Cosimo Provenzano. Il gusto lento del maestro pipaio

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Si alza una nuvoletta di fumo denso mentre Mimmo stringe nella mano una pipa ruvida e scura. L’avvicina alla bocca, gira sicuro la rotella dell’accendino e la fiammella accende il fornello che sprigiona l’odore acre e vanigliato del tabacco, e si consuma lento. Ad aprire la porta è Cosimo Provenzano, per gli amici Mimmo, tra i pochi mastri pipai d’Italia. Unico in un Salento che, anche se da sempre terra di tabacco, nella sua tradizione non ricorda artigiani abili a modellare il legno per far nascere accessori per fumatori. Più consuete, nella memoria dei salentini, sono forse le pipe in terracotta, ricordi di una quotidianità contadina conservata nella teca di qualche antiquario o nei racconti dei nonni.
“E pensare che ho iniziato quasi per caso” dice mentre accoglie nel piccolo laboratorio, sul terrazzo di una palazzina austera a Maglie in via Maggiore Giuseppe De Jaco, al civico 9b. “Ho sempre avuto la passione per il legno e l’impressione di riuscire nelle cose che facessi, ma fino al 2007 non avevo neanche un trapano per appendere un quadro al muro. Fumavo quaranta sigarette al giorno e bevevo fino a quindici caffè mentre lavoravo come impiegato in una concessionaria d’auto. La prima pipata l’ho data per disperazione, per cercare di smettere di fumare”.

Quel primo tiro lo soffocò, bruciò nella gola e lo spinse a non toccare più sigarette. Ma fu anche il primo passo del percorso che oggi lo rende “pipe maker”, conosciuto a livello mondiale nello stravagante panorama degli appassionati del settore. Una passione inaspettata. All’inizio semplice dopolavoro e poi, nel 2012, scintilla che l’ha portato a reinventarsi dopo la perdita del posto da impiegato. Quasi subito le fotografie pubblicate su Facebook e Instagram sono state notate da Mario Lubinski, tra i più famosi rivenditori del settore, che l’ha lanciato nel mondo degli “assaggiatori di fumo” a patto di perfezionarsi a Pesaro nel laboratorio di Franco Rossi. “Oggi non ho più rapporti con Lubinski, mi occupo direttamente anche della promozione e della vendita. Non è facile fare tutto, ma così controllo l’intero processo”. Mimmo racconta la sua storia mentre tira una boccata calma che riempie nuovamente la stanza di fumo. Ruota il palmo della mano stringendo il fornello della pipa tra il pollice e l’indice mentre sostiene il gomito destro con il braccio sinistro. Il suo fumare è quasi un rituale riflessivo. Ogni tanto riattizza il fornello, quanto basta per un paio di boccate, prima di appoggiare la pipa sul tavolino e lasciarla intiepidirsi.

“Vedi?”, precisa, “dato che io sono fumatore, le spiano sempre alla base fin quanto è possibile, per farle mantenere dritte quando si appoggiano sul tavolo, altrimenti cade tutto il tabacco”. Poi lascia l’oggetto sul tavolino da lavoro, accanto alla levigatrice e alla sabbiatrice gialla, e continua: “Da quando non tocco più sigarette è come se fossi rinato, mi sono riabituato a sapori e odori”. Come se quella pipa regalata quasi per gioco nel 2007 sia stata stimolo di un cambiamento nello stile di vita, un tempo soffocato dal fumo avido e noncurante delle sigarette, e adesso rilassato, attento al gusto e al tempo, che ha lasciato alle spalle la routine dell’ufficio per approdare al lavoro libero di bottega.
“Vuoi saperla una cosa? Forse sono pazzo, oppure ho un angelo custode da qualche parte, ma sono contento di quello che sono riuscito a fare da solo, e oggi non ritornerei mai a lavorare come dipendente di qualcun altro”. Dal cesto rosso appoggiato sulla sedia, tira fuori i modelli a cui sta lavorando e racconta di un mondo di consumatori forse eccentrici ma attenti allo stile, all’estetica, alla qualità dei tabacchi e alle sensazioni di una fumata che abbraccia tutti i sensi. “Quando le finisco, queste vanno a San Benedetto del Tronto” dice, “ma ho clienti in ogni parte del mondo, America, Argentina, Uruguay, Australia, Cina, Germania, Spagna, Francia”. Tra le sfumature delle tinte è racchiusa la ricchezza di una tradizione che si contamina di influenze dai diversi angoli di mondo. Modelli più classici, forme della scuola russa o inglese, tendenze danesi e mode del momento scorrono tra i modelli “Dublin” dal fornello conico, “Bee” abbozzolata come un’ape, “Egg” dalla forma tondeggiante oppure “Devil Ance”, quella fumata da Kevin Costner in “Balla coi lupi”, la “Brucia naso” di tradizione italiana, la “Calabash”, la pipa di Sherlock Holmes con il fornello estraibile, normalmente realizzata da una zucca scavata, impreziosita dalla “schiuma di mare”, elegante minerale di provenienza turca che ne incornicia la testa, oppure la “Reverse”, forma tipicamente russa con il bocchino a tenuta stagna e una camera d’aria che regala una nota fresca alla fumata.

Nella sua collezione, Mimmo predilige il legno di ”morta”, subfossile di rovere che in migliaia di anni si è imbrunito a contatto con l’acqua dei fiumi di Irlanda, Ucraina o Germania. Da questo legno di nuova concezione tra i pipai, leggero ma resistente, neutro nella fumata e armonico nell’estetica, nasce l’ottanta per cento della sua produzione: “Forse sono l’italiano che fa più morta al mondo”. Il resto è fatto con la tradizionale radica, il nome comune dell’Erica arborea, arbusto mediterraneo che proviene dalla Calabria e stagiona per tre anni prima di essere intagliato. Ma anche olivo o, più raramente, ciliegio e corbezzolo. Il modello è disegnato sui ciocchi di legno grezzo, poi lavorati, torniti, modellati, infine personalizzati dalla sabbiatrice che ne esalta ruvidezza e striature o da spazzola e carta abrasiva che creano una superficie così liscia da sembrare porcellana. A completamento, il fornello e il cannello si uniscono al bocchino in materiali plastici come metacrilato o cumberland. Elementare nei componenti, elegante nella forma, bilanciata nelle parti, la pipa nasce dalla pazienza di passaggi su passaggi.

Per mostrarlo, Mimmo accende la spazzolatrice per la sgrossatura. Tra carteggio e spazzola, pasta, olio e cera di carnauba, “ottenere l’effetto specchio non è per niente facile” chiosa. Per il resto, è questione di gusto e cura dei particolari, qualità da allenare nel tempo con lo studio e il confronto. “L’abbinamento con i colori non deve mai essere pacchiano, e devi saper vedere le simmetrie, gli equilibri delle forme” continua, snocciolando i nomi dei maestri italiani come Tombari di Pesaro, Rimensi di Parma o il compianto Paolo Becker nel suo laboratorio romano. Ma nella lista non mancano amici e famigliari che gli sono stati vicini, anche solo per trasmettergli il senso del gusto e la cura nell’osservazione. Tra questi, il pittore magliese Daniele Minosi che ha anche scolpito una singolare pipa a forma di teschio. I modelli Provenzano sono una ricerca equilibrata delle particolarità, perché “il particolare la fa crescere, ma basta poco perché diventi una brutta pipa”. Per questo, spesso sono firmate con un anello rosso in metacrilato oppure abbellite con inserti in corno, olivastro sardo, tuia, azebrano, bosso, ma anche in resine modellate al tornio per regalare insolite sfumature di peperoncino, calendula, noce di tagua oppure fluorescenti per soddisfare le richieste dei consumatori più estrosi.

Come quella di quattro “Calabash” volate a Buenos Aires insieme a dieci teste interscambiabili. Ma ci sono ordini anche da Teheran, Honk Kong o da Smoking Pipe, il più prestigioso negozio di pipe al mondo con sede negli Stati Uniti. Ad aprile, invece, alcuni dei suoi modelli si trovavano esposti tra le sale del Museo internazionale della Pipa di Gavirate, nel varesotto. Quelle teche, legate al ricordo del disegnatore Jean Marie Alberto Paronelli, hanno raccontato ai visitatori anche un pezzo della storia di Mimmo, unico pipaio del Salento, che lavora affacciato sui palazzi di Maglie e coltiva, giorno dopo giorno, una passione inaspettata, alla ricerca dell’equilibrio e del bello, nella stanza avvolta dal fumo denso di una “Devil” dritta sabbiata, stretta tra le labbra.