L’albero, il futuro e il contrabbasso di Bardoscia

Che fine ha fatto il futuro? Che forma dare al tempo che verrà? Negli ultimi decenni sempre più pensatori ed intellettuali hanno iniziato a porre queste domande in seguito ai cambiamenti sempre più radicali e profondi che le società contemporanee stavano affrontando nel corso del loro sviluppo.

All’alba del nuovo secolo queste domande, così come tante altre, si sono fatte sempre più urgenti, necessarie, incalzate anche da una “nuova” (nuova per l’opinione pubblica generale, non certo per il mondo scientifico) questione: quella dell’impatto umano sui cambiamenti climatici. Anche la musica ha da dire la sua, tanto che negli ultimi anni sempre più artisti hanno iniziato a trattare determinate tematiche, ad agire e a lanciare appelli.

Parte da questa presa di coscienza, quindi, Marco Bardoscia, musicista, compositore e contrabbassista salentino, il quale ha ben chiara la sua forma di futuro: quella di un albero. Forma all’apparenza semplice, comune e quotidiana ma che nasconde, invece, una sua logica tutta da estrinsecare, disseminata fra il labirinto delle radici, le crepe della corteccia e lo slancio verso il cielo dei rami. I nove brani di “The future is a tree”, esordio come band leader per Bardoscia per la Tuk Music di Paolo Fresu, hanno proprio le fattezze degli alberi, con la base ben piantata nel jazz, sviluppandosi attraverso un lirismo e un gusto per la melodia molto accentuato e per poi aprirsi delicatamente a sviluppi più sperimentali ed imprevisti. La scelta del trio è perfetta per rendere i pezzi agili, aperti e diretti, con il tocco cristallino di William Greco al pianoforte a disegnare melodie e soli intimisti e la batteria di Dario Congedo che dà prova, ancora una volta, di cosa voglia dire coniugare gusto, originalità e groove; semplicemente, fra i più grandi batteristi oggi in Italia.

Ed è proprio il drumming di Congedo che dà modo di capire che qui tutto ruota intorno alla compartecipazione degli strumenti e al loro intenso dialogo, creando una fitta rete di suoni, ritmi e dinamiche come la vita brulicante ai piedi di un albero. Vita interconnessa e ciclica, come le stagioni, qui rappresentate nella prima parte dell’album dalla leggerezza e la dolcezza di “Estate”; il bianco e nero elegante di “Autunno”; l’infinita attesa, sotto alla quale cova un piccolo fuoco ardente, di “Inverno”; la danza vorticosa di “Primavera”.

La seconda parte di “The Future Is A Tree” è dedicata invece ai cambiamenti climatici in atto, con brani, a differenza della suite iniziale, slegati fra loro ma tutti accumunati dallo stesso sguardo verso il tempo, la natura e la relazione dell’uomo con essa: uno sguardo ora malinconico (“Shuruq”) e pensoso, ora meravigliato (“Chorino delle foglie volanti”) e rapito (“Segnavento” e “Mistral”), e che lancia il suo ultimo disperato appello per una Terra martoriata nel requiem finale di “Aquicella (Edyta)”. Non bastano solo il jazz e la musica per salvare il pianeta: non di meno, l’arte può indicare scenari ed evocare immagini quanto mai necessarie. Se per Marco Bardoscia il futuro ha la forma di un albero, speriamo allora che esso riesca a mettere radici.