Vèste, una ricerca metafisica sull’Italia magica

Grazia Amelia Bellitta mescola il passato e il presente, la magia con la terra rozza e il fumo nero, la disperazione con l'incanto del volo degli storni. L'intervista per quiSalento.

Non è facile descrivere con le sole parole, lo stato d’animo perturbato e scosso, affascinato e incuriosito, dopo la visione di “Vèste”, la ricerca metafisica condotta da Grazia Amelia Bellitta, artista visiva, classe 1989, originaria della Calabria, ma ormai residente stabile qui nel Salento. Ritualità antiche, lontane eppure prossime, volti e voci mai sentite, eppure di famiglia, restano impressi e spingono a varcare la soglia, a continuare la ricerca.

“Vengo da un piccolo paese dell’entroterra calabro, sono cresciuta in un universo magico, un’eredità antropologica entrata a far parte del mio vissuto”, racconta, “quando ho iniziato a scoprire la mia emotività, questi ricordi erano ancora lì: mia madre che m’insegna a togliere il malocchio, noi bambini davanti a un guaritore, e ho voluto approfondire, andare alla ricerca di simboli, di archetipi, che mi spiegassero quello che avevo vissuto”.

Una ricerca, la sua, partita dalla memoria, che ha poi trovato dove arricchirsi nei documentari di Cecilia Mangini, di Luigi Di Gianni, testimonianze preziose di quell’Italia magica, di quel Meridione visionario e misterioso, ancora vivo fino a sessant’anni fa. Il rito del pianto, la scaramanzia dei contadini, gli anatemi di San Donato, le suppliche, la potenza del sogno allucinatorio e delle credenze collettive, quell’universo arcaico e ancestrale esplorato da Ernesto De Martino, oggi sepolto sotto la coltre del tempo, ma ancora palpitante.

“Ho scelto di chiamare questa ricerca “Vèste”, perché tengo molto alla figura della sarta, che cuce insieme due elementi, in questo caso quello visivo e quello uditivo, dando vita a qualcosa di nuovo”. Sembra di essere in un universo ignoto e al tempo stesso riconosciuto, di fronte ai tre video di Bellitta, che mescola il passato e il presente, la magia con la terra rozza e il fumo nero, la disperazione con l’incanto del volo degli stormi.

In “Chi ti laverà la faccia”, le lacrime delle donne piangenti registrate da Mangini in “Stendalì” incrociano il volo degli stormi, in una coreografia dalla quale non si riesce a staccare gli occhi di dosso, ipnotica e quasi disturbante per la sua bellezza, per le voci di quelle madri che non laveranno più la faccia del figlio, non gli stireranno più la camicia, per il lamento straziante di quella donna che, se solo avesse saputo, avrebbe preparato un canestro, per l’ultimo viaggio del suo bambino. E allo stesso tempo, quasi un omaggio al valore e all’importanza della comunità, a quel pianto fatto insieme e ritualizzato, al sostegno del cerchio delle donne, presenza indispensabile nei momenti di passaggio, senza le quali la morte sarebbe intollerabile.

In “Non voglio essere una formica”, si racconta la storia oggi quasi sparita degli uomini epilettici che invocavano San Donato, una storia che ancora il Salento racchiude nelle memorie dei cittadini di Montesano, nella cappella dove giungevano i malati per supplicare il santo di guarirli. Alle voci e ai suoni, immagini amatoriali, formiche e gessi colorati, smarrimento e linee geometriche. Lo sgomento di fronte al santo, che crea il male per poi curarle, sembra essere la folle corsa di quelle formiche.

Gridano “Vattìn” a una nuvola nera, invece, i contadini lucani dell’ultimo lavoro. “Questa era una formula magica che s’usava per scacciare il maltempo, perché con la pioggia o il temporale non si poteva seminare”, racconta. Il fumo scuro qui invece è quello dell’Ilva. “Nuvola, nuvola scura, che sei venuta a fare?”, non è quello che ci chiediamo un po’ tutti, guardando il cielo di Taranto?

“Ho cercato nel mio studio di non cadere nel racconto documentaristico, mescolare immagini amatoriali con i documenti audio appartenenti all’archivio antropologico del Sud italia, nell’ottica di un nuovo viaggio, di una ricerca sul simbolo che cambia e si trasforma”, conclude, “per me è stato come il rivelarsi di nuove connessioni, dal mio passato al mio presente, come un cerchio che si chiude“.