Gli oggetti parlanti di Isabella Faggiano, la bellezza per scacciare via la paura

Le particolari composizioni dell'artista sul profilo Instagram Radicenomade

ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade
ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade
ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade
ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade
ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade
ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade
ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade
ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade
ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade
ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade ISABELLA_FAGGIANO_radicenomade

Se la radice è ben piantata nel Salento, a San Cesario di Lecce, l’immaginazione, no. Quella viaggia, supera il grande portone chiuso sulla piazza del paese, si getta fuori dalle finestre del palazzo, si accoccola, ma solo per un po’, negli oggetti che parlano facendo capolino nella bacheca dei “profili amici”. L’immaginazione è girovaga per antonomasia. L’immaginazione è “Radicenomade”, il profilo Instagram di Isabella Faggiano dove da quando è cominciata l’emergenza coronavirus, una alla volta, piano piano, sono iniziate a comparire le immagini delle sue particolari composizioni di “oggetti parlanti”.

“Ho iniziato il terzo o quarto giorno di quarantena”, racconta Isabella, “era un momento in cui mi sentivo bombardare da notizie negative, bollettini di morti e contagiati, e anche fake di vario tipo. Ho capito che non volevo far parte di questo meccanismo e tantomeno subirlo. Volevo che la mia reazione fosse quella di creare qualcosa di positivo e leggero”, dice, “qualcosa che rifuggisse dall’ansia per me e per gli altri. Cercavo un modo di comunicare che fosse profondo ma anche un po’ ironico, addirittura dissacrante, o che a volte potesse restare sospeso come un interrogativo”.

Isabella è un’artista orafa, lavora il metallo realizzando piccole gioie che spesso si ispirano a un particolare architettonico, a un decoro salentino, alla perfetta esistenza delle api, ma il suo talento fa il paio con un’indole di osservatrice incantata delle cose semplici. È una predisposizione rara, soprattutto in questi tempi di omologante bellezza e ostentata retorica.

Lei possiede la cura del gesto meditato, la premura della parola calzante, la leggerezza dell’insieme dialogante. Nascono così le sue opere, dal primo gesto di stendere una tovaglia colorata per poi disporvi oggetti che evocano ricordi infantili, profumi assopiti, giochi solitari, manualità consuete. Piccole cose già intrise di storie e di una memoria che appartiene a lei o a tutti, parlano del “prendersi cura di sé”, del “Tempo che scorre troppo lento”, “dell’essere operosi per non lasciarsi andare”, del “Restare con i piedi per terra e risparmiare le energie”, di “Guardare il mondo con occhi diversi”.

Calzini spaiati, lumachine e conchiglie, un’arancia e un cavolo cappuccio, uno specchietto, qualche seme e una cipolla, un pennello, due molle arrugginite, una banana e un fiore giallo, una scatola di fiammiferi, un lucchetto e una boccetta di vetro. Ogni cosa rimanda a un’altra, accanto, sopra, sotto, prende vita un rebus di pensieri che diventano parole, poi frasi e poesie che molto presto avranno anche un sonoro dal sapore “felliniano” (grazie al montaggio sonoro di Daniela Diurisi) per esplorare la misteriosa soffitta di noi stessi.

Le sue composizioni non hanno, ancora, un nome, una “cornice”, un’etichetta che le definisca senza margine di errore ma, dice lei stessa, “Sono gli altri a chiamarle in tanti modi diversi. C’è stato chi le ha chiamate ‘caroselli pop contemporanei’, chi semplicemente ‘fotostorie’ o ‘fotopensieri’. Io stessa mi sono stupita dell’effetto che hanno avuto sulle persone e adesso è diventato un rituale quotidiano. Ma vorrei che un giorno contribuissero a finanziare qualche realtà artistica che attualmente è in difficoltà per via dell’emergenza”.

La bellezza cura l’anima. Le opere di Isabella sono come un’amica che ci sussurra qualcosa di bello all’orecchio, per cacciare via la paura e “non fare entrare l’ombra negli occhi”.