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Dal Canada al Salento, il prof da Nobel proietta i ragazzi nel futuro

di CINZIA DILAURO

"Allora, ragazzi: creatività! Dobbiamo inventarci un nome per un progetto di mobilità sostenibile in città? Semplice: Movimento 5 selle!". L'aula, grande, luminosa e con un computer per ogni banco e singolo studente è una di quelle dell'istituto Galilei-Costa, uno dei cinque laboratori di informatica, nel centro di Lecce con tutta la sua mole architettonica dell'Ottocento. Il posto in cattedra è sempre vuoto perché il professore di informatica fa tutto tranne che parlare ai suoi studenti da lì. Passeggia, si siede accanto a loro, scherza con qualcuno, richiama a un po' più di silenzio.

Daniele Manni ha 55, insospettabili, anni, una dolcezza innata nei modi e nel sorriso, ed è uno dei 50 candidati al mondo, 9 in Europa e gli unici due in Italia al Global Teacher Prize, quello che è ritenuto il "Premio Nobel dell'insegnamento", promosso dalla Varkey Gems Foundation, con Bill Clinton come presidente onorario, che assegna ogni anno un premio di un milione di dollari.

La candidatura è stata innescata dalla segnalazione di un suo studente che lui non è ancora riuscito a capire chi sia. La mail inviata dalla fondazione ha rischiato di finire nel cestino insieme ai "fake" che annunciano vincite e premi vari assolutamente falsi. Tra le 5mila proposte di candidatura ricevute da ben 127 Paesi (1.300 quelle ritenute idonee) la fondazione ha proceduto a una scrematura passando al setaccio il passato professionale di ogni candidato, giungendo così ai 50 migliori al mondo. A febbraio si conosceranno i 10 finalisti che accederanno alla finale a marzo a Dubai "ma io ho già vinto", dice Manni, "per me va bene così. L'idea di aggiudicarmi il titolo, lo ammetto, mi piace, ma tutti quei soldi mi mettono sinceramente a disagio".

A portarlo sulla vetta dell'improvviso successo di oggi sono le decine e decine di progetti che ha realizzato con i suoi ragazzi in 25 anni di insegnamento nell'istituto leccese. Iniziative inconsuete e innovative non solo per una scuola del sud, ma per la scuola in generale della quale si ha spesso un'idea stantia, di un ambiente dove i professori, se non sono schiacciati dalla burocrazia, sono "affetti" da demotivazione e lassismo. Al Costa non è così. Daniele Manni è diverso.

Il primo progetto risale al 2000, quando con il sito Blues&Blues i suoi studenti si aggiudicano il premio Best of the blues website awards. Nel 2004 nasce la cooperativa "Arianoa", attraverso la quale i ragazzi fanno impresa, reale, non simulata. E poi "Res Pubblica Salentina" per promuovere il territorio mettendo in rete le sue risorse turistiche, "GPace - Giovani per la pace", diverse iniziative all'insegna del rispetto e della tolleranza, "Salento Ecoday" che organizza ben 3.500 volontari per ripulire dai rifiuti le campagne e le spiagge, il brand "Dieta Med-Italiana" per la promozione dei prodotti enogastronomici locali anche attraverso un festival. E in pentola bolle "N2₂Y4₄" (Never too Young for), ovvero la scuola aperta anche oltre l'orario scolastico per usare aule, palestra, laboratori e diventare, così, spazio per dare vita a iniziative e socializzare.

Ma il suo nome e men che meno il suo volto, in tutti questi anni, non sono mai comparsi. Ogni volta che questi progetti hanno riscosso successo e premi, non solo a livello nazionale, lui si è sempre silenziosamente defilato lasciando merito e scena ai ragazzi.

Ed ecco la "vendetta" bonaria dei suoi studenti: hanno tappezzato i corridoi del Costa con gli articoli di giornale che oggi parlano del loro professore, così come Daniele faceva quando a fare notizia erano loro.

Ma quale è la storia di questo insegnante con addosso lo stesso argento vivo che avrebbe un neolaureato al suo primo giorno, ma che si muove tra gli imponenti spazi di una delle scuole più antiche di Lecce come fosse casa sua? C'è stato chi, scavando nel suo passato, pensa di averne trovato la radice: il Canada. Quel viaggio infinito che suo padre Gregorio e sua madre Teresa affrontarono nel 1958 lasciandosi Racale alle spalle per raggiungere uno zio che aveva una fabbrica di mobili e bisogno di un capomastro. Quindici giorni di nave, da Napoli in Sicilia, e poi Lisbona, l'approdo ad Halifax, finalmente, e ancora due notti e un giorno di treno per raggiungere Toronto.

Teresa portava in grembo Daniele già da un mese e negli anni che vennero in terra canadese nacquero anche Renato e Giulio. Lavorarono duramente, anche venti ore al giorno, e quando ritennero di aver risparmiato abbastanza per tornare a casa, Daniele, allora undicenne, per non perdere mesi preziosi di scuola, rifece a ritroso quello stesso viaggio da solo. "Passai da un Paese opulento, organizzato, pieno di ipermercati e con 99 canali televisivi, alla casa dei miei nonni che aveva il bagno fuori e la tv che aveva pochi canali e trasmetteva solo dalle 18", racconta, "ma questo radicale cambio di stile di vita non l'ho mai vissuto in maniera negativa. Non parlavo italiano ma avevo molta curiosità, tutto mi sembrava un'avventura. E lo racconto a quei genitori che qualche volta mi dicono che per il proprio figlio sarebbe un trauma passare dalla sezione A alla sezione B".

Quando tornò al suo sud, papà Gregorio avvertì subito il sapore amaro della scelta sbagliata. Capì che, forse, tornare era stato un errore. "Si era abituato allo stile di vita canadese: organizzato, funzionale ed estremamente rispettoso degli altri", dice Daniele. Ebbe il tempo di allestire il suo laboratorio di falegname a Racale, ma non di godersi il frutto di tanti sacrifici. Teresa rimase da sola con tre figli da allevare e Daniele, ad appena 18 anni, si sentì subito investito della responsabilità del capofamiglia andando a scuola la mattina e continuando il lavoro del padre nel pomeriggio.

Poi la partenza alla volta dell'università di Torino. L'idea era di studiare ingegneria e a fargliela mulinare in testa fin da bambino fu un vicino di casa in Canada che un giorno gli chiese "cosa vuoi fare da grande?", lui rispose che non lo sapeva e quello pronunciò la fatidica frase: "Fai l'ingegnere, che con una firma guadagni un sacco di soldi". Quasi per puro caso e all'ultimo momento, Daniele decise invece di iscriversi alla facoltà di Scienze dell'informazione, dopo che un ragazzo di Taviano, semplicemente, gli disse "Perché non ti iscrivi a informatica?". E lui: "E che cos'è?".

All'indomani della laurea, nel 1984, i telegrammi delle aziende che gli proponevano un lavoro arrivarono a pioggia. Erano gli anni in cui le sue conoscenze rappresentavano un tesoro per l'industria tecnologica, ma Daniele non voleva sentirsi parte di un'informe "manovalanza", neanche Ibm, Olivetti e Hp riuscirono a solleticarne l'interesse. La sua indole era indubbiamente imprenditoriale e ad appagarlo, non lontano da casa, furono le consulenze alle aziende nell'ambito di computer. "Intanto", ricorda, "snobbavo le chiamate all'insegnamento dal Provveditorato, fino a quando, ritenendo che non mi sarebbe pesato più di tanto, accettai una supplenza a Copertino di sei ore la settimana".

Fu una folgorazione. Daniele scoprì di amare l'insegnamento e ad aiutarlo in quei primi giorni di scuola da adulto fu anche il fascino di una materia, l'informatica, all'epoca avvincente e misteriosa, in grado di tenere altissima e costante l'attenzione di una classe.

Il più bravo professore al mondo, secondo il Global Teacher Prize, deve avere: dato uno straordinario contributo alla professione, capacità di innovazione, capacità di aprire la mente dei propri alunni, offerto il proprio contributo alla comunità e incoraggiato ad abbracciare l'insegnamento. Ma per Daniele Manni tutto questo viene dopo.

Dopo aver assolto, secondo lui, al primo dei doveri di un insegnante, ovvero trovare il giusto canale di comunicazione con i propri studenti. Andargli incontro insomma, raggiungerli senza aspettarsi che siano loro a doversi adeguare al linguaggio degli adulti, dei professori, della scuola. "È così", spiega, "che si crea quell'empatia per la quale, alla fine, i miei ragazzi si impegnano e si applicano anche per non deludere chi ha creduto in loro. Se rinunci a questo, passi mezza giornata a zittire la classe e non raggiungi alcun risultato".

"I primissimi anni in cui insegnavo", dice, "non avendo avuto modelli migliori, imitavo i professori che io stesso avevo avuto. Un giorno però ho realizzato che assolutamente nulla, neanche il tanto temuto programma ministeriale, mi impediva di essere me stesso e insegnare a modo mio. Quando vidi per la prima volta il film 'L'attimo fuggente', pensai: allora non sono pazzo? Non sono l'unico!".

Se gli si fa notare che, purtroppo, è un po' una mosca bianca nel sistema scolastico, Daniele reagisce con forza: "Io credo che per un insegnante questo entusiasmo debba essere naturale. Tutti mi chiedono da dove traggo tutta questa energia e la voglia di fare. E allora io penso, per esempio, al Papa. A questo Papa che piace a tutti perché è bravo e umile. Ma un uomo di Chiesa non dovrebbe essere così? Non dovrebbe essere strano il contrario?". Ed ecco la nota dolente: perché non lo è?

Intorno, tra le mura su cui si affollano scritte di ogni genere, così come in qualsiasi altra scuola, si avverte il brulichio della giovinezza. La campanella suona e le aule rigurgitano entusiasmo, allegria, saluti, uno studente cammina lambiccandosi con un cubo di Rubik. Lo sanno? Si rendono conto che oltre quei corridoi bianchi, fuori, raramente qualcuno crederà in loro e gli offrirà una possibilità? Sì, un po' lo sanno, grazie a quel pizzico di intraprendenza che Daniele gli ha instillato, allo spirito di impresa che è comunque gravido di rischi e responsabilità ma anche di merito e soddisfazioni.

Il 2 gennaio Daniele ha dichiaratamente approfittato del suo breve periodo di notorietà per scrivere una lettera a Matteo Renzi in cui chiede di valorizzare la professione degli insegnanti e più dignità, anche economica. La lettera è rimbalzata in Internet di sito in sito, e nell'indiscriminato "sfogatoio" dei forum, qualcuno ha anche detto che da un candidato al Nobel dell'insegnamento ci si sarebbe aspettati di più che un mero discorso di stipendio. "È una visione semplicistica", spiega Daniele, "io ritengo che l'insegnamento sia importante e per questo vada pagato nel modo adeguato, anche per restituire alla società l'immagine che una professione così fondamentale per il futuro del Paese dovrebbe avere. Il mio sogno è una scuola dove gli studenti non vedono l'ora di entrare al mattino. Ma io posso vantarmi del fatto che quando la campanella annuncia la fine della lezione, i miei ragazzi si arrabbiano perché vogliono ancora lavorare".

Continua a schernirsi quando si parla delle sue possibilità di vittoria, ma comunque vada Daniele Manni è e resterà tra i 50 migliori professori al mondo. E se quel milione di dollari arrivasse veramente? "Tengo a precisare che sarebbero centomila dollari all'anno per i prossimi dieci anni. Penso che accenderei un mutuo per comprare una casa". E il resto? "Con il resto potrei finalmente rispondere sì a tutte quelle idee che i ragazzi mi propongono ma per le quali non abbiamo i soldi". E dopo tutta questa tecnologia, cosa farai dopo il tuo ultimo giorno di scuola? "Riprenderò in mano gli attrezzi di mio padre e costruirò giocattoli di legno da regalare".

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