Well she’s walking through the clouds. Agnese Perulli nel ricordo di Marcello Zappatore

Agnese Perulli

Da Panama al Salento, dopo una vita trascorsa in musica e per la musica. A 35 anni lascia questo mondo Agnese Perulli, artista passata dal conservatorio “Nino Rota” di Monopoli al “Licinio Refice” di Frosinone fino al “Tito Schipa” di Lecce; componente dell’orchestra giovanile “Luigi Cherubini” fondata da Riccardo Muti e collaboratrice dell’Orchestra internazionale d’Italia. Un cuore e una voce jazz, soul e funk, con le corde vocali che vibravano tra tra sala prove e concerti, in tante formazioni diverse. Il chitarrista, musicista e compositore Marcello Zappatore, che ha condiviso con lei tanto della sua carriera artistica, la ricorda in un emozionato e sentito ritratto.

Ci trovammo una sera di quasi vent’anni fa, con Agnese Perulli, seduti sui gradini di una casa del centro storico di Lecce, a parlare piacevolmente di blues; proseguimmo la serata a casa sua – con noi c’era anche la sua amica Marcella. Fu naturale prometterci di suonare assieme, e dopo poco tempo predisponemmo un duo chitarra e voce; per me fu il primo duo con una cantante, per lei si trattava delle prime esperienze musicali. Per molti anni abbiamo condiviso grande gioia nel suonare assieme: Agnese mi deliziava con la sua voce potente e dolce al tempo stesso, ma soprattutto era totalmente libera, non aveva pregiudizi, non aveva schemi mentali che la imprigionassero; era l’emblema dell’improvvisazione jazz. Durante le nostre esibizioni potevo andare dove volevo con la mia chitarra, Agnese era sempre rapida a capirmi e a venire con me lungo le strade musicali che assieme tracciavamo in modo estemporaneo. Ricordo in particolare le sue meravigliose interpretazioni di classici internazionali come “Over the Rainbow”, “My Favorite Things” e “Little Wing“.

Non c’era solo musica, però, mi beavo della sua amicizia e della sua gioia di vivere, del suo modo di essere costantemente dentro una fiaba magica in cui tutto era meraviglioso, come se non fosse in grado di concepire il male o sentimenti avversi. Una sera stavamo rientrando da un concerto fatto assieme, entrambi nella mia auto, e il veicolo rimase intrappolato su un tubo dell’irrigazione di una campagna che stavamo attraversando; riuscimmo con la sua energia positiva a trovare la gioia e il divertimento anche in quella situazione (risolta poi grazie al letterale sollevamento della mia auto, con l’aiuto di alcuni omaccioni della zona), e lei ribattezzò la mia auto “Marta sui tubi”.

Negli ultimi anni, il solito terribile male aveva tentato di incrinare il suo sorriso, facendole conoscere la sofferenza e lo spettro di un avvenire non più spensierato; Agnese non si è arresa, non lo ha mai fatto, ha impugnato le potentissime armi della sua vitalità e della sua bontà ed ha compreso che quella vita che così gioiosamente celebrava ogni giorno doveva essere ancora di più festeggiata. Ha compreso che doveva continuare a cantare anche quando fisicamente sembrava non farcela più. Ha capito che ogni istante della nostra esistenza è una perla unica e irripetibile che non va sprecata, e ha fatto di tutto per insegnarcelo, diventando esempio fulgido per tutti. Ha compreso che non bisogna rimandare un sorriso, una carezza, una canzone, un bacio. La sua musica è diventata sempre più bella e potente negli ultimi anni, al punto da poter continuare a risuonare senza sosta nei cuori di chi la conosceva e di chi la conosce e la scoprirà ora che non è più fra noi con il corpo.

Qualche mese fa, all’inizio del 2020, doveva affrontare un delicatissimo intervento ed era ricoverata in ospedale; mi chiese di andarla a trovare e di portare con me la chitarra. Andai da lei il 5 gennaio, era domenica e soprattutto era un giorno per me altamente significativo, in quanto sarebbe stato il compleanno di mia madre, la quale, quattro mesi prima, era venuta a mancare a causa dello stesso tremendo male. Ho passato un meraviglioso pomeriggio con Agnese: abbiamo suonato assieme come ai vecchi tempi, per la pura gioia di farlo, nel reparto dell’ospedale con un pubblico composto da medici, infermieri, degenti e qualche parente e amico in visita. Suonammo vari brani, fra i quali “L’isola che non c’è” di Edoardo Bennato, e il mio ultimo ricordo, forse uno dei più belli, è stato sentirla cantare questi versi del brano: “E ti prendono in giro se continui a cercarla, ma non darti per vinto perché / chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle / forse è ancora più pazzo di te”.
Buon viaggio Agnese.

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Pubblicato da Agnese Perulli su Domenica 5 gennaio 2020