto sull’altare maggiore del Duomo di Lecce. L’idea è partita dal priore delle confraternite leccesi dell’Addolorata e del Buon Consiglio e commissario delle confraternite di San Luigi e della Madonna del Carmine e il vescovo Michele Seccia ha subito dato seguito alla richiesta.

Il mezzo busto d’argento del patrono, lo stesso che alla fine del Seicento fu realizzato per ringraziare il santo dallo scampato pericolo dalla peste tra il 1690 e il 1691, è stato prelevato dalla sua consueta collocazione nel museo diocesano e posizionato su un trespolo sull’altare a lui dedicato.

Sant’Oronzo veglia e rinnova la sua protezione immutata, continua, preziosa ed efficace. Con lui, quel 26 agosto dell’86 d.C., perì di ascia anche San Giusto, e il nipote di Oronzo, San Fortunato, prese il testimone della missione evangelizzatrice. Questi, sul luogo del martirio dove sorse la chiesa nota anche come “Santu Ronzu piccinnu” o “la capu te Santu Ronzu”, pronunciate le sonanti parole, si inginocchiò, posò il capo sul ceppo e al lampo seguì il tonfo: la testa rotolò e, dal sangue versato in terra, sbocciarono splendidi e rigogliosi fiori.

Non si contano, poi, i miracoli e le salvifiche intercessioni dispensate dal santo nato nell’antica Rudiae nel 22 d.C., molte guarigioni ottennero quelli che, con il cuore gonfio di fede, si prostrarono alla lampada di Sant’Oronzo, come attesta Luigi Protopapa nella pubblicazione “Sant’Oronzo nella tradizione leccese”, e tanto viva era la certezza di ottenerne benefico, che fu subito detto “oleum divinae gratie”. Quando poi arrivò il 20 febbraio 1743, il terremoto che devastò grandi aree del Salento risparmiò Lecce che subito pensò alla promessa di mantenuta da Sant’Oronzo, e per gratitudine, da quel giorno, fu istituita la festa del patrocinio.

Lui, primo vescovo di Lecce nominato dall’apostolo Paolo, in punto di morte pronunciò la promessa “semper protexi et protegem”, mai tradita nell’arco dei secoli. Con un braccio teso, dall’alto della colonna issata al centro della piazza per ricordare lo scampato pericolo dalla peste che nefasta si diffuse nel Salento nel 1656, Sant’Oronzo veglia e rinnova la sua protezione immutata.