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LE CESINE
Fra pini e querce, il regno della macchia
Nell’oasi alla scoperta della sensorialità
di Valeria Raho

Un lungo e paziente costruire svela la sua ricchezza poco alla volta. Punto per punto, frammento dopo frammento. Piccoli dettagli parlano di storia senza proferire parola, seguendo schemi e regole non dette. Come Penelope, la natura ricama il proprio corpo: il suo ago che penetra la terra, è il segno inconfutabile di un rammendo, di conservazione, il bandolo di un’evoluzione continua, mascherata solo all’apparenza da una forma finita. Eppure si tratta di caratteristiche che richiedono cura e attenzione perché i suoi doni più preziosi spesso si nascondono ai confini, sulla soglia di un labile equilibrio.
Così, accade anche alle Cesine, riserva naturale adagiata sulla costa adriatica, poco distante da Lecce, nel territorio di Vernole. Quando il silenzio ovatta ogni suono, le ombre danno marezzi ai sentieri e insenature d’azzurro si schiudono nel verde dei cespi, non si può che pensare ad un arazzo prodigioso, intessuto da mani esperte e sapienti. Basta lasciarsi condurre da un corrimano provato dai piovaschi, per conoscere i segreti di un invisibile microcosmo e, grazie a una distensiva passeggiata tra eucalipti fulvi, pini d’Aleppo, querce e pruni spinosi, già all’altezza della pineta, la mente comincia a sfrondare pensieri superflui e abbandonare la zavorra del tempo che macina i grani della riflessione, recuperando un senso “panico” d’appartenenza alla natura, a voler citare un aggettivo dal fascino antico, di leopardiana memoria.
Non appena il passo degli escursionisti guadagna terreno nella pineta, Giuseppe, socio fondatore della cooperativa “Segest” specializzata in visite e laboratori ambientali all’interno della riserva naturale, da perfetto cicerone illustra i cambiamenti che, nel corso del tempo, interesseranno quest’anticamera arborea, in cui s’innestano, a diverse latitudini, i “sentieri natura”; la pineta sarà, infatti, trasformata in lecceta per accogliere, oltre alle alte chiome dei sempreverdi, anche cespugli di lentisco, mirto, corbezzolo e querce spinose, piante tipiche della macchia mediterranea che ormai da sei lustri, sul limite dei tracciati polverosi, vigilano sul cammino dei visitatori. “Ovviamente questa conversione non sarà repentina”, spiega Giuseppe, “già da tempo, agronomi ed esperti monitorano la boscaglia alla ricerca di piante infestanti, malate o danneggiate e, solo dopo aver individuato l’area d’intervento, si procede al diradamento e alla pulizia della zona per accogliere una delle tante specie che già fanno parte della ‘famiglia’ delle Cesine”.
Dall’altro canto, nell’oasi non si può far altro che assecondare le inclinazioni e le richieste della natura e per le sue “sentinelle”, si tratta di un vero e proprio diktat, una priorità che permette loro di constatare non solo lo stato, il vigore di flora e arbusti ma anche la “salute” degli abitanti più schivi, come talpe, tassi, donnole e volpi, che nel corso delle loro scorribande notturne lasciano piccoli segnali da decifrare, importanti solo per chi sa coglierne il valore. Per questo motivo, mentre indaga il torsolo tornito di una pigna, la guida esordisce con una battuta: “A scanso d’equivoci, a Le Cesine gli unici animali che vedrete e ‘sentirete’ sono … le zanzare. Qui, non siamo certo allo zoo”. L’oasi, infatti, non è una vetrina in cui la natura fa bella mostra di sé, un teatrino artificiale in cui la libertà dei suoi attori è apparente: la sua smisurata ricchezza si svela poco per volta ma, se si aguzza vista e udito, allora è possibile riconoscere una delle tante specie che popola il paradiso in terra per gli appassionati di birdwatching, il canto vibrante di una colonia di raganelle, piccoli anfibi noti agli esperti con il nome di hyle intermedie, o un ciangottio misterioso che smuove, insieme agli eoli, gli aghi delle conifere odorose d’incenso.
Sul prosieguo, una lingua d’asfalto divide la boscaglia dalla gariga mediterranea, in cui s’insinua il sentiero “imbarcadero”: una rapida marcia lungo la mulattiera è sufficiente per lasciarsi alle spalle il passo affannato di podisti, l’ombra di tandem sul “tracciato della salute”, eclissato tra i giunchi, che nel fine settimana richiama decine di visitatori desiderosi di lasciar decantare il respiro e la mente dalle scorie della quotidianità. Sebbene la riserva disponga di cinque percorsi alternativi, Giuseppe tiene a precisare che il corridoio prescelto è l’ideale per traghettare gli escursionisti nella biodiversità della riserva: si può godere della frescura del pino d’Aleppo, dei balsami della macchia mediterranea, dell’azzurro smerigliato dei bacini in cui i visitatori, se armati della biblica “virtù di Giobbe”, possono scorgere, oltre i giuncheti, i plegadi falcinelli o mignattai, riconoscibili dal folto piumaggio scuro e il becco uncinato. “Per di più, si tratta di un ‘pontile’ estremamente versatile”, sottolinea il cicerone, “che si dispone con facilità alla didattica ma anche ad approdi inusuali; trascende il mero nozionismo e mira, soprattutto, ad agguantare l’attenzione dei suoi ospiti”.
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E non occorre una fantasia visionaria per formulare l’algoritmo del “coinvolgimento attivo”: Giuseppe e i suoi occhi trionfanti confessano candidamente di aver scovato la chiave di volta tra le bacche azzurrognole del mirto, nel profumo mentolato del lentisco e le caule dondolanti dei giunchi; così, ad un battito di ciglia.
Sorprende come un semplice nastro di terra, su cui si abbarbicano tenaci le piante aromatiche e officinali, riesca a donare, con tanta magnanimità, infiniti spunti di riflessione: Giuseppe inizia a snocciolare i nomi di diversi percorsi tematici, ognuno pensato in base alla tipologia e alle aspettative degli escursionisti.
“Diversi e necessari” è, senza dubbio, la punta di diamante tra le visite ambientali in cui affiora la ricchezza del patrimonio faunistico e floreale dell’oasi, oltre che la profonda conoscenza e l’amore che anima l’operato dei suoi custodi e i volontari del Wwf; tema che, a ben pensarci, si ricollega non solo al motto “Chi ci vuole tutti uguali, non ci vuole bene”, con cui il “Virgilio della selva” salentina aveva cercato di sciogliere le iniziali timidezze dei visitatori ma anche all’anno internazionale della biodiversità, appena inaugurato. La scoperta della “sensorialità” è il principio che muove, invece, il laboratorio itinerante del “Gratta e annusa” che attinge la materia prima della sua ricerca dalla bottega a cielo aperto della natura, in grado di elargire i frutti e le essenze più preziose nelle mani di chi sa stimarne il giusto peso. Lungo il cammino si assapora il lentisco, “nonno del chewingum”, si impara a distinguere la foglia lanceolata del thymus, dai bordi revoluti, dalla fronda coriacea del rosmarinus, ad apprezzarne le qualità terapeutiche mentre nel silenzio echeggiano le gesta del perfido Cannel, ladro d’essenze, e un respiro profondo cerca di trattenere, il più a lungo possibile, il sapore speziato di quelle nuove scoperte.
Una volta giunti al cospetto del myrthus, Giuseppe accarezza le foglie ovate dell’arbusto sacro a Venere, simbolo della poesia amorosa, con cui i poeti usavano cingersi il capo durante i convivi per distinguersi dai semplici commensali; e in tal modo introduce le “Metamorphosis”, un percorso ideato per avvicinare e sensibilizzare gli allievi dei licei alle tematiche ambientali grazie alla penna di uno scrittore d’eccezione: Publio Nasone Ovidio. Pian piano, il filo del racconto intesse e dona colore alle gesta dell’invincibile maratoneta Myrsine, trasformata dalla dea Pallade nel frutice sempreverde dopo la sua morte causata dall’invidia di un atleta; della ninfa Filira, antenata della fillirea, e del satiro Pan, innamorato di Siringa, che preferì essere trasformata in un giunco piuttosto che cedere alle lusinghe del fauno.
Il sibilo “aerofono” della pianta palustre annuncia un cambio di prospettiva: si sale sui capanni d’avvistamento e, puntando le lenti focali sulle terre emerse della palude, si cerca di avvistare qualche rara specie. Nell’azzurro specchiato delle acque, una coppia di mignattai osserva placida il pantano ma, oltre ad assaporare un conciliante silenzio, questa volta non ci è concesso di scoprire di più. Senza provare alcun senso di delusione ma rapiti dalla visione di un paradiso boreale scarmigliato da una pungente brezza, si fa ritorno verso la pinetina, ragionando del tempo e della sua misura. Si riprende fiato nell’area pic-nic che, avverte Giuseppe, “alla stregua del Centro Visite, sarà potenziato con pannelli didattici e strutture in legno, per permettere alle scolaresche di svolgere all’aperto i laboratori di educazione ambientale”.
Finalmente, è il caso di dirlo, dopo quindici anni di restauri, la masseria delle Cesine torna, infatti, ad essere fruibile in primavera con una struttura incrementata da nuovi plessi: oltre all’auditorium, il Centro Visite è stato dotato di una foresteria, con stanze da quattro, dieci e dodici posti letto per accogliere studenti e convegnisti provenienti dalle università; oltre che di cucine, un punto ristoro e una biblioteca ricavata al piano nobile dell’antica torre che svetta tra le costruzioni e il verde screziato degli ulivi nodosi. “L’intento”, e questa volta il testimone passa al direttore della riserva, Carmine Annichiarico, “è quello di creare dei laboratori permanenti per la didattica, incrementare i momenti di scambio e confronto tra gli studiosi, la formazione delle giovani leve all’insegna della multietnicità; un principio importante, da tenere sempre in mente come insegna la riserva”. “Inoltre”, continua, “è prevista anche la costruzione di un parcheggio per i mezzi di servizio alle spalle della masseria, di un maneggio e di un’area tecnica per le attività della scuola”.
L’alta cancellata della masseria si chiude, è il momento dei saluti di rito. Il tempo sembra essersi fermato un attimo prima di aver superato la staccionata, eppure le ore hanno continuato a filare. Si chiacchiera, e la sorpresa è tanta quando, infilando la mano in tasca, anziché avvertire il freddo metallo di una chiave, ci si ritrova l’aculeo profumato del rosmarino e il ramo cinerino del lentisco.
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