Addio Cecilia, la ragazza ribelle del doc

È scomparsa ieri, Cecilia Mangini, pioniera del documentario. Ormai salentina d'adozione, aveva raccontato il Sud magico e ancestrale.

Il fazzoletto bianco che si agita sulla bara di un ragazzo, il lamento ritmico delle donne vestite di nero. Il pianto di una mamma che, se solo avesse saputo, avrebbe preparato al figlio un canestro per il cammino. È il 1969, a Martano, e Cecilia Mangini, prima donna documentarista d’Italia, ci racconta un Salento sull’orlo dell’oblio, una terra sparita, arcaica, ancestrale e paurosa, come solo ciò che non abbiamo conosciuto sa essere.

È scomparsa ieri, Cecilia Mangini, pioniera del documentario, regista originaria di Mola di Bari ma ormai salentina d’adozione, tra le pietre miliari protagoniste del movimento di riscoperta della memoria collettiva del territorio, dalla ripubblicazione di “Stendalì”, il suo corto girato nella Grecìa Salentina, a cura delle edizioni Kurumuny, e di recente presenza costante alla rassegna estiva del Cinema del Reale, che le dedicò anche una superba retrospettiva.

Hai raccontato il paese dopo il fascismo e con i tuoi documentari hai scritto la storia di un genere. Nel 2005, grazie a Mirko Grasso, ci siamo messi sulle tue tracce e abbiamo scoperto “Stendalì”, girato a Martano nel 1959 col commento di Pier Paolo Pasolini”, ricordano dalle edizioni Kurumuny, “che ritrae un lamento funebre contadino rendendo su pellicola l’istituto del pianto rituale e che rimane «un sasso lucente e duro che inchioda lo spettatore allo schermo» e traccia un sentiero nel recupero della memoria collettiva”.

La ragazza ribelle, la fotografa di strada, la pioniera del documentario, l’amante dei libri, la sceneggiatrice impegnata, l’organizzatrice di rassegne ed eventi culturali, la critica cinematografica, la donna rock del doc”, la ricorda così Paolo Pisanelli, ideatore e direttore artistico di Festival di Cinema del Reale, con il quale Mangini aveva di recente ripreso i suoi ricordi del Vietnam, dando vita al progetto “Due scatole dimenticate”. Un’intellettuale lucida e intensa, una donna minuta ed energica, che ha saputo raccontare l’Italia, e quel Sud tragico e umano, come pochi. Dopo i viaggi in Vietnam e i lavori con Pasolini e il marito Lino Del Fra, anch’egli regista, Mangini torna a volgere lo sguardo in Puglia, dove, macchina fotografica e cinepresa alla mano, cammina nelle periferie, negli agglomerati urbani ai limiti delle città, tra metalmezzadri e contadini, tra ragazzi di strada e contadini.

Lei, prima donna a essersi messa dietro la cinepresa, in un mondo presidiato da uomini, appena dopo il secondo conflitto mondiale, odiava definirsi “militante”, eppure risuona ancora pungente e limpida quella voce che assedia i giovani fuori dai locali notturni di Brindisi: “Chi te lo ha impedito di informarti?”, incredula davanti all’inanità di reazioni, di fronte al pesante inquinamento della città pugliese, di fronte a questi ragazzi che avevano il sogno fisso dell’industria e del petrolchimico. Era il 2013 e insieme alla regista tarantina Mariangela Barbanente, Mangini attraversava la Puglia, tornando, come per la prima volta, a stupirsi e a farsi domande, con quella curiosità arguta, motore e spinta di ogni suo lavoro.

“Cecilia che sfreccia per Roma con la sua Seicento blu, Cecilia donna testarda, libera, inarrestabile. Dice che l’etica è importante quanto l’estetica,dice che il suo realismo è quasi sempre infedele alla realtà, dice che era leninista e anticolonialista ma poi è diventata anarchica. Cecilia dice che ora il suo sogno è quello di correre, correre correre correre veloce”, scrive ancora Pisanelli. “Ciao Cecilia, il tuo sguardo ci ha sempre illuminato”, è il saluto del Cinema del Reale,  “ora ti vediamo volare in alto nel cielo turchino”.