La toponomastica dell’arte tra speranza, libertà e antirazzismo

Anno dopo anno, la Zona 167 B di Lecce diventa sempre meno grigia, sempre più colorata. È accaduto grazie a una serie di interventi strutturati ma anche a tanta partecipazione “dal basso”.

I murales della Zona 167b di Lecce

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Ripartire dalle estremità, per andare dritti al centro. Partendo dalle arterie, si va alla ricerca del cuore pulsante del quartiere Stadio di Lecce, conosciuto anche come Zona 167B, nato negli anni ’70 come agglomerato di case popolari e, attualmente, una delle aree più vive e attive dell’intera città.

E una delle più colorate, perché, come diceva Picasso, “l’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni”, e allora un muro dipinto, un murales, può senz’altro servire a spazzare via il grigiore che vi regnava fino a poco tempo fa. Le grandi opere sulle facciate dei palazzi sono comparse, anno dopo anno, diffondendo un senso di comunità e appartenenza al quartiere. “Dietro questi muri” si cela una virtuosa serie di iniziative, interazioni, connessioni che hanno messo in circolo cose e persone, quel tipo di fermenti che possono nascere solo in periferia.

L’impulso è arrivato da 167 Art project, rassegna a cura del Laboratorio 167/B Street che, con appena tre edizioni, dal 2017 al 2019, è riuscita a cambiare il volto del quartiere chiamando a raccolta artisti di fama internazionale. Il laboratorio è il vero fulcro della rinascita di queste strade, strette per troppo tempo tra la desolante verticalità delle “vele” e lo stigma negativo che per lungo tempo si sono portate addosso. Da oltre dieci anni, i suoi spazi al pianoterra del civico 66/68 sono il luogo dove si conducono ricerca e sperimentazione nel campo dell’arte urbana, esplorando e contestualizzando nuovi linguaggi espressivi. Da qui, hanno preso vita altre realtà e iniziative condivise. Facendosi guidare da questa nuova “toponomastica artistica”, è possibile seguire un itinerario fatto di solidarietà, antirazzismo, poesia, memoria cittadina e cultura. E, chissà, magari un giorno le strade prenderanno i nomi dei murales.

Difficile proporre un unico itinerario che possa permettere di ammirarli tutti, conviene perdersi tra gli altissimi palazzi e i colori che spuntano improvvisi, tra una serranda abbassata, il muro di una scuola e la fermata dell’autobus. E proprio da quest’ultima, quella che si trova all’inizio di via Agrigento (imboccandola da viale Giovanni Paolo II), può iniziare la passeggiata nell’arte lontanissima dal barocco.

Dietro la pensilina, dipinte sul muro, ci sono due ragazze in attesa: “Che noia, ma quando arriva?” dice una. “Spetta spetta ca mo ‘rria”, risponde l’altra.

Da qui bastano pochi passi per imbattersi, sempre a livello stradale, in una bambina con un grande pennello in mano e la frase “la vita senza libertà è come un corpo senza spirito”. Lasciando via Agrigento e proseguendo verso destra, in via Siracusa, c’è la palestra popolare. Sulle stinte serrande appaiono diversi soggetti e un invito chiaro: “Fight for your future”. Poco più avanti c’è davvero l’anima artistica della zona: il quartier generale di 167/B Street con il gemello Bepress edizioni, casa editrice indipendente che si occupa di controculture e cultura libertaria. Quell’angolo, tra angeli e madonne, sacro e profano, è un tripudio di stencil e altre meraviglie, con la “Santa Muerte” messicana e un Carmelo Bene arricchito da due angeliche alette e una gialla aureola. Sul lato opposto della strada, pochi metri più avanti, l’Istituto comprensivo “Stomeo-Zimbalo” si presenta con le mura esterne totalmente dipinte. I murales sono opera degli studenti, ma non solo, che hanno realizzato volti di tanti colori, automobili e automobilisti d’epoca in guanti e occhialoni, figure astratte e “mari di libri” con scialuppe di salvataggio e velieri.

Tornando su via Agrigento, proprio di fronte alla scuola, inizia l’ultimo tratto della camminata cittadina. Lo sguardo è catturato da due enormi uccelli aggrappati al costone di un palazzo di quattro piani, che segna l’inizio di via Ragusa dove, pochi metri dopo, si staglia “Mamma Perdono”, il pescatore di tappi realizzato da Sabotaje Al Montaje (direttamente dalle Canarie), chiara denuncia al problema dell’inquinamento dei mari e della troppa plastica in circolazione nel mondo.

Poco più avanti, sul piazzale di fronte alla chiesa di San Giovanni Battista, ecco che una “bucolica” Natività dà il la ai più grandi murales della zona. Mentre sul lato destro, lungo gli impianti sportivi, campeggia il doveroso omaggio a “Beto” Barbas. A sinistra si sviluppano “Viktoria”, la raccoglitrice di uva del greco Dimitris Taxis. E poi il commovente ricordo di Ciro Pezzella e Michele Lorusso, calciatori del Lecce che persero la vita in un incidente stradale nel 1983 e, di fronte, “Il mondo è nostro” con i piccoli Fatou e Andrea, che si abbracciano e lanciano un messaggio antirazzista alle generazioni future, entrambi opera di Chekos’art (cofondatore del Laboratorio 167/B Street insieme ad Ania Kitlas). Appare dietro l’angolo la portatrice di libri, “Bookworm”, di Artez (Serbia) e, infine, uno dei murales più simbolici: “Wish”, del pugliese Millo, con un uomo e una donna alti sei piani che si danno le spalle tra la gente e i palazzi, legati da fili rossi. A voler rimarcare che tutti siamo connessi e che, come scrive l’artista stesso, “nonostante i fili, lavoriamo sicuramente meglio quando non siamo soli”.