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Silenzi, odor di legno e accordature là dove nasce il suono dei violini

di VALERIA NICOLETTI

Questa è una storia di poche parole. E' storia di silenzi e accordature. Di legno che suona e aria che vibra. Storia che ricorda le fredde mattine di Capodanno, quando la televisione che mandava i valzer della Filarmonica di Vienna accompagnava il rumore dei sogni.
Perchè sogni erano quelli di Barbara Morello, 48 anni, oggi liutaia, di professione e per passione, trent'anni fa solo una musicista, volata a Modena, da Lecce, per studiare Economia e commercio.

C'è chi pensa che le coincidenze non esistano. Lo penserà anche Barbara magari, perchè non nasconde un sorriso nostalgico e ancora meravigliato quando racconta dell'incontro "fortuito" con chi le ha fatto "riscoprire la vocazione per la musica" e l'ha riportata sulla sua vera strada, quella che è scritta nel sangue, sin dalla nascita, per chi fa della passione la scelta di una vita. Così è stato per lei che, seduta nel suo laboratorio, si racconta da quando, lasciata l'università, si trasferì a Parma per frequentare la Scuola di Liuteria, dove si sarebbe poi diplomata nell'87.

E contro il pregiudizio che vuole il Sud terra di partenze e il Nord unica possibile destinazione, Barbara ritornò poi a Lecce dove aprì il suo laboratorio in via Manifattura Tabacchi, a pochi passi dal cuore della città. Sembrava che questo piccolo vano, avvolto dai rampicanti e dalla placida tranquillità del giardino, nascosto dietro un'insospettabile porticina verde, l'attendesse. "Questo laboratorio era già qui", racconta Barbara, "non l'ho costruito io. Ho iniziato a lavorare una volta tornata a Lecce e mi ci sono affezionata". Al riparo dai rumori cittadini e dal traffico metropolitano, è l'ideale per testare il suono. "E' un po' freddo e quando arrivano i violoncelli si comincia a stare stretti, ma penso sia il posto giusto per me".

E' qui che, tra le rasiere di ogni foggia e dimensione, le pialle, le vernici, tra le foto dei violini storici, le forme, il profumo del legno e delle sigarette, il cinguettio degli uccelli canterini sugli alberi e le file di arnesi perfettamente allineati, nascono i violini.
"Diciamo violino per semplicità", spiega Barbara, "in realtà, io mi occupo anche di viole e violoncelli, gli strumenti classici a corde". Ma, attenzione a non confondere, qui di archetti non se ne vedono. "L'archetto non mi compete", continua, "per quello esistono apposite scuole e maestri archettai".

Già da questa rivelazione, la genesi di un violino pare annunciare sorprese. L'avventura inizia con la scelta del legname. "Si tratta di una decisione accurata, è fondamentale non avere fretta e fermarsi ad ascoltare il legno", racconta Barbara, "e non è facile trovare i tagli giusti". Infatti, nonostante esistano rivenditori specializzati per i legnami destinati alla costruzione degli strumenti musicali, spesso sono i legnami stessi che scarseggiano.
E' il caso dell'abete. Non si direbbe, considerata la vastissima area di conifere, ma gli strumenti a corde esigono legnami raffinati e, in particolare, preferiscono gli abeti delle Dolomiti e delle Alpi italiane. "Si tratta di una zona molto ristretta e, in più, il legno deve essere già tagliato in maniera radiale, vale a dire a spicchi, altrimenti è inservibile". Non c'è da stupirsi, quindi, che l'abete costi più dell'acero, l'altro legno usato per gli strumenti musicali. Anche qui, però, esistono delle restrizioni. "Solo aceri balcanici o ungheresi", afferma Barbara, "l'acero italiano ha un colore rossiccio, molto simile al ciliegio, ma non adatto ai violini". Per tutti, poi, il tempo di stagionatura è di dieci anni. Solo allora, il liutaio può mettersi all'opera.

Il punto di partenza è il taglio radiale, lo spicchio del legno, che viene diviso in due. I due tagli saranno poi giuntati per ottenere una tavola di lavorazione simmetrica ed è su questa tavola che si riporta la forma disegnata in precedenza. La tavola è quindi scolpita e rifinita con pialletti anche piccolissimi e, da questa sorta di bozza, si ricavano le due facce del violino. Il passo successivo è il lavoro sulle bombature, dove entrano in gioco le rasiere, che levigano e quasi addolciscono il legno per permettere alle curve tipiche del violino di essere simmetriche ed omogenee. Ultima tappa, prima della scavatura delle facce, il dettaglio dei filetti, in altre parole, i bordi dello strumento che, nonostante a prima vista sembrino un vezzo puramente estetico, hanno l'importante funzione di prevenire le crepe e attutire i colpi.
Si passa, quindi, da quello che è stato un mero lavoro di falegnameria alla vera e propria accordatura, mentre il liutaio, plasmando passo dopo passo il violino, cela, dietro ogni tratto elegante, un meccanismo preciso, studiato e finalizzato ad una perfetta funzionalità.
"Arrivati a questo punto, non ci sono dei canoni, delle regole da seguire, solo con l'esperienza si affina l'orecchio e la ricerca del suono diventa più facile", spiega Barbara che, in qualità non solo di liutaia ma anche di violinista e violoncellista, unisce alla maestria dell'artigiano la sensibilità del musicista. "Basta ricordare che per ogni tavola il suono cambia e la sonorità ideale è soprattutto quella che rispetta le esigenze personali dell'artista".

Occorre tempo, si bussa sul legno, ci si interroga sulle tonalità, sulla corposità del suono e, solo quando l'aria vibra come si deve, la facciata anteriore e quella posteriore dello strumento si possono unire attraverso le fasce laterali e si procede con l'incisione dei fori armonici, in gergo, le effe. E anche qui, quello che appare un puro motivo decorativo ha in realtà una finalità ben precisa. "Le effe, in origine, erano delle "c", una dava le spalle all'altra", racconta Barbara, "la larghezza delle aperture, però, favoriva il formarsi delle crepe, si preferì quindi questa forma arricciata che, inoltre, dà più corposità al suono".

Affinchè la vibrazione sia compatta e omogenea, dietro la tavola levigata, il violino nasconde altri due artifici. Il primo è la catena, cioè un'asta di legno che congiunge internamente la parte inferiore e superiore dello strumento, livellando in questo modo il suono. Era proprio la catena, secoli or sono, a dare vita alle classiche sonorità barocche, quando, più corta, si collocava al centro senza raggiungere le estremità; in questo modo, però, le note erano fin troppo libere e, spaziando su più registri, si armonizzavano difficilmente. Il secondo trucco è l'anima che, come testimonia lo stesso nome, è essenziale per il violino. Senza questo piccolo cilindro di legno posizionato verticalmente tra una faccia e l'altra, qualsiasi strumento a corde, infatti, suonerebbe il 70 per cento in meno.

Ultimata la costruzione, il laboratorio va pulito da cima a fondo. "Quando ha inizio la verniciatura, anche un granello di polvere può essere fatale", spiega Barbara. E' questa, infatti, la fase più delicata non solo per la difficoltà dell'operazione ma anche per quanto riguarda la scelta delle vernici. "Una vernice sbagliata può distruggere un violino", spiega. Sì, perchè la vernice ideale deve rendere il suono omogeneo, quindi ne occorre una flessibile e leggera che non trattenga le vibrazioni, ma che allo stesso tempo sia resistente, per prevenire scheggiature e graffi e per proteggere il violino dal tempo. Posati i pennelli, mancano solo le corde, che si montano sul ponticello, per completare l'opera.

"Dal violino al violoncello alla viola, il metodo di lavorazione non differisce di tanto e c'è anche spazio per la fantasia e l'interpretazione, soprattutto per quanto riguarda i dettagli come la voluta del ricciolo", afferma Barbara, che non si occupa solo di costruzione ma anche di restauro e manutenzione. "Qui l'esigenza della manutenzione non è molto avvertita; invece, è importantissima, andrebbe fatta circa due volte all'anno per controllare lo stato del violino, che in fondo non è altro che legno tenuto insieme dalla colla".
Davanti alla moda dei violini anticati, però, Barbara, che per raccontare il suo lavoro inizia dai Maestri, da Stradivari, Ruggeri, Amati, i grandi della scuola cremonese, storce il naso. E' tornato in auge, infatti, il violino simil-settecentesco, appositamente caratterizzato da dettagli imprecisi o rifiniture superficiali, uno strumento, insomma, dove la vanità, il vezzo di possedere uno strumento che di storico ha solo la forma è più forte dell'esigenza della funzionalità e della limpidezza del suono. "Questa moda non mi trova d'accordo", afferma Barbara, "è un'opera da falsari, da copisti e poi io credo che la vera sfida di un liutaio sia quella di costruire un bel violino nuovo, moderno".

Chi di certo non vorrà anticare il suo violino è Nina, riccioli biondi e dita lunghe, presenza assidua nel laboratorio di Barbara, dove ha ricevuto il gioiello più prezioso. "Da quasi un anno ho un violino confezionato da Barbara, è giovanissimo", sorride, anche lei seduta tra le polveri del legno e le vernici, che annuisce alle parole di Barbara ed è pronta a raccontare la sua di storia. "Dopo anni passati a studiare sui violini di produzione industriale, avere in mano il violino di Barbara è stata un'emozione fortissima", confessa con gli occhi bassi, come vergognandosi di un trasporto così forte e sincero, "è il suono ad essere diverso, le note più compatte, più vibranti".

Nina Baratti, 18 anni, amica di famiglia di lunga data di Barbara, suona il violino da quando ne aveva nove, proprio da quando il salotto di casa diventava sala da ballo nei freddi Capodanni riscaldati dai valzer viennesi del concerto. "Mia madre ha fatto cinque anni di conservatorio, studiava pianoforte", racconta, "ma io ho sempre avuto una predilezione per il violino". Lo sguardo orgoglioso, emozionato tradisce una passione che fa quasi invidia. Novembre segna per lei l'inizio di un nuovo anno presso il Conservatorio di Lecce, il sesto precisamente, il primo traguardo importante dopo anni di studi e sacrifici.
Infatti, se la storia di Barbara è costellata di incontri giusti e coincidenze, quella di Nina è stata una dura ascesa, un percorso travagliato da quando, dopo i primi anni, lo studio della musica ha subito una battuta d'arresto dal punto di vista tecnico e il violino rischiava di essere appeso al chiodo. "Entrare al Conservatorio è stata una vittoria", continua, "avevo superato di un anno l'età massima per accedere e avevo delle forti lacune per quanto riguarda la tecnica".

"Quando si prende in mano per la prima volta un violino, si pensa subito di poter suonare partiture importanti, invece occorre impostare basi solide e durature", spiega Nina. Infatti, chi supera i primi anni di studio, chi non ha abbandonato il violino davanti alle difficoltà degli inizi, si riappropria con più consapevolezza dello strumento. E' quello che è successo a lei e adesso, ad attenderla, ci sono le prove con l'orchestra, che ricomincia ad esibirsi, nuove esercitazioni e finalmente le sonate dei grandi. "Dopo la grammatica, l'aspetta la letteratura", commenta Barbara.

L'esperienza le ha insegnato che ci vogliono circa dieci anni perchè un violino si lasci addomesticare dalle mani del musicista, perchè si raggiunga una perfetta sintonia tra idea e realtà, tra strumento e pensiero e un'emozione si possa tradurre completamente in musica. A Nina, di certo, la forza di volontà non manca per superare anche questa nuova entusiasmante sfida, tra le grandi aule del Conservatorio e il piccolo laboratorio vestito di rampicanti, dove la musica è di casa e la passione è un dono di famiglia.

Novembre 2008 - © RIPRODUZIONE RISERVATA

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