Band Aid, dagli ’80 a oggi: la musica anarchica che suona ancora

A Lecce, nei primissimi anni Ottanta, si trovava un gruppo spaziale, amorfo e controcorrente. Strani forti, ma sul serio. Si chiamavano Band Aid, ancor prima La Mela d’Oro (ensemble che si muoveva tra teatro e musica nella seconda metà dei Settanta), un sestetto formato da Toni Robertini (sax alto, soprano e flauto), Felice De Donno (basso), Paolo Cesano (batteria), Mino Toriano (chitarra), Roberto Gagliardi (sax tenore, alto, soprano e flauto) e Frank Nemola (tromba e sintetizzatori, poi nei Tubi Forti, Aeroplanitaliani e nel Vasco nazionale). Facevano la spola tra il capoluogo salentino e Bologna, all’epoca mecca alternativa. Furono tra i primi (se non i primissimi in assoluto) ad autoprodursi un lavoro discografico, stampato poi dall’indipendente Italian Records, etichetta di culto che si muoveva grazie all’Expanded Music, la casa che portò per prima in Italia le sonorità di gruppi new wave/post-punk/hardcore come Bauhaus, Tuxedomoon, Germs e tantissimi altri.

I Band Aid erano realmente qualcosa di nuovo, uno strano “mostro”, un mix anarchico di no wave, jazz libero, progressive e art rock sbarcato da Canterbury, tanto da incuriosire Pier Vittorio Tondelli nel suo glorioso “Un Weekend Post Moderno. Cronache dagli anni Ottanta”.
No-Jazz e freak jazz (neologismi inventati da loro) erano la via. Con Oderso Rubini pubblicarono due album, “No Autostop” (1980) e “Due” (1981), e ancora un maxi-single di discreto successo (“A Tour in Italy” del 1983, più sbilanciato verso sonorità synth e disco).
Brani con dei titoli zappiani che, a distanza di quarant’anni, suonano come splendidi esempi di una provincia sonora slegata da mode e facilonerie pop. La scomparsa di Toni Robertini, avvenuta nel 1989, pone la parola fine al gruppo, per ritornare fugacemente nel 1993 con la pubblicazione di un terzo album postumo per la Century Vox (“Live Tree”, con registrazioni in studio e live del periodo 82/84).

Poi il silenzio, fino al 2019, quando Toriano inizia la composizione di nuovi brani divenuti parte del disco appena uscito in cd e distribuito da Goodfellas. “Band Aid 2020” raggruppa undici tracce che sono l’ideale continuazione di quel fuoco artistico che mai si è spento del tutto, messe a segno da Toriano, Nemola, Gagliardi, De Donno, con i nastri d’archivio di Robertini e l’ospite Djosvany Hernandez Marino alla tromba. Quarantacinque minuti strumentali dove il bianco funk degli esordi (vedi l’apertura con “Digital Zen”, “I cattivi dispetti” e “Attacco a Molok”, con quell’intro vagamente alla Talking Heads), si fonde alle ritmiche da psicosi urbana (“Il ritorno di Lib Zomb” tradisce anche sonorità latine, mentre la breve “L’aereo mtk-6000” riporta indietro le lancette dell’orologio). Seguono la balearica “La ballata dell’oro nero”, gli assoli in sequenza de “Il girotondo dell’eldorado” e il jazz non allineato di “Serkow il mago”.

“Band Aid 2020” è un regalo tra amici, tra grandi musicisti, “non il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco”, con le parole di Pierfrancesco Pacoda a rappresentare al meglio lo spirito della band: “Musica dai continui sfalsamenti, dove nulla è quello che appare, dove il concettuale incontra la “Madre terra”, dove il calore esplicito dei corpi che si muovono diventa, in maniera fuida, “cool”, si raffredda, in un continuo alternarsi di matematica razionalità e impulsiva tensione sonora”.