Le api del Parco Paduli, il dolce ritorno al passato

Appare rigogliosa e lussureggiante la campagna salentina autunnale, grazie alle abbondanti piogge che hanno dissetato la terra in una annata particolare. Calendula, senape, rosmarino, sono solo alcune delle fioriture stagionali sulle quali si osserva svolazzare e bottinare l’insetto, operoso e utile per eccellenza: l’ape, che col suo ronzio e la sua presenza allieta le soleggiate giornate d’autunno, preparando la scorta per i mesi freddi, per quando mancherà il nettare e la “famiglia” dovrà sfamarsi con il miele che sarà riuscita ad accumulare.

E l’inverno è alle porte, così come il Natale, lo sanno le massaie salentine che cominciano a pensare anche loro a fare scorta del prezioso nettare per la preparazione dei dolci tradizionali: “cupete”, “purceddruzzi”, “carteddrate”. Come una stratigrafia archeologica, queste preparazioni rivelano antichi incroci di culture che hanno influenzato il territorio. Sono principalmente arabi e greci che hanno donato saperi e sapori. E l’apicoltura di Terra d’Otranto vanta una storia antica, testimoniata dagli apiari storici ancora presenti nelle masserie e in alcune abitazioni (“ucche d’api”, venivano chiamate), ma anche dalla toponomastica.
Questa storia a volte si intreccia a quella di alcune famiglie, legate da generazioni al piccolo ma tanto prezioso insetto. Un esempio è quello di Adriano Negro e della sua famiglia che, tra alti e bassi e con una buona dose di tenacia, ha riscoperto l’antica arte dell’apicoltura, arricchendola con una nuova visione imprenditoriale.
Adriano ha 34 anni e vive a Botrugno, è tornato nel Salento dopo un lungo periodo trascorso a Milano. Ci accoglie insieme al padre Rocco nel campo dove tengono le arnie. “L’apicoltura era una passione di mio nonno che per cinquant’anni circa ha gestito Casino Mellone. Lì c’era il tradizionale “aparo” all’interno di un campo di rosmarino, con le “ucche” dove si andava a prendere il miele. Quando mio padre si sposò, mio nonno gli regalò alcune famiglie di api, che mio padre cominciò a gestire qui in casa, nel giardino, come facevano molti allora”, racconta Adriano.

Erano gli anni ‘80 e, di lì a poco, avrebbe fatto il suo avvento il terribile acaro “Varroa destructor”, un parassita molto aggressivo, che in quegli anni diede un durissimo colpo all’apicoltura salentina. “Non capivamo perché le api morissero”, racconta, “imputavamo il fatto all’utilizzo dei pesticidi, che cominciavano a diffondersi massicciamente, una volta perse quelle famiglie quindi, abbiamo abbandonato tutto. Le arnie sparirono ovunque, anche in paese, dove prima quasi tutti avevano qualche famiglia di api sulla terrazza, per produrre il miele necessario per le feste di Natale. Qui a Botrugno rimasero solo un paio di vecchiette che si dedicavano all’apicoltura. Ma non quella razionale, quella fatta ancora all’antica, in maniera casalinga”.
La differenza tra questi tipi di apicoltura è che, nella prima, quella tradizionale, il prelievo del miele comportava la distruzione di parte dell’arnia: bisognava togliere il favo senza poterlo rimettere al suo posto. Con l’apicoltura razionale, invece, si può prelevare il miele senza danneggiare il nido.

“Con la grande moria di api degli anni ‘80, iniziammo a pensare che nel Salento l’apicoltura non si potesse fare, che l’ambiente non fosse ospitale”, racconta Rocco, padre di Adriano, che lo accompagna nella sua attività. Fu così che affumicatore e maschera finirono in cantina e l’apicoltura in casa Negro non venne più praticata. Sino a quando, qualche anno dopo, le vicende personali di Adriano lo riportano nel paese natale.

“Dopo 10 anni di vita a Milano dove lavoravo in uno studio di architettura, decisi di tornare a Botrugno. A Milano, capitale dell’economia, monetizzano tutto e questa influenza mi ha portato a ragionare su quale potesse essere il mezzo per qualificare i terreni che avevamo. Iniziammo con l’olivicoltura, ma con l’avvento del Co.Di.Ro (Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo) abbiamo cominciato ad avere problemi di produzione. È qui che riemergono i ricordi di bambino: i favi che grondavano miele poggiati nella vasca in giardino e poi c’erano quegli strani attrezzi che continuavo a vedere in cantina e con i quali sentivo di avere un legame interrotto”. Come in un film, le api tornano quindi nella storia di questa famiglia.
“Dovevo partire per l’America”, continua il racconto Adriano, “andare a Miami e aprire uno studio lì. Sapevo che se fossi partito non sarei più tornato e allora mi resi conto di alcune cose. Un amico di famiglia mi disse: per il lavoro che fai, se vuoi tornare nel Salento, ti conviene farlo il prima possibile, perché hai bisogno di crearti una rete, un network di fornitori e di clienti; non puoi pensare di tornare a 40 anni e portare con te tutto il tuo bagaglio culturale: qui sarà come riprendere da zero. Questo fu il primo campanello d’allarme: se parto non torno più, mi dissi, perché sarà sempre più difficile mollare tutto. Fu così che tornai nel Salento. Qui a casa fu una sorta di lutto generale, non capivano perché volessi tornare a Botrugno, ma la mia scelta era dettata da un legame alla terra che, forse, accomuna tutti i meridionali, più o meno consapevolmente”.

Adriano torna quindi nel suo paese e inizia ad esplorare le possibilità del territorio. Si avvicina dapprima all’associazione “Abitare i Paduli” che, in un’area che si estende per 5.500 ettari compresa tra i comuni di San Cassiano, Botrugno, Nociglia, Surano, Giuggianello, Scorrano, Muro Leccese, Supersano, Sanarica e Maglie, ha creato un percorso di multifunzionalità in un parco agricolo fortemente antropizzato, costituito soprattutto da oliveti. L’idea di tornare all’apicoltura viene di conseguenza, all’inizio solo per gioco. “Era il 2014, durante un programma tv che parlava di api, io e mia madre abbiamo cominciato a fantasticare, mentre mio padre ci scoraggiava. Io però non mi rassegnai, iniziai a informarmi sui metodi razionali di apicoltura e finalmente acquistai delle arnie”.

Nasce così l’Azienda Agricola Sciglio e i dolcissimi vasetti de “Il miele millefiori del Parco Paduli”, nome che accompagna l’avventura imprenditoriale di Adriano che, ci tiene a dire, non sarebbe nata senza l’appoggio e il contributo di tutta la famiglia.
Il miele che produce è di due tipi: millefiori primaverile e millefiori estivo, il primo più chiaro, il secondo di colore bruno intenso. L’obiettivo dell’azienda è innovativo e semplice allo stesso tempo: raccontare un luogo attraverso un prodotto. Il millefiori è un po’ la carta di identità di un territorio, un bouquet, un arcobaleno di profumi, aromi e colori che caratterizzano un’area e la rendono unica. “Il nostro millefiori racconta il Sud Salento in una determinata stagione. Basta spostarsi di pochi chilometri per trovare altri fiori, ad esempio l’asfodelo che fiorisce ai primi di marzo, ambito dalle api perché tra le prime fioriture”, dice Adriano. E passeggiando tra arnie e rosmarini in fiore, si riflette con Rocco: “Oggi come oggi se uno dovesse vivere di apicoltura qui nel Salento, non potrebbe farlo senza muoversi, senza praticare del nomadismo. Qui non ci sono impianti arborei né colture importanti per le api, come girasole, erba medica, coriandolo. Inoltre domina una grande ignoranza: se chiedi di portare le api in un campo, tanti dicono di no, non capiscono che sono benefiche, ne hanno timore. Poi il recente Decreto Martina ci ha proprio ha tagliato le gambe: i trattamenti previsti sono incompatibili con la vita delle api. A questo si aggiunga lo smodato uso di pesticidi per gestire il verde pubblico. Per noi l’apicoltura è anche una sfida. Le api, si sa, sono degli indicatori di salubrità di un ambiente, migliori di qualsiasi centralina”.

Oggi l’Azienda Sciglio sta lavorando per la conversione biologica. I clienti arrivano anche da lontano per acquistare il loro miele e la propoli, che producono in soluzione idroalcolica.
Adriano ha molte idee per il futuro, tutte con alcuni elementi in comune: cucire insieme ciò che esiste già sul territorio, mettendo a valore elementi a volte anche molto differenti. Infondo l’innovazione è questa: declinare in una visione contemporanea ciò che per secoli ha accompagnato la vita dell’uomo.
In questo senso la storia della famiglia Negro, di Adriano e del suo miele dei Paduli è emblematica, e racchiude un po’ il cuore di ciò che le nuove generazioni dovrebbero riuscire a fare, ovvero guardare con occhi nuovi ciò che si ritiene vecchio, e scoprire così che il meglio deve ancora venire.