Il custode dei frutti minori

Qual è la differenza tra il “pero minucubello” e il “petrucina”? Oppure tra il pero “principessa” e il pero “Zamarrino”? Sarebbe interessante chiederlo un po’ in giro, alla gente intenta a fare la spesa davanti al banco dell’ortofrutta. Probabilmente ci si troverebbe di fronte a silenzi imbarazzati, bisbigli tra i denti, che cercano la risposta con lo sguardo perso tra poche varietà di pere in vendita nelle cassettine.

È una triste realtà il fatto che la frutta coltivata abitualmente non sia altro che una percentuale molto bassa delle varietà disponibili in natura e, di riflesso, che il consumatore sia diventato specchio inconsapevole di questa tendenza. C’è da dire che negli ultimi anni, l’attenzione verso la biodiversità è cresciuta molto, tanto che il suo recupero è quasi diventato una sfida per il futuro delle produzioni e dell’alimentazione mondiale. Il lavoro di botanici e ricercatori però, sarebbe quasi vano se non ci fossero aziende agricole che investono in questa direzione, riproponendo questa molteplicità sul mercato e facendola ritornare diffusa così come un tempo. A Melendugno, il vivaio Punto Verde è il riferimento imprescindibile per chiunque voglia ritornare a piantare antiche varietà frutticole del Salento.

Si trova sulla provinciale che conduce alla vicina Borgagne e la sua natura rispecchia l’indole spigliata e appassionata del titolare. Roberto De Giorgi lo fondò 25 anni fa, rinunciando ad una carriera più “sicura” nel Nord Italia, all’interno del Ministero dell’Agricoltura, richiamato dalla nostalgia di casa e dall’amore per la sua terra. “Siamo gli unici in tutta la Puglia”, chiarisce quando spiega la sua particolarità nella riproduzione dei frutti antichi. Questa specializzazione si è avviata dieci anni fa quando, insieme al biologo Francesco Minonne, tra i più esperti di biodiversità vegetale, realizzò le prime collezioni di fichi in agro di Salve e un impianto di quindici ettari a Serrano. “Lui continua a essere il nostro consulente botanico”, sottolineando quanto la collaborazione sia continua e preziosa per diffondere le varietà che vengono censite dai ricercatori e che, altrimenti, rimarrebbero solo interessanti cataloghi sulle pubblicazioni.

Da quel primo ficheto, il lavoro di ricerca ha portato a riscoprirne sempre nuove, ma soprattutto a maturare la consapevolezza che “il Salento è unico come ricchezza di varietà”. Il discorso riguarda non solo i cosiddetti “frutti minori”, come il sorbo, l’azeruolo, le giuggiole e il gelso, considerati di pregio inferiore dal punto di vista alimentare, ma apre un ventaglio di varietà decisamente più “consuete” in passato. Per niente “inferiori”, al contrario, qualitativamente ottimi, e particolarmente adatti alle caratteristiche del territorio tanto da richiedere minori attenzioni da un punto di vista agronomico, questa varietà di frutti sono stati gradualmente soppiantati da quelle moderne. Tra queste, alcune sono addirittura piante spontanee, che si propagano per pollone radicale, e dalla radice della pianta madre emettono nuovi virgulti che andranno a frutto senza che ci sia bisogno dell’innesto. C’è la “meletta di San Giovanni”, la “passula grossa di Novoli”, il “susino ramaciu” o l’amarena salentina. Roberto siede comodo nell’ufficio e il suo racconto comincia ad accompagnare tra i diversi paesini del Salento. Li attraversa quotidianamente grazie all’attività di progettazione e manutenzione dei giardini. Con uno spiccato senso di osservazione, riconosce le piante più interessanti, vecchi esemplari che continuano ancora a regalare i loro frutti, e da quel momento comincia a propagarle nuovamente nel suo vivaio. “Devono essere piante che hanno almeno settant’anni, te ne accorgi dalla grandezza del tronco”, come, per esempio, le albicocche “abbondanza di luglio”, che sono state recuperate da un maestoso albero di Cursi vecchio di oltre un secolo. Si racconta che con le sue fronde ombrose offrisse riparo ai fedeli al termine della processione della Madonna dell’Abbondanza, che ovviamente ne approfittavano per addolcire il palato con i suoi frutti che maturano proprio nella prima decade di luglio. Tra i fogli sparsi sulla scrivania, Roberto pesca un paio di locandine dove sono riportate decine di varietà in vendita.

“Ovviamente il vivaio segue un obiettivo commerciale, ma negli anni abbiamo recuperato e riproposto quaranta tipi di fichi, diciotto di peri, dodici albicocchi, dodici susini”. Il suo elenco è un carosello di nomi che accompagnano dal nord al sud del Salento. Continua: “abbiamo trovato anche sei varietà di melograni recuperate nei giardini nobiliari”. Non finisce neanche la frase, si alza di scatto e prende dal frigo una delle ultime melegrane della stagione. La sbuccia e ne offre uno spicchio. “Questo è il ‘sordo borbonico’, è dolce e ha il seme tenero, l’abbiamo trovato nel castello di Borgagne, dove c’è una collezione molto interessante”. C’è da crederci. Effettivamente, tutte le varietà di melograni riportate sul manifestino provengono proprio da quel paese. Dalle fotografie riportate sulla locandina, dalle targhette con i nomi originali che penzolano dai rametti delle piantine al riparo nella serra, Punto Verde sembra una vera e propria banca, un presidio fondamentale di biodiversità su cui fare affidamento per ricostruire una complessità agricola che altrimenti correrebbe il rischio della semplificazione e della omologazione. Roberto spiega che con l’unificazione del Regno, il Meridione d’Italia ha perso il suo riferimento nell’orto botanico di Napoli, “tant’è che si parla di albicocche di origine napoletana”, spiega, e porta l’esempio di quella di Galatone, chiamata anche “Crisomola”, che oggi sta ritrovando una rinnovata fortuna ma un tempo era diffusa in tutta la provincia e anche oltre. All’indomani dell’unificazione, comprare esclusivamente dai vivai del Nord Italia ha dato inizio a una progressiva omologazione delle varietà sul mercato, e lo scenario si è sempre più complicato, soprattutto oggi con il venir meno degli innestatori più anziani che erano capaci di rinnovare le vecchie piante ancora in vita.

Il vivaio Punto Verde è l’esempio concreto di quanto sia importante strutturare esperienze commerciali solide, che giustifichino il ritorno alla coltivazione di queste piante. “Ci manca ancora la salentinità e il futuro è la ricerca della salentinità”, dice, facendo riferimento al bisogno di un’economia che si regga sull’importanza di questo capitale di biodiversità. E anche se attorno a questi temi il territorio è in fermento già da qualche anno, non si è mai compiuto il salto di qualità e le aziende che hanno deciso di investire con forza nel settore si contano ancora sulle dita di una mano, e così il grosso della sua clientela è costituita soprattutto da hobbisti. Proprio a questo proposito, Roberto pensa che prima di celebrare le varietà moderne, bisognerebbe compiere lo sforzo di conoscere quelle antiche e, perché no, riconoscere anche quanta ignoranza ci sia in giro. “Purtroppo non abbiamo una conoscenza agronomica in questo senso, non immaginiamo neanche quante varietà abbiamo”. Parla per esempio della “susina passula” che produce frutti dalla pezzatura importante, della “susina meraviglia” conosciuta anche con il nome di “cuore di donna” presente in “ogni giardino di Calimera, e che al gusto è uno spettacolo”, della susina “grika”, che è l’unica che si propaga per talea, oppure della “pappacola di Collepasso” che un tempo era la preferita per l’essiccazione, fino ai melograni dolci e senza semi, che offrono un’ottima resa in termini di succo.

Roberto non ne fa una questione di principio, avvicinarsi a nuove tipologie di piante non sarebbe un problema se, parallelamente, ci fosse una conoscenza approfondita delle vecchie. Questo però avviene molto di rado, e si corre così il rischio di cercare soluzioni poco sostenibili a problemi che potrebbero essere risolti, semplicemente, facendo tesoro dell’esperienza del passato. “La cosa interessante da sottolineare è che le varietà antiche, vecchie anche più di cento anni sono più resistenti e indicate per le coltivazioni biologiche. Quest’anno abbiamo trovato cinque tipologie di percochi resistenti alla bolla del pesco”. Da questo punto di vista, l’economia agricola ha perso già troppo tempo. Roberto sfoglia “Varietà frutticole tradizionali del Salento”, l’ultima pubblicazione di Francesco Minonne. Gira lentamente le pagine e per ogni fotografia ha una storia da raccontare. Di tanto in tanto però indica alcune piante ormai scomparse irrimediabilmente: “Tante di uva le abbiamo perse, perché quando ci siamo organizzati per propagarle, i contadini che le coltivavano erano ormai morti. Per esempio c’era la natalina, che si raccoglieva fino a Natale… mica siamo riusciti a recuperarla!”. È una sfida, perché la biodiversità è un patrimonio di tutti ma si mantiene sulle braccia dei contadini. Non sono soli, possono contare sulla passione e sulla ricerca continua di Roberto. Che da dieci anni condivide le sue collezioni e mantiene in vita la speranza per evitare di perderla per sempre.

di Giorgio Ruggeri