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L'armonia dei suoni di Maria d'Enghien nel palcoscenico di angeli musicanti

di VALERIA NICOLETTI

"La nostra Maria", la chiamavano i leccesi. Bella, determinata, concreta e sognatrice insieme, ricca, potente e coraggiosa, la contessa Maria d'Enghien, sposa di Raimondello Orsini del Balzo e poi regina di Napoli, almeno una volta, durante il suo soggiorno salentino, avrà alzato gli occhi e, riconoscendosi in uno dei tanti volti affrescati, nel meraviglioso soffitto dipinto della Basilica di Santa Caterina d'Alessandria, avrà immaginato e sperato che la memoria, il fascino e il potere dei suoi mirabolanti affreschi restassero immutati per secoli.
Oggi, nel 2009, un prestigioso convegno internazionale di Musicologia medievale, iniziativa della Società Internazionale di Musica, organizzata dall'Università del Salento, incentrato sul simbolismo musicale nei cicli pittorici dal XV al XVIII secolo, rende onore al sogno di Maria d'Enghien, alla "parola che si fa immagine", al desiderio che diventa colore e poi memoria.

E' una guida d'eccezione
che, nell'aria mite di un pomeriggio assolato, apre le porte, burocratiche, metaforiche e letterali, della Basilica di Santa Caterina d'Alessandria, il misterioso e sobrio edificio che giace in piazzetta Raimondello Orsini, fresco rifugio per i fedeli assediati dalla calura di piena estate e sempre ligi al dovere delle novene serali.
Il professore Luigi Mangia, rubato al riposo pomeridiano, arriva all'appuntamento puntuale e lieto di prestare anima, esperienza, parola e sapere difficilmente uguagliabili, in cambio di un paio di occhi che possano raccontare per lui, non vedente, le sfumature dei colori, la girandola di visi e mani benedicenti, l'intensità del fuoco dei martirii e la sontuosità delle gerarchie angeliche.

Ancor prima di arrivare alla Basilica, snocciola aneddoti, curiosità e una descrizione tutta sua della celebre chiesa. "O almeno è così che io me la immagino", si giustifica, lui che, pur non potendo ammirare freschi, rosoni, vetrate, reliquie e mosaici, si è battuto e continua a battersi perchè venga riconosciuto il valore del magnifico ciclo pittorico, il più esteso in tutta la regione Puglia, nonchè una delle più grandi rappresentazioni di strumenti musicali medievali in Europa. E' stata sua infatti l'iniziativa di inviare una lettera all'attuale ministro della Cultura per richiedere di candidare la Basilica minore di Santa Caterina d'Alessandria fra i beni da tutelare nel patrimonio dell'Unesco. Riconoscimento che sembra quasi spettare di diritto a questo gioiello salentino del quale la facciata, abbellita solo da un rosone e da una scultura raffigurante l'ultima cena che sormonta il portone d'entrata, non sa dire le bellezze che nasconde all'interno.

Varcata la soglia, il luminoso altare, le statue, le preghiere sommesse dei fedeli, il viavai dei turisti, tentano invano di rapire gli occhi, inevitabilmente attratti dal tripudio di colori che riveste le pareti, partendo dal basso sino a culminare nel soffitto, nel gaudente coro delle gerarchie angeliche, lucente conclusione della navata centrale. Dal pavimento al cielo affrescato d'angeli che cantano gloria a Dio, un universo di vite osannate e storie perdute, di cherubini musicanti e santi martirizzati, cavalieri, dragoni, cappe e spade, elmi e scudi crociati, aureole e vielle, strani quadrupedi dalle teste multiple, profeti ammonitori, ragazze immacolate ingabbiate, acrobazie di putti bigi.

Una fantasia di colori, simboli, tinte, che in realtà con la creatività dei pittori aveva ben poco a che fare. L'intera superficie degli affreschi, infatti, rispecchia il disegno della bella contessa che, non contenta della prima frescata, ordinò un altro ciclo di pitture, più vicino ai suoi intenti. I frescanti ingaggiati dagli Orsini, cresciuti nel clima culturale napoletano e influenzati dalle illustrazioni dei codici miniati che circolavano nella seconda metà del Trecento, furono quindi ben indottrinati dai committenti, intenzionati a donare stile e bellezza anche al più disincantato interesse.

Si narra che Raimondello avesse addirittura dei consiglieri teologici, che lo guidarono nella scelta dei temi e delle immagini, dando vita ad un linguaggio dal significante incisivo e dalle soluzioni originali: il senso dello stravagante, lo studiato simbolismo cromatico, la presenza degli stemmi nobiliari, l'orgoglio della stirpe mutato in figure, concorrono tutti a sottoscrivere un manifesto ideologico che doveva fare della basilica di Raimondello e Maria il gioiello del Sud dell'Italia e un monumento alla cultura e alla convivialità, porta d'Occidente con un occhio al mondo greco e ai vasti orizzonti culturali del Mediterraneo, preziosa struttura, oggi seconda solo alla basilica di San Francesco, ad Assisi.
"Siamo nel periodo dell'umanesimo tardo-medievale, la cui eco giunse affievolita qui al Sud", spiega il professore Mangia, "e questo capolavoro del romanico pugliese, una fusione di stili a metà tra il bizantino, il gotico, il normanno e il romanico, è stato forgiato dall'orgoglio dei nobili Orsini, dall'ambizione di Maria d'Enghien e dal desiderio di ostentare prestigio e decoro". In particolare, infatti, fu la contessa che, convinta della bontà del proprio operato, volle darne segno visibile con gli affreschi, i cui soggetti furono scelti anche con l'aiuto della comunità francescana.

Eretta nel cuore del Salento bizantino, territorio attraversato dalle influenze della cultura e dei riti greci, così come illustra la doppia scrittura posta all'ingresso del chiostro, in latino e in greco, la Basilica è testimonianza della volontà d'apertura alla modernità, verso il riconoscimento di una lingua che non fosse solo il latino.

L'altissima cultura dei Francescani minori (frati di osservazione bosniaca ai quali è tuttora affidata la chiesa) ha fatto sì che fosse un tempio di Dio ma anche un'attivissima corte, punto di snodo di mecenati, artisti e letterati, riflesso dei cambiamenti della società che lasciava il Medio Evo per addentrarsi nell'avventura rinascimentale, centro di conoscenza e musica.
Questo anche il progetto dei committenti che non hanno tralasciato il ruolo della cultura musicale negli affreschi, tema importante seppure defilato, una sfida per gli occhi, una sorta di caccia all'angelo musico giocata per tutta la superficie affrescata. Disseminati per il soffitto, nascosti tra un rosone e una vetrata, appollaiati sulle guglie interne o confusi tra santi e cavalieri, suonano melodie di immagini circa una cinquantina di angeli musicanti, guance rosee e gonfie per prendere fiato, capelli d'oro intrecciati e tuniche dai colori pastello. Sono loro gli ospiti d'onore del convegno, loro i musicanti che tutta l'Europa musicologa attende di conoscere. Ancora pochi hanno avuto l'onore di guardarli dal vivo, anche perchè non si concedono a sguardi frettolosi e visite fugaci.

Preziosi paggetti, complemento dei cicli pittorici religiosi, in particolare di quelli relativi all'Apocalisse, alla Genesi, ai Sette Sacramenti e alla vita di Cristo, si mimetizzano tra le sfumature dei soggetti affrescati, svolazzano sopra le scene più belle della Basilica, accompagnano martiri, santificazioni, crociate o ascensioni, oppure si affacciano serafici da sottili cornici, intonando la gloria a Dio, alla Vergine, a Santa Caterina e alla clemente Maria d'Enghien, enigmatiche figure, sicuramente ignare di costituire l'elemento di decoro più importante e prestigioso della Basilica.

Si contano circa 42 strumenti musicali medievali, di cui i cherubini di Galatina costituiscono la prima e la più grande rappresentazione pittorica in Europa, che si stende da quasi sei secoli sopra le teste dei fedeli, anch'essi probabilmente inconsapevoli di questo tesoro.
Così, sin dai fasti rinascimentali, mentre in terra il coro intona i canti a Dio e alle beatitudini celesti, qualche metro più su l'angelo trombettiere sveglia San Giovanni appisolato sull'isola greca di Patmos; a consacrare e onorare la solennità degli eventi cruciali dell'uomo, gli angeli con l'olifante danno fiato agli strumenti; trombe multiple, dal canneggio lungo e sottile e dal padiglione svasato, allietano Dio in trono, in un connubio di canti e musica, l'uno dal basso e l'altro dall'alto, l'uno di suoni l'altro di immagini.

Tra le infinite e caleidoscopiche composizioni di immagini, spicca l'Adorazione dell'agnello mistico, nella quale il pittore sembra abbia voluto trasporre visivamente la voce che San Giovanni crede di sentire volgendo gli occhi al cielo: otto angeli, infatti, osservano un San Giovanni smarrito e confuso e musicano la scena, servendosi di fontanelle, un liuto, un doppio flauto e una coppia di cimbali, strumenti associati ai culti greci di Dioniso e di Bacco e Cibele. Nella prima campata, dedicata al ciclo dell'Apocalisse, gli eletti che hanno vinto la Bestia cantano inni a Dio, accompagnati da cetre e liuti, mentre nella campata della Genesi, arriva l'eco di cialamelli e zampogne.

Dagli sguanci dei finestroni, una vera e propria orchestra di angeli rivaleggia con le melodie dell'organo: cialamelli, doppi flauti, zampogne, tamburi, arpe, vielle, mandole, liuti, citole, ribeche, salteri, un'armonia di suoni intensa e piena scende dal soffitto, forte di un'incredibile varietà di strumenti musicali, colti e popolari perchè, questa l'idea di base, Dio si loda degnamente mettendo insieme registri alti e bassi, coinvolgendo nobili e popolino, in un vero e proprio concerto, democratico come pochi.

La trasposizione visiva è certamente inesatta, con piccoli accorgimenti e modifiche dovute alle esigenze pittoriche, e anche la fedeltà agli effettivi strumenti musicali è soltanto presunta, data la conoscenza indiretta dei frescanti e l'ispirazione principalmente tratta dal modello della Bibbia Hamilton (manoscritto dipinto meticolosamente) e dai codici miniati napoletani; tuttavia, sarà per il coro fulgido delle gerarchie angeliche, principale punto di fuga della chiesa, sarà per l'intrecciarsi degli affreschi in un formicolio di storie o per qualche fugace angelo musicante che pare scivolare nel colpo d'occhio di un istante, ma l'intera struttura sembra suonare, in una dimensione spazio-temporale che rasenta il sovrannaturale, un'atmosfera fresca e sommessa, da cripta misteriosa, nonostante i colori sgargianti e l'altezza del soffitto.

I muri, le cupole, le alte volte sembrano esser state colte d'improvviso dall'occhio di sapienti frescanti, tutta la chiesa pare voler bisbigliare ai visitatori racconti e storie, misteri e sogni ma si limita a regalare una straordinaria panoramica che toglie il fiato e confonde l'orientamento. Sulle pareti, un brulicare di esistenze, un avvicendarsi di sguardi, un nascondersi di segreti, in circa 2500 metri quadri di affreschi, che racchiudono il sogno di Maria d'Enghien, il suo progetto, ma soprattutto il suo messaggio politico.
Sì perchè, "accanto al Ciclo dell'Apocalisse, alla vita di Gesù", spiega il professore Mangia, "dando forza, vigore e un senso nascosto agli affreschi, la bella e lungimirante contessa insinuò scene di vita della corte ai tempi di Raimondello e, prima di tutto, le sue personali rivendicazioni contro chi aveva intralciato il suo cammino".

La sorella del re Ladislao di Napoli, per esempio, Giovanna II che, alla morte del fratello, la tenne rinchiusa nella fortezza napoletana per ostacolare il suo percorso rivoluzionario. E' come se Maria d'Enghien avesse voluto affidare il suo sogno al costruire, ai pennelli e ai colori come se avesse voluto confidare nella forza delle immagini per assicurare la severa dignità della Basilica, che traspare da ogni scena. Una per tutte, la maestosa allegoria della Chiesa, scena centrale, che illustra la Chiesa sorretta da Cristo nell'atto di dare le chiavi a San Pietro e il libro sacro a San Paolo. E poi ancora la vittoria di Colui che è il Verace e il Fedele, che sconfigge l'Anticristo e il Diavolo, i guerrieri celesti dell'Apocalisse, il Messia che si presenta per lo scontro decisivo in una sorta di Armageddon pittorico, che si alterna alla placidità di scene come le Storie di Maria, la passeggiata di San Gioacchino che affida il bestiame ai pastori e va a pregare al monte, l'ammirazione dei dottori per Gesù, episodi tutti frammisti a decorazioni floreali, stellate e fogliacee.

Non appena si abbandona la Basilica, cessano le magie dell'orchestra silente e immaginifica degli angeli musici ma continua la sfilata di affreschi, anche se si fa un salto di due secoli e si arriva nel "700 con la parata di dipinti dell'arioso chiostro, suggellati dagli stemmi delle famiglie nobiliari di Galatina.
Per i più curiosi, infine, la Basilica custodisce il suo tesoro in una saletta nascosta sotto il porticato del chiostro, nel Museo di recente formazione. Anch'esso ornato di splendidi freschi e impreziosito dal soffitto arabescato in bianco e nero, il museo si rivela una piccola e inquietante raccolta di reliquie, dal dito di Santa Caterina, che la leggenda vuole strappato con un morso dallo stesso Raimondello, alla mammella di Sant'Agata, ancora oggetto di contesa con i gallipolini, una parte del teschio di Sant'Andrea, i denti di San Donato, una costola di San Biagio, una collezione di idoli moderni, custoditi sotto teche di vetro, testimonianze di quanto paganesimo sia ancora celato dietro la contenuta fede cristiana.

Scrigno di tesori, muta cassa armonica, palcoscenico di angeli musicanti e santi che hanno voglia di raccontare, la Basilica di Santa Caterina conserva integro il suo valore, ancora semisconosciuto, all'ombra della barocca chiesa di San Pietro, baluardo dei santi patroni, e rivendica il fascino dei suoi misteri e del suo glorioso passato perchè Galatina non sia solo terra di tarantate e pozzi guaritori. E se passando per piazza Raimondello, sembrerà di sentire un'arpa suonare, la melodia di una tromba, è la Basilica che freme. Varcata la soglia, un concerto silente d'immagini e colori da circa sei secoli continua ininterrotto la sua melodia per chi, stanco dell'umano orizzonte, alza lo sguardo e si lascia avvolgere dalla musica del cielo.

L'intervista/DINKO FABBRIS

Un'enciclopedia di strumenti

nella grandiosa "predicazione visiva"

Il professor Dinko Fabbris, docente di Storia della Musica presso l'Università del Salento è il co-organizzatore, insieme alla dottoressa Daniela Castaldi, del convegno "Simboli musicali nei cicli pittorici" promosso dall'International Musicological Society (Ims), Study Group on Musical Iconography e organizzato dal Dipartimento dei Beni delle Arti e della Storia Università del Salento in collaborazione con il Comune di Galatina e la Regione Puglia, che si tiene tra Galatina e Lecce dal 25 al 27 settembre. Al convegno prendono parte studiosi e docenti provenienti, oltre che dal Salento e dall'Italia, anche da Spagna, Polonia, Portogallo, Austria, Francia e Stati Uniti. Il primo incontro si svolge a Lecce presso il Monastero degli Olivetani, venerdì 25, dalle 9.30 alle 13, ed è dedicato alla "Musica nei cicli pittorici tra antichità e rinascita" e prosegue con "I simboli musicali nei cicli sacri pittorici". Sabato 26 i relatori si spostano nella Basilica di Santa Caterina a Galatina per un tour guidato e, alle 11, il professor Dinko Fabbris introduce la tavola rotonda di studio tra i diversi relatori mentre, dalle 15 alle 19, presso la sala consiliare del Comune di Galatina il tema trattato dai convegnisti è "Il ruolo della musica nel linguaggio figurato tra la città e la corte"; alle 19.30 allietano i convenuti le note del concerto musicale a cura del dipartimento di Musica antica del Conservatorio "Tito Schipa" di Lecce. Domenica 27, dalle 9 alle 12, presso il Museo provinciale "Sigismondo Castromediano" di Lecce, si discute su "I luoghi secolari della musica" e, dalle 12 alle 13, il convegno si chiude con l'assemblea generale dell'Ims.

Gli strumenti musicali medievali suonati dagli angeli musicanti rappresentano il vero e proprio tesoro nascosto della Basilica di Santa Caterina d'Alessandria di Galatina. Dall'olifante alla viella alla tromba tripla, la scelta degli strumenti è casuale, a discrezione dei frescanti, oppure c'è un significato simbolico dietro ogni strumento raffigurato, un riferimento a culture lontane e diverse da quella latina (la basilica, infatti, era un importante centro religioso anche aperto ai contatti con il mondo ellenico)? E i frescanti si sono lasciati guidare da ispirazione e conoscenze proprie o il disegno dei committenti (Maria d'Enghien e Raimondello Orsini del Balzo) era ben preciso?
"Scegliendo la forma della narrazione esemplare, i committenti dello spettacolare ciclo di affreschi di Santa Caterina in Galatina vollero proporre una sorta di summa delle conoscenze dell'uomo occidentale nella cruciale fase di passaggio tra il Trecento e il Quattrocento. Mentre l'esterno della chiesa è uno splendido esempio di confluenza tra le culture mediterranee, per le reliquie della santa giunte dal Sinai ma anche per la sua collocazione in un territorio da sempre cerniera tra Oriente e Occidente e per l'evidente omaggio a Tancredi d'Altavilla, l'interno tutto dominato dall'impronta dei Francescani (peraltro i "custodi' della Terra Santa) è stato giustamente definito una "predicazione visiva' che spiega il cammino cristologico della salvezza.
In questo messaggio di propaganda della fede, la musica assume il più alto significato: assicura la "armonia' cosmica. Ciò avviene, seguendo la trattatistica medievale, in tre distinte sfere dell'universo: la musica mundana (il suono degli angeli vicini a Dio e quello della creazione riflesso nella musica dei pianeti e delle stelle), la musica humana (quella del canto liturgico cristiano e degli strumenti più nobili, come l'organo portativo) e infine la musica naturalis (quella praticata nella vita quotidiana da tutti gli uomini, con strumenti riprodotti in maniera naturalistica e non simbolica)".

Sul soffitto affrescato della Basilica si contano circa 42 strumenti musicali diversi e rintracciarli tutti è una fatica, seppur piacevole e affascinante. C'è una strategia nella collocazione degli angeli musici o semplicemente fanno da accompagnatori alle scene cruciali del ciclo pittorico? E come si inserisce lo spettacolare evento pittorico di Galatina nel contesto storico-artistico dell'epoca?
"E' davvero stupefacente osservare la quantità di strumenti musicali riprodotti nel ciclo di Galatina, che supera ogni altra singola testimonianza iconografica italiana di quel tempo. Ritengo che, sempre obbedendo ad una richiesta dei committenti, i pittori abbiano provveduto a realizzare una sorta di enciclopedia degli strumenti musicali del Medioevo, proprio per il significato simbolico che tali "oggetti' sonori rivestono nel processo di elevazione dagli strati terreni più bassi verso Dio. Non ho contato tutti gli strumenti raffigurati ma credo siano oltre una quarantina. Ciò che più conta è che ogni categoria organologica è ben rappresentata: strumenti a corde, a fiato, a percussioni oltre alle voci. Ed è importante anche la loro disposizione, a volte isolata ma più spesso a coppie (come nelle spagnole Cantigas della stessa epoca) o addirittura in grandi gruppi orchestrali. Allo stesso tempo gli strumenti aiutano a creare situazioni "realistiche" con la perfezione della riproduzione fisica, ma restano indicatori simbolici di altri messaggi iperumani.
Per comprendere questa esuberanza della presenza strumentale, dovremmo ricordare da un lato la forte simpatia dei Francescani per la musica (testimoniata anche dalla cura con cui hanno preservato per quasi mille anni preziosi codici gregoriani e perfino campane e parti di un organo nella custodia di Terra Santa a Nazareth); dall'altra la fioritura della musica alla corte angioina di Napoli, dove nel Trecento fu presente il più importante teorico italiano della musica, Marchetto da Padova. Nella chiesa di San Giovanni a Carbonara di Napoli esiste, nella cappella Caracciolo del Sole, un ciclo di affreschi straordinariamente ricchi di strumenti musicali, assai simili a quelli di Galatina anche se in numero minore, probabilmente su commissione dei frati agostiniani, la cappella napoletana fu terminata nel 1441 e dunque pochi anni dopo il ciclo galatinese: i due casi risentirono certamente di una comune atmosfera molto favorevole alla musica nell'Italia meridionale di quel tempo".

Il convegno di musicologia è sicuramente un'occasione importante per Galatina e per la Basilica che, su richiesta di alcuni galatinesi stessi, potrebbe entrare nel patrimonio dei beni dell'Unesco. Si tratta del primo convegno dedicato alla Basilica di Santa Caterina d'Alessandria? Ed è stato pensato per relazionare su nuove scoperte o di divulgare i tesori, importanti ma poco conosciuti, della musicologia medievale nel Salento?

"L'idea del convegno che proponiamo a Lecce e Galatina è nata proprio dall'eccezionalità del ciclo di affreschi di Santa Caterina e dalla scarsa attenzione finora dedicata dagli studiosi di Storia dell'arte e altre discipline storiche alla fondamentale importanza della musica in quel contesto. Da alcuni anni si è formato in seno alla Società Internazionale di Musicologia (Ims) un gruppo di studio sulla iconografia musicale che raccoglie esperti di tutto il mondo con la sede centrale presso l'Università di Bologna-Ravenna (prof. Nicoletta Guidobaldi). Questo gruppo si riunisce ogni anno in una città diversa con un tema specifico: il prossimo anno toccherà a Vienna e a Barcellona. Per quanto riguarda il 2009, la riunione, su invito dell'Università del Salento, che si terrà a Lecce e a Galatina porterà in Puglia una cinquantina di studiosi di dieci paesi diversi. In particolare, la giornata del 26 settembre, si svolgerà interamente a Galatina a partire da una tavola rotonda al mattino, da me coordinata, all'interno della Basilica sulla situazione degli studi finora condotti e sulle nuove prospettive del contributo della musicologia.
Parteciperanno tra gli altri veterani come il professor Vetere, curatore del primo volume della ricerca sugli affreschi di Galatina pubblicato da Congedo, la professoressa Pina Belli D'Elia, che con un numero speciale di Art Dossier fu tra i maggiori divulgatori del tesoro galatinese, e la professoressa Stella Calò Mariani, curatrice del secondo volume di Congedo (la cui uscita è prevista per i giorni del convegno) che completerà la ricerca in tutti i suoi risvolti storico-artistici, e che coordina una equipe di giovani ricercatori su questo tema. Il convegno consentirà per la prima volta un completo studio interdisciplinare e soprattutto la diffusione in tutto il mondo della conoscenza della meraviglia di Galatina, giustamente proposta per una possibile candidatura quale sito Unesco". (V. N.)
(Settembre 2009)
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