Parabita: il diamante dell’architettura contemporanea sulla collina

Necropoli postmoderna, tempio dalla forma di diamante, prezioso gioiello funerario, il cimitero monumentale di Parabita svetta sulla cima del paese. Qui, tra spirali di pietra e geometrie sinusoidali, l’eternità diventa scoperta e iniziazione.

Ai piedi dell’altura che costeggia l’antichissimo convento degli Alcantarini, a Parabita già s’intravede il maestoso diamante. Nuda pietra che sfida il cielo, diagonali di carparo e audaci spirali di cemento amato, il cimitero monumentale di Parabita quarant’anni fa non era che un’immensa cava di arenaria locale, un “luogo che sembrava estraneo e ombroso, troppo rude per essere dedicato”, così ricorda l’architetta Paola Chiatante, autrice del progetto insieme all’architetto Alessandro Anselmi dello studio Grau (Gruppo romano architetti urbanistici). Oggi, la grandiosa magione funeraria, ideata nel 1967 e ultimata nel 1982, è un capolavoro della nuova architettura postmoderna, unico in Puglia, prima opera pubblica a livello internazionale dalle forme geometriche cangianti, ricercate, immaginifiche.

Il prezioso gioiello resta tuttavia sconosciuto, anche nel Salento, al grande pubblico dei non specialisti, spesso scoraggiati dalla struttura complessa che si svela solo a chi dimostra il co- raggio e la volontà di cimentarsi in un itinerario che ha le sembianze di un’iniziazione. “Una riscoperta di spazi”, scrive il fotografo Roberto Signorini, che nel 1992 ha dato vita a un racconto fotografico sul cimitero, “ricostruiti uno ad uno da un bisogno interiore, da una necessità di relazione: il ponte, la scala, la gradinata, il muro, la porta, le case, le torri, la via, la piazza, le mura, il vicolo, il cortile; fino al contatto immediato con la pietra, non più materiale inerte ma struttura che contiene la possibilità di tutte le strutture”.

Quella pietra color pensiero che non si modella, ma si dispone, ricomponendo un capitello corinzio scoppiato, l’archetipo che, secondo Anselmi, è una “forma primaria, alla quale tutti riconoscono un significato e che permette di chiarire la storia”. Riposa sulla collina la città dei morti, con la sua misteriosa architettura, consacrata alla morte, singolare percezione di opposizioni costruite in armonia: incastri, corridoi, salite, scalinate, sterminati terrazzi, vicoli nascosti e viuzze celate all’occhio distratto, che fanno del cimitero di Parabita un castello di pietra, un complesso che inganna la vista e imbroglia la logica, uno straordinario trompe l’oeil architettonico.

Punto di fuga dell’intera struttura è il diamante centrale, dove si riversano attese e illusioni, maschera di un tempio che non è che facciata, trasformandosi da meta a punto di partenza. È da qui, infatti, che il passo, prima spedito, diventa esitante, davanti al gioco di gradinate e salite impervie, di inaspettate entrate e molteplici uscite. Anomale prospettive infrangono le leggi razionali dell’architettura, superando gli statici dettami dell’ortodossia modernista, con un dinamismo delle forme che sfida la morte. Campo di battaglia è questa necropoli postmoderna, dove la calma non è pace ma tacita inquietudine, insolito rifugio di colombi sfacciati, labirintico parco giochi per i bambini strappati alla vita, spirali capricciose e scalinate impreviste, ma anche ossari vuoti rassegnati all’incuria.

Accanto giace, riposante e nostalgico, il vecchio camposanto, che dorme di fianco all’imponente bellezza del cimitero monumentale. Qui i secoli non hanno intaccato il fascino misterioso delle croci e i tumuli coperti di terra sognano ancora placidamente. Lungo la scalinata ombreggiata dai cipressi, i fiori sono sempre freschi e le gocce di muschio si confondono con i segni del tempo. Qui i viandanti solitari ritrovano un raccoglimento che nell’architettura maestosa ma quasi laica del cimitero vicino non c’è, un profondo senso di religiosità. Un silenzio privo di timore e turbamento aleggia in questo piccolo giardino incantato, e la paura della morte sembra quasi svanire.