Dal palco alla terra il canto alla natura di Papa Gianni

Lagorosso è un toponimo di San Donato di Lecce. Paese che sorge nei quasi mille ettari della Valle della Cupa, zona paludosa dove le acque piovane si raccoglievano a lungo, conferendo al terreno una particolare fertilità. Tanto che Cosimo De Giorgi, nell’Ottocento, la descriveva come “un oceano nel quale la vegetazione arborea è molto sviluppata e arieggia alla flora tropicale”.

In quest’area particolarmente florida sorge l’azienda agricola Lagorosso, condotta da Giovanni Rollo e Beatrice Vaglio, dedita alla produzione di ortaggi e frutta. Non una produzione convenzionale, attenzione, ma completamente organica, priva di qualsiasi sostanza chimica. Le differenze si vedono, anche nella conduzione dei campi e nella disposizione delle varietà, che vengono consociate, cioè piantate l’una vicina all’altra a seconda dei rispettivi vantaggi. È per questo che, ad esempio, le insalate crescono alternate alle cipolle, mentre l’aglio sta benissimo vicino alle patate e così via. Non solo consociazioni: le fragole, le fave, i lupini, svettano in mezzo a una grande varietà di piante spontanee. “L’agricoltura convenzionale dice che in campo ci devono essere solo e soltanto le piante coltivate, considerando tutta questa biodiversità come disordine, ‘sporcizia’. In realtà, negli anni, abbiamo scoperto che se lasci i margini del campo e dei filari inerbiti, questi diventano una barriera naturale contro la virulenza di attacchi parassitari. Creano anche colore, diversità e sono dimora di insetti utili mentre le piante producono ugualmente i loro frutti, senza problemi”.

A spiegarlo è Giovanni Rollo, che conduce l’azienda dal 1998. Ed è uno che di parole se ne intende non poco, si nota dal ritmo e dalla incisività del suo racconto. Del resto, qui, come in tutto il Salento e anche in tante parti d’Italia, è conosciuto come Papa Gianni, uno dei fondatori dei Sud Sound System, gruppo che ha fatto la storia musicale salentina, e non solo, fin da quando, qualche decina di anni fa, il territorio non godeva di tanta fama come oggi.
I testi delle loro canzoni hanno segnato generazioni e il territorio, facendo ballare e anche riflettere su temi cruciali propri del Salento. Lui, Papa Gianni, insieme con Militant P, Dj War, Treble, Don Rico e Gigi D prima, poi con Nandu Popu e Terron Fabio, dalla fine degli anni ‘80 ha infiammato di reggae la provincia con il sound system, in seguito diventato il più famoso d’Italia, per poi ritirarsi dalle scene (per quanto continui da dietro le quinte, amministrando la società dei Sud Sound System), mettendo da parte il microfono, per dedicarsi prevalentemente all’attività agricola, continuando, ovviamente, ad amare la musica. E la sua più celebre canzone, “Azzate San Giuanni”, racchiude un po’ lo spirito di questa scelta. “L’artista per i primi anni ha un grande slancio, una passione sfrenata”, racconta, “poi, piano piano, anche la musica diventa una professione e l’arte ti abbandona, oppure la assoggetti alle regole del lavoro. Allora credo che i campi diventino l’unico luogo dove un artista può decidere di ritirarsi e tornare a vivere”. Lo dice con assoluta convinzione Gianni.

La sua famiglia è stata per generazioni contadina, soggetta a mezzadria: non possedeva terra e tutti i frutti del lavoro svolto venivano divisi a metà con i proprietari. Lui, spiega, è stato il primo ad affrancarsi e a comprare un appezzamento, qualche decina di anni fa. Il lavoro in azienda procede così per circa sei anni, mettendo su delle serre e facendo agricoltura convenzionale e intensiva di pomodori, peperoni e altro. Ne settembre del 2006 succede qualcosa che lo devia dal percorso battuto: un forte uragano si abbatte sui campi e distrugge le serre. Gianni deve ripartire da zero, ed è a terra anche l’umore. La “folgorazione” arriva da un documentario tv sui danni causati dai pesticidi. Si disfa così di tutti i fitofarmaci che aveva e decide di cambiare approccio alla produzione agricola, che diventa organica e orientata alla distribuzione diretta dei prodotti. Prende piede una filosofia radicalmente nuova, che vede l’azienda impegnata nell’autoproduzione di sostanze fertilizzanti naturali, nelle consociazioni, nella scelta di varietà locali più resistenti, nel completamento del ciclo di riproduzione delle piantine, nella tendenza totale all’autosufficienza.
E al posto delle confezioni di agenti chimici ci sono i macerati, come quello di calendula (che dà potassio e quindi sapore e dolcezza), di ortica (che remineralizza e protegge), di aglio (un aiuto contro attacchi parassitari), etc. prodotti e custoditi al fresco di una “pajara”.

“Il vantaggio del praticare l’agricoltura organica, del promuovere la filiera corta, è anche emozionale”, sottolinea, “ti rendi conto che le persone hanno perso la cognizione del sapore del cibo e c’è gente che ci sceglie proprio perché nelle nostre verdure riscopre il gusto perduto. E poi le piante”, aggiunge, “da quando non utilizziamo fitofarmaci sono rinate, le vedi forti, felici! Sono sei anni che non facciamo trattamenti di nessun tipo, tranne macerati o microrganismi autoprodotti in azienda”. Se Gianni si occupa della produzione, il compito di sua moglie Beatrice, di formazione architetto, è la distribuzione e la commercializzazione. Oggi Lagorosso lavora su contatti diretti, con i Gruppi di acquisto solidale attivi sul territorio e sempre più numerosi. È lei che gestisce i contatti ed ha anche creato una rete di distribuzione domiciliare. “Ho instaurato un rapporto di amicizia con molte persone”, racconta, “a volte le saluto con un senso si pienezza, di benessere, perché sono tante quelle che ci trasmettono apprezzamento per il nostro lavoro, dandoci anche forza per andare avanti”.

È un sistema che funziona, ma che va anche incontro a una grande discontinuità, sulla quale si dovrebbe lavorare. In questo la comunicazione e l’educazione al consumo consapevole fanno la loro parte, così come l’informazione sulla nocività dei prodotti chimici, soprattutto nell’accumulo.
Gianni e Beatrice ci tengono anche ad offrire un prezzo accessibile a tutti, affinché i prodotti organici non siano solo appannaggio di una élite, ma possano essere alla portata quotidiana di ogni famiglia. L’azienda Lagorosso, inoltre, è custode riconosciuta dal progetto BiodiverSO (uno dei progetti regionali per la tutela della biodiversità agricola), di alcune varietà a rischio di estinzione delle quali hanno recuperato i semi da anziani contadini del posto: Cucummaru di San Donato, Zucchina bianca, Mugnolo, Spuredda (meloncella).
Se chiediamo cosa andrebbe cambiato oggi nel mondo agricolo salentino, Gianni sorride e risponde: “Da perito agrario dico che bisognerebbe rinsaldare il collegamento con il mondo scientifico e dell’istruzione, affinché i nostri sistemi empirici siano sostenuti anche da basi rigorose. Il rischio è quello di non avere credibilità, ma non perché i metodi organici non siano efficaci, piuttosto perché molto spesso non accompagnati dallo studio. La chimica in sé non va demonizzata, perché la chimica non è solo quella di sintesi, ma anche quella naturale, che va studiata più a fondo”. E sulla filosofia aziendale aggiunge: “Non possiamo espanderci all’infinito, anche se il prodotto ha successo, perché questo andrebbe necessariamente a scapito della qualità e porterebbe a un eccessivo sfruttamento del terreno: andremmo a ricadere in un sistema dal quale stiamo fuggendo e che stiamo cercando di cambiare. Bisognerebbe invece mettersi in rete con altri piccoli produttori del territorio per creare scambi e sinergie. In questo modo ne gioverebbe l’economia, l’occupazione, l’ambiente. Questo, in parte, sta accadendo oggi nel Salento”.

Non resta che lavorare dunque nella direzione comune, superando l’isolamento individualista che ha contraddistinto il territorio per decenni e sviluppando nuovi modi di pensare e di agire, in cui produttori e consumatori abbiano ciascuno il proprio ruolo nello sviluppare un’agricoltura più salubre e un’economia a misura d’uomo. E chissà che non torni pure la voglia di cantarla, una terra così.

di Francesca Casaluci