Addio a Cici Cafaro, poeta contadino, cantore di libertà e “amico degli amici”

È morto a 98 anni il poeta contadino calimerese. Instancabile e conviviale declamatore di versi e libertà.

Cici Cafaro con Antonio Castrignanò - ph. Salvatore Coluccia @turiddu.it

Poeta contadino, cantore, fine narratore in rima, in dialetto e in lingua grika, instancabile protagonista di momenti conviviali e canterini, è morto a 97 anni Cici Cafaro. Ne avrebbe compiuti 98 tra un paio di mesi, ma voleva arrivare fino a 100, come amava spesso ripetere a chiunque lo incontrasse. In giro per feste e concerti o nella sua casa a corte nel cuore di Calimera, dove accoglieva tutti, dispensando canzoni, stornelli, rime, “cunti” e sorrisi.

“Sono di Calimera e mi chiamo Cici, e sono l’amico di tutti gli amici, canto e suono in compagnia perché mi piace l’allegria…”, amava recitare, cantare e scrivere i suoi versi Cici, tanti, tantissimi, “a non finire”, raccolti in diversi libri, scritti su quaderni, su fogliettini e su cartelli, come quelli che segnavano la sua immancabile presenza al Primo Maggio di Kurumuny.

Tra i libri, “Opillopilloipì opillopillopà”, il primo, che è pure il testo di una canzone divenuta poi “popolare!”, e “Cici Cafaro. Io scrivo la realtà”, di Eugenio Imbriani, pubblicato da Kurumuny nel 2012, nel quale c’è un piccolo contributo di Antonio Castrignanò, tamburellista e cantante calimerese che con Cici ha condiviso tanto negli ultimi anni. Dal punto di vista artistico e umano.

Antonio Castrignanò che nella sua casa a corte ha girato anche il video di “Aria caddhipulina” e presente anche nell’incontro, nel 2008, con la redazione di quiSalento accolta con il consueto sorriso e con tanta voglia di cantare e raccontare.

Ecco un breve estratto di quei momenti che esprimono il suo spirito allegro e conviviale

Mana, stornelli e poesie d’amore

Di Antonio Castrignanò

Uomo eclettico, eccentrico e vivace. Vero.

Nel corso della sua vita impara l’arte di raccontare se stesso e la comunità che lo circonda, con una capacità straordinaria di attirare l’attenzione dello spettatore più distratto grazie alla sue doti di affabulatore.

Cici non è solo una persona, ma dieci insieme, non è solo canto e musica ma molto di più, la sua conoscenza di questa terra e delle sue viscere è trasversale: piante, erbe, pietre, cunti, proverbi, aneddoti e rimedi; ha attraversato molte vite: da contadino ad ambulante, poi emigrante e soldato, è sempre il cantastorie della corte che abita.

Il suo palco sono le botteghe di vino, le feste dell’Unità, le curti, e l’ambiente che lo circonda è sempre la sua fonte d’ispirazione e allo stesso tempo anche il riverbero di se stesso che di volta in volta si rigenera. Si adatta con leggerezza e ironia all’epoca che vive e la sua capacità di affrontare con naturalezza e disinvoltura ogni esperienza ne è una testimonianza.

Per Cici è fondamentale la dimensione politica, nel senso della polis, della comunità in cui vive, esprimendo attraverso la musica le sue idee e le sue scelte. Cici non è un cantore che ha cristallizzato il suo linguaggio ma ha una forza incredibile con cui si reinventa, improvvisando e mutando all’istante storie del suo repertorio, canti, arie e stornelli, a seconda del contesto di riferimento.

Ero poco più di un bambino quando una bottega di vino faceva da cassa di risonanza alla sua armonica e alla sua esuberante personalità, poi adolescente quando ho iniziato a frequentare la sua casa a corte, a conoscere il suo mondo, a imparare dal suo linguaggio.

Oggi mi sento arricchito dalla generosità con cui Cici ha messo a mia disposizione tutto il suo bagaglio di conoscenza e saggezza e sarebbe semplice elencare ancora molte delle sue virtù ma preferisco raccontarvi di lui in musica, come Cici insegna.