Un'altra Notte è andata. Dalla piazza alla tv, quel che resta della Taranta di Ermal Meta

Si è chiusa la 29esima edizione dell'evento. Lasciando, come sempre, pareri e umori diversi. Portandosi dietro, come sempre, la carica dei centoepassamila spettatori

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Il rituale è compiuto. Sempre meno catartico e più "catodico", ma... è andata in porto la 29esima edizione della Notte della Taranta. E chissà che da qui a poco non si inizierà a pensare alla grande festa del trentennale.

Gli aggettivi, come le metafore e soprattutto i commenti, non contano e non si contano, anche perché se ne è spesso abusato, in termini positivi come in quelli negativi. Oggi come in passato, quando l’evento “aveva quindici anni in meno e aveva tutto per possibilità”, parafrasando Francesco Guccini.

Che comunque sia stato un “successo”, lo dicono, per l’ennesima volta, le “centoepassamila” persone, di tutte le età, che hanno presidiato la piazza per due serate. E lo hanno fatto per un Concertone, è da dire, strutturato sempre più a misura di diretta televisiva.

Con due conduttrici, presentazioni, collegamenti, commenti e dichiarazioni post esibizione etc. etc. Con balletti, tanti, adeguati all’umore dei brani, certo, ma che a volte sembrano pure inficiare l’interpretazione canora, come nel caso delle ospiti, per molte delle quali (non solo quest’anno) il palco di Melpignano, ormai, vale molto più che una cantata popolare o folcloristica. 

È un po’ la questione centrale quella delle esigenze televisive, che sia un “nodo” da sciogliere o meno, al momento è un dato di fatto. Una direzione voluta, intrapresa e proseguita. Con tutto ciò che ne consegue. Con i canti accorati e i brani più intimi, per esempio, sovrastati dalle urla di entusiasmo per una inquadratura della telecamera volante e una apparizione in diretta Eurovisione. In un concerto, per esempio, non potrebbe mai succedere.

Ma la Notte della Taranta non è (solo) un Concertone, sotto al palco lo spettacolo è sinonimo di festa, e chiunque può portarsi il tamburello da casa e batterlo.

Per archiviare definitivamente il discorso sulla dicotomia piazza-tv, è da ricordare che un tentativo fu fatto agli albori dell’evento, certo, in maniera molto local, non può esistere paragone con la valenza mediadica di oggi, ma le pause per interviste e collegamenti, gli stacchetti con il backstage, non furono palesemente accolti di buon grado dalla piazza. E fu subito, e opportunamente, dietrofront.

Questo a onor di cronaca e sempre posto che, se dicotomia non è, ma si tratta di un binomio che funziona, e quindi: piazza piena e divertita e tanti telespettatori davanti alla tv, è evidente che la strada scientemente scelta sia quella giusta, per chi l’ha voluta.

Il rischio è che..." Dall'Eurovisione all'Eurovision... è un attimo!" (cit.). Questo per sdrammatizzare, perché sempre di musica e di festa si parla.

Inutili arrovellamenti su idee iniziali, genesi dell’evento, valore etnoantropologico, confronti con clamorose edizioni passate, studi, ricerche, pulpiti e piedistalli di esperti e politici... la Notte della Taranta, nonostante i detrattori, quelli storici e i recenti, resta sempre la massima espressione di un fenomeno di massa. E forse, ormai, va vista (più che ascoltata) per quello che è. Così, volta per volta, edizione per edizione, concertazione per concertazione, maestro per maestro. Sotto al palco o in diretta.

Quella di Ermal Meta, oggettivamente, non sarà tra le memorabili. Ma anche questo è nella norma, nella logica dei commenti, dei gusti soggettivi, dell'approccio al patrimonio popolare salentino di chi ci lavora. Del resto la scelta del concertatore, bravo e simpatico, pop e popolare, rispetto alla precedente edizione, firmata dal compositore David Krakauer, era chiara negli intenti.

"Lu rusciu te lu... Mediterraneo", così sbandierato, si è sentito poco, di sicuro meno nei suoni che nelle parole; il lavoro certamente c'è stato, e l'impegno pure, dell'assistente Davide Antonio Pio soprattutto, come onestamente ammesso dallo stesso Meta, ma è mancata un po' di anima, che comunque è oggettivamente difficile da mettere in un concerto frammentato dalle presentazioni e vincolato dalla scaletta e all’entrata in scena degli ospiti.

Ha comunque portato il fieno... nella pajara, il cantante apulo-albanese, molto più a suo agio come interprete, cosa che aveva già dimostrato da ospite lo scorso anno, e ribadito con i due momenti “solisti” del suo Concertone, “Lule lule” e l’inedita “Nu simu nienti”.  

E, da musicista sensibile e attento qual è, farà sicuramente tesoro dell'esperienza, e magari anche dei musicisti che ha incontrato alle prove e sul palco.

Arrangiamenti, interpretazioni, balletti, fanno parte dello spettacolo andato in scena a Melpignano, come lo fanno gli ospiti, fondamentali per i passaggi tv, e le loro performance. Levante, la più attesa, con "Beddra ci dormi", tra i brani d’amore più amati del repertorio tradizionale, è andata sul sicuro. Come sul suo orecchiabilissimo ultimo singolo, che ben si è prestato all’accompagnamento dell’Orchestra Popolare, di sicuro meglio di quello della Amoroso, scelta per fare gli onori di casa, ma vistosamente trafelata e frettolosa, anche nel canto de “Lu Santu Paulu”, al quale hanno perfino censurato, chissà se per motivi televisivi, una delle rime più famose della tradizione “pizzicata” e danzereccia salentina: “...Santu Paulu miu te li scurzuni, ca pizzìchi li carusi alli CALZUNI".

Facile facile per Sayf, con “Menamenamò” e il suo singolo sanremese, al pari di quelli di suoi colleghi, tra i momenti più avulsi dello spettacolo, e del concerto che dir si voglia, probabilmente condizione sine qua non della diretta Rai. 

Intensa, ma anonima, la cantante portoghese Gisela João (la piazza festosa della Notte della Taranta non è terra per Fado); fino alla evitabilissima gag da show televisivo, aveva fatto il suo anche Giulia Vecchio (brava, arguta e divertente in tv e radio), spagnoleggiante nelle coreografie e con il simpatico tocco brindisino ne “L'acqua TI la funtana", brano pressoché immancabile nel repertorio spinto dei Concertoni.

Per Welo, la partecipazione è stata chiaramente nu “squariu”, anche perché il dialogo tra rap, hip hop e musica popolare, ha radici ormai vecchie. Maria Mazzotta, l’altra leccese, è stata coraggiosa col suo “Amore amaro”, ma... i palchi delle feste salentine li conosce bene. E da anni e anni.

Tutto ciò, in qualche ora di spettacolo, annunciato da un inno di Mameli cantato più coralmente di “Aria caddhipulina” dalla piazza, voluto per celebrare gli 80 anni della Repubblica.

Restano, come sempre, tutti gli altri momenti, che poi, ovviamente, sono quelli che contano di più, e non solo per minutaggio: quelli dei cantanti e dell’Orchestra, che come sempre sono una questione di gusti, di interpretazioni, di scelte giuste e di altre meno, di momenti “catartici” e di irrefrenabili e impulsivi entusiasmi scatenati da tanta bella piazza.

Ma questo, da sempre, appartiene alla Notte della Taranta e alla sua storia. Da quell’embrionale palchetto di piazza San Giorgio di fine anni ’90, passando dagli allori e dai mostri sacri ospiti nei primi Duemila, dai sermoni punk sull'identità e dalle memorabili e certosine orchestrazioni “pluriennali”, per arrivare alla ultima formula “nazional-popolare” e televisiva. Che comunque, ed è il dato di fatto, evidentemente non dispiace ai “centoepassamila”.


(Foto di Ilaria Mazzotta)

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