Muore l’editore Piero Manni, passione e coerenza il suo lascito culturale e politico

Piero Manni

La passione per la letteratura e quella per la politica, un sorriso dolce e sguardo puntato, con lungimiranza, coerenza e curiosità, verso il mondo, vicino e lontano. È morto a 76 anni Piero Manni, fondatore nei primi anni ‘80, con la moglie Anna Grazia D’Oria, della omonima casa editrice. Autore di saggi e racconti, ha insegnato per vent’anni in carcere, è stato consigliere comunale di Rifondazione comunista ed era presidente onorario dell’Anpi Salento. La sua attività, sempre all’insegna delle relazioni umane e sociali, politiche e culturali, come dello scambio generazionale, ha incontrato spesso la strada percorsa da quiSalento, che si unisce al dolore dei familiari, della moglie e dei figli, Grazia, Agnese e Daniele, con un ricordo di Dario Goffredo, scrittore e operatore culturale.

Quella volta con Piero e Sanguineti

Era il 1993 quando sono entrato per la prima volta nella redazione della casa editrice Manni. All’epoca la casa editrice era il suo appartamento ai Salesiani, il salotto la redazione, il garage il magazzino. Avevo 17 anni, Piero e Anna Grazia accolsero me e un piccolo gruppo di miei amici (tutti studenti dell’ultimo anno del liceo) con cui stavo lavorando al progetto di una rivista di “in/formazione culturale”, come riportava la copertina (quella barretta fu un tocco suggerito proprio da Piero). Piero mise a nostra disposizione le sue risorse, la sua cultura, la sua passione, la sua esperienza, e ci aiutò a dare ai nostri scritti a volte velleitari e ingenui una veste editoriale più che dignitosa. Ci accolse, Piero, nel suo salone. E di quel salone ricordo ancora le pareti colme di libri, di fotocopie, di fascicoli. Ci accomodammo al tavolo e lui tirò fuori moltissimi libri d’arte per farci scegliere la copertina di “Candido” (così si chiamava la rivista). Ci offrì il caffè. Io lo bevvi, il caffè, che mi andò di traverso, e riuscii a nebulizzarlo su quei bellissimi e preziosissimi libri. Il sorriso di Piero. Ecco cosa non dimenticherò mai.

Dopo quella volta sono stati numerosi i nostri incontri. Fu lui a consigliarmi di andare a studiare Lettere a Bologna. E quando partii da Lecce avevo in valigia, insieme a sogni e speranze, due lettere. Una era per Roberto Roversi e l’altra era per Niva Lorenzini. In queste lettere, Piero presentava a quei due mostri sacri della poesia e della critica italiana un giovane e promettente poeta. Era così che mi vedeva.

Ogni volta che tornavo a Lecce passavo da Piero. Stavo ore nel suo garage, ad aiutarlo a impacchettare libri e a sentirlo parlare, e a raccontargli di me. Piero aveva una grande capacità di ascoltare e aveva sempre il consiglio giusto, un’idea brillante, qualcosa da farti scoprire. In uno dei nostri incontri mi mise in mano un blocco di fogli sciolti. Erano le bozze dell’antologia del Gruppo ’93. Il libro non era ancora uscito, ma voleva a tutti i costi che lo leggessi. Grazie a lui e Anna Grazia ho conosciuto poeti come Sanguineti, Pagliarani, Leonetti, Roversi. Una volta a Bologna mi presentò Edoardo Sanguineti, dicendo: “Lui è Dario, uno bravo”. Chi se lo scorda.

Tornato a Lecce ho avuto modo negli anni di collaborare con lui per la rivista dell’Università di Lecce, “Unile”, di cui ricordo con grande gioia le riunioni di redazione, per l’antologia di racconti sul precariato “Tu quando scadi”. Di quel periodo ricordo le numerose presentazioni che ogni volta erano occasione per uno scambio umano e intellettuale. Era il periodo in cui Piero era candidato come consigliere regionale di Rifondazione comunista.

Nel corso degli anni (per mia colpa) i nostri incontri si sono diradati. L’ho rivisto l’ultima volta pochi mesi fa. Era seduto, come sempre, alla sua scrivania in casa editrice. Era un po’ sfiorito, certo, era un po’ “appannato” forse, ma il suo sorriso, il suo sorriso no, quello non era sfiorito, non era appannato. Così come non sfiorirà e non si appannerà nel ricordo di tanti.