Per la stessa ragione del viaggio

I Kulu Sé Mama in uno scatto di Giacomo Rosato

C’è poco da fare: quando ci si trova di fronte ad un gruppo, nel senso più genuino della parola, lo si averte subito, in ogni accordo, in ogni nota. Si sente in ogni pezzo di “Nécessaire de Voyage” (Dodicilune, 2018), il primo disco dei Kulu Sé Mama, multiforme quintetto che ha attraversato trent’anni di musica e diverse formazioni, fino a giungere a quella attuale. Punti fermi, allora come oggi, sono Gabriele Rampino e Maurizio Bizzochetti che, insieme a Maurizio Ripa, Maurizio Manca e Daniele Bonazzi, propongono sette tracce originali per sviluppare il brillante esempio di quel “cantiere di lavoro” che l’ensemble rappresenta.

Se il disco sia più jazz, più fusion, più avanguardista o più elettrico, rimane una “Anwerless question”, come spiegato anche nella seconda traccia, improvvisa e imprevista, che lascia pochi punti fermi. O come narrato dalle ariose sensazioni lasciate da “The magician whistler”, o ancora sui richiami latini di “Endless mirror”, con una chitarra a solleticare ricordi di flamenco.

A chiusura di tutto c’è “They say it’s a ballad”, che sintetizza in maniera emblematica l’idea madre, alla base delle ragioni del viaggio. Una ballata che non è una ballata, un nome che rimanda a Coltrane (“Kulu sé mama” era proprio un album del sassofonista statunitense) senza che la musica proposta sia necessariamente vicina a ideali classici e bebop. Perché, in fondo, si tratta di un viaggio nel tempo e nel gusto, tra sedili di velluto e luci soffuse, su un treno che attraversa l’Europa, in maniera elegante e raffinata.