Oh Petroleum, la musica che viene da lontano

Quando si parla di Oh Petroleum, fra addetti ai lavori e non, tutti fanno, a ragione, un gesto di riverenza. Forse perché è artista nolente a smarrirsi in brandizzazioni del genius loci. Forse per l’ammirevole gavetta. O forse, semplicemente, perché bravissimo. “Ça va sans dire”. Con Beast, il suo nuovo lavoro, Maurizio Vierucci (questo il nome all’anagrafe dell’artista brindisino) tira dritto verso il grande cantautorato americano e britannico. Nonché australiano, perché citare Nick Cave è d’obbligo. E lo fa con un inglese impeccabile, niente affatto scontato, alternando uno straziante minimalismo di chitarre desertiche a un’orda di voci salmodianti. Pura catabasi, lontana da smorfie autoreferenziali. In picchiata verso dentro, indorando pillole per dolorosi viaggi, fisici e non. L’ancestrale brano Where the fire is I can not say, capolavoro d’apertura, fra note inaspettate e atmosfera da Dead Can Dance, rimanda ad alcuni album del compianto Mark Lanegan, sebbene con timbriche tanto diverse. Metallic tape dialoga con “All the Pretty Little Horses” dei Current 93. Reciting verse cattura per le improvvise variazioni vocali e l’arpeggio asfittico, mentre The Tragedian rievoca il miglior Michael Gira. Inutili paragoni, per delineare un disco straripante di internazionalità. What we’ve dug this hole for?, senza preavviso, si spalanca in un insospettabile rullante. La breve e intensa Vehicles trascina con un’essenzialità parossisticamente espressiva, tipica di un certo cantautorato folk: quel songwriting d’oltreoceano onesto, disilluso, palpitante e intatto cui certamente Oh Petroleum appartiene e al cui colletto sarebbe degno di essere appuntato come spilla di merito.

(Cristina Cagnazzo)

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