La premura dell’ignoto nella chiesetta di campagna

Nel dolce declivio della Valle della Cupa, in agro di Lequile, le porte della chiesetta della Madonna del Pisello sono sempre aperte. Il secentesco edificio sorge sul crocicchio di tre strade, un tempo importantissima intersezione viaria, oggi percorso prediletto di runner e ciclisti che non possono fare a meno di varcarne la soglia.

A indicare che occorre voltare a destra c’è un grande pino dalla chioma a ombrello. Da qui ci si può abbandonare fiduciosi allo scorrere sinuoso della strada, mentre si cerca inutilmente di scavalcare con lo sguardo gli alti muri che celano le ville immerse nel verde. La chiesetta della Madonna del Pisello, o del Presidio, spunterà all’improvviso come se i secoli l’avessero abituata ad aspettare visite. Perennemente aperta sulla strada di chi passa, prende il nome dalla tenuta con la quale confina ed è come un invito indeclinabile, a fermare il passo, concedersi una sosta, una preghiera, un pensiero in solitudine.

Doveva essere così anche al tempo in cui fu eretta, lì sul quel crocicchio che intersecava la strada che da Lecce passava per l’antica Rudiae, per proseguire verso San Pietro in Lama e Copertino. “In onore della Vergine Maria questa cappella è stata eretta da Vincenzo Serodobato Veneto con sua cura e con le offerte dei fedeli – 1625/29”, si legge sull’architrave della porta d’ingresso. Unico indizio storico, dopo l’irrimediabile deteriorarsi dello stemma in pietra sulla finestra della facciata.

Varcandone la soglia una zaffata di “animali e campagna” afferra implacabile le narici ma è come se la fede popolare diventasse all’improvviso tangibile e concreta. Come se questo sentore, invece che il nobile incenso, rimarcasse la differenza tra “le chiese erette dalla Chiesa” e quelle “erette dai fedeli”. Un passo dentro e gli occhi corrono intorno senza sosta. La sensazione è quella di trovarsi nella casa di qualcuno. Ogni cosa al suo posto e secondo il suo gusto. Tutto sembra dire “siediti”. A pagare lo scotto della porta aperta giorno e notte, sono le tre panche al centro e le sedie spaiate contro il muro, coperte dalla polvere. Di certo, qualche volta, vi si saranno sedute le tabacchine che un tempo lavoravano nel grande tabacchificio vicino. Magari ci venivano trafelate a raccomandarsi, chiedere una grazia, un po’ di sollievo per l’anima, sì, ma anche per il corpo sfinito.

Al cospetto del grande affresco della Vergine Odigitria non si è soli. La parete di destra è un pullulare di volti sotto la scritta “In memoria dei nostri cari”. Sembrano essersi dati convegno in questo lembo di campagna insieme alle immagini dei santi, della Madonna, di Papa Francesco, tra piante e fiori, veri e artificiali, rosari di ogni forma e dimensione, statuine, medagliette, angioletti di ceramica e lumini tutti rigorosamente accesi. Ci si può perdere dinanzi a questa folla di sorrisi e pose seriose, alle loro storie interrotte e sconosciute che si inanellano l’una all’altra nel bianco e nero di inizio secolo scorso, nel virare al giallo di quello successivo, nel taglio polaroid, nello sbiadirsi della pellicola lungo il tempo che scorre.

La premura di una mano ignota si scorge ovunque, così come la fiducia nell’altro: la porta di ingresso non ha neanche la toppa per la chiave. Una fiducia qualche volta tradita: “Riportate la scatolina in silver che avevo qui portato per devozione alla Madonna. Qui si viene per pregare non per rubare. Quella scatola conteneva le ceneri di una persona (poi sparse)”, si legge su un biglietto lasciato sul leggio. I perentori moniti continuano all’esterno lungo il muro adiacente. Tra oleandri, cycas, agavi e falso papiro accuditi con perizia, spicca una scritta in rosso “Non buttare pattuma!!!”. L’eco di un’unica parola risuona nell’anima: rispetto. Per questo luogo antico nato da una fede umile. Per chi vi ha portato il ricordo di una persona cara. Per le mani di quell’ignoto che se ne prende cura, sagrestano orfano di parroco, messe e incenso. Custode di preghiere e pensieri in solitudine.

DOVE SI TROVA: la chiesetta si trova in agro di Lequile. Procedendo da Lecce verso San Pietro in Lama (SP16), poco prima di arrivare al paese, svoltare a destra in via Pisello, proprio dove spicca il grande albero di pino con la chioma a ombrello e seguire la strada fino a destinazione.

INFO: la chiesetta è sempre aperta a qualsiasi ora del giorno e della notte.