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Rossa di porpora, verde di smeraldo
nella cava delle meraviglie
di Marina Greco
“... È un rosso stupendo la terra d’Otranto.
Più bello del rosso di Siena o di altre terre consimili.
È una terra nomade, gira su se stessa. A vuoto”
Carmelo Bene Rossa di porpora, verde di smeraldo, la cava di bauxite di Otranto è meta di chi sa farsi emozionare dalla terra nomade, dal Salento che gira su se stesso, a vuoto. E quando si ferma, si compiace delle meraviglie che la natura le ha lasciato in dote e che talvolta, stanca della mano dell’uomo, viene a riprendersi, generando tonalità inconsuete nella tavolozza dei colori salentini. Il rosso della terra si contorce in giochi di rughe escogitati dal tempo franando nel verde del lago che, accarezzato dal vento, si spettina in bizze di velluto. Ogni certezza viene meno, smarrita e stupefatta dalla sensazione di trovarsi, se non proprio su Marte, almeno dalle parti di Uluru, il monte più “strano” d’Australia. E invece no.
È un occhio spalancato sull’universo, un ombelico attorno a cui danzano, pochi, i pini, e, tante, le piante pungenti, sulla scia di fragranze mediterranee gongolanti fra le rocce brulle. È uno specchio acquitrinoso, ma clemente con le nuvole più vanitose che nel vicino mare non ritrovano se stesse. La cava di bauxite, dismessa e abbandonata, lascia che il pennello del paesaggio idruntino intinga in tinte uniche, sfumature ben lontane dalle convenzionali suggestioni del bianco pietra, fulgido contrasto all’azzurro del cielo e del mare, che qui a Otranto è Canale, intreccio impercettibile d’Adriatico e Ionio.
Non si arriva mai per caso alla cava di bauxite: nessun cartello, né cartine indicano l’impervio tratturo. Si deve partire da una rotatoria in zona Orte, a sud-est della città, vegliata dall’imponente croce testimone della venuta di Giovanni Paolo II, che si dirama verso la Torre del Serpe, o confluisce sul viadotto Minerva, innestandosi in direzione di Porto Badisco. Da qui, pochi metri a sinistra, una strada di terra e pietra si stacca dall’asfalto, uno spiazzo accoglie i mezzi, e i sentieri battuti solo dai passi s’avviano alle collinette di terra e macchia mediterranea coccolate dai raggi del sole.
Destate da un sonno precoce, le lucertole sfuggono dal percorso guidato da Dario Santo, giovane idruntino in servizio alla Capitaneria di Porto, mentre i sassi diventano, via via, un’infinità di ciottoli rosso-grigi, tondi e lucidi: è bauxite in pisoliti. Lo sguardo catturato dabbasso si ritrova, all’improvviso, dopo una lieve discesa, al cospetto del capolavoro firmato Madre Natura.
“Quando sono nato io, la cava era già in disuso”, spiega Dario, “e da ragazzini venivamo qui a pescare. Chissà se ci sono ancora le carpe...”. Di certo, però, nel laghetto c’è vita: l’occhio attento sarà capace di seguire i ghirigori acquatici disegnati dai pesci rossi che, se non son carpe, appartengono alla stessa famiglia. Insomma, qui è di casa la famiglia Cyprinidae che, a detta di molti, ospita rane e girini.
“Effettivamente è difficile, per chi non è pratico, arrivare fin qui”, ammette Dario, “forse non si è ancora pronti a fare di questo luogo un’attrattiva di largo interesse, eppure chi vi giunge per la prima volta rimane estasiato. E ci torna”. E sì, perché ogni giorno la voragine cambia, può essere ocra, oro, bronzo o addirittura viola, e il livello dell’acqua può crescere, a seconda delle stagioni, del passare delle ore e dei capricci del cielo. Ma è soprattutto prima del tramonto, quando il sole impietosito ne ha abbastanza di bruciare il Salento e va in ritirata sull’altra sponda dello Jonio, che la cava con i suoi scivoli di terra dà il meglio tra luci e ombre inventandosi, come sul palco di un teatro, ruoli che non le appartengono: ora lava di vulcano in movimento, ora immaginario extraterrestre.
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Il lago, in realtà, è una piccola falda freatica, circa 100 metri di diametro e 25 di profondità, sospesa su un letto impermeabile di bauxite e terra rossa, e giunchi e canne abbinano il proprio verde allo smeraldo del bacino. Della stessa tonalità sono le iridi di Vincenzo Corchia, 83 primavere e un passato da pescatore, muratore e infine operaio, impiegato ai lavori della cava. Lui sì può raccontare la storia della cava, che di per sé, in verità, non ne ha molta. “Intorno al 1935”, ricorda il signor Vincenzo, mentre sua moglie Caterina porge un cioccolatino di quelli buoni, “la società Montecatini (la stessa che fece di Porto Marghera un notevole polo industriale) lavorò nelle campagne salentine, effettuando molte analisi. Quando un terreno era buono ma di proprietà privata, o si giungeva a un accordo oppure, tramite le istituzioni, si procedeva all’esproprio”. Altri tempi, insomma, quando campi d’ulivi furono votati all’abbaglio di miniere che avrebbero portato al Salento tanta ricchezza.
Quello che Vincenzo non sa, è che l’interesse per le auspicate miniere di bauxite nacque per pura casualità.
A quei tempi, infatti, giunse per un sopralluogo in terra salentina, l’ingegner Camillo Crema del Servizio geologico d’Italia e passò a far visita al professor Liborio Salomi, discepolo, successore e curatore dell’opera di Cosimo De Giorgi. Dalla scrivania dello studioso salentino, catturò l’attenzione del Crema una pietra rossastra, lucida e levigata, dono evidentemente sottovalutato, di un allievo.
“Si sperava che la bauxite potesse essere utile all’economia e così”, riprende Vincenzo, “nel ’62 la società mineraria stabilì i suoi uffici a Montevergine di Palmariggi e istituì un piccolo impianto pilota”. Aveva 37 anni, nessuna specializzazione ma un’infarinatura di tutti i mestieri, Vincenzo, quando fu chiamato ai lavori delle cave, nell’agosto del ’63. In primis quella di Otranto, ma tanti altri piccoli siti erano stati individuati in zona. Dopo il sondaggio con i campioni, si capiva dove c’era una percentuale di allumina superiore al 50 per cento, compito non facile visto che tali percentuali variano molto tra una cava e l’altra, e spesso anche all’interno della stessa. Estratto il potenziale minerale, che i contadini salentini da sempre chiamavano “uddhrie”, si portava all’ombra della Torre del Serpe, che ancora oggi porta le scarlatte tracce di quel passaggio, dove “si cernìa” per essere quindi portato a lavare. Vincenzo spiega le sue mansioni di capoturno al lavaggio: “Stavamo alla masseria Reali, a Poggiardo. Si lavorava sei mesi l’anno, giorno e notte a mani nude, nelle ‘caldarelle’ riempite con acqua di mare”. E, qui la signora Caterina aggiunge con enfasi: “E dovevate vedere i vestiti in che condizioni erano, quando tornava a casa mio marito”.
Insomma, il lavoro continuava, dopo il lavaggio, passando per la pesatura, la tramoggia, e quindi sul grande rullo, dritta verso il rompizolle. “Alla fine del processo”, spiega Vincenzo, “si ottenevano tanti grani, piccoli ‘comu lu pipe’. Questi, infine, si caricavano sulle navi, alla volta di Porto Marghera. Era un lavoro faticoso, a volte pericoloso, ma per noi otrantini, quei pochi che alla cava trovarono lavoro, era un posto ambito: quella era gente del nord, alla fine del mese sapevi che ti pagavano”.
La vicenda lavorativa di Vincenzo alla Montecatini finì con le dimissioni, nel giugno ’76, poco prima dell’abbandono definitivo del “sogno bauxitico”, quando si capì che, in fondo, l’impresa non valeva la spesa. A quei tempi, alla cava di bauxite si era scavato ormai per una ventina di metri e, come era facile prevedere, il sottosuolo salentino portò in superficie l’acqua sorgiva, che con il tempo ha formato quel laghetto, oggi valore aggiunto e tutto naturale al suggestivo scenario, uno spettacolo davvero unico.
Sul bordo di questa piscina verdazzurra in cui scivolano lingue infuocate di terra, spalle al sole pomeridiano, si intravede il mare, ed è bello pensare che, una volta tanto, sia stato l’uomo a fornire alla natura il pretesto per scrivere un canovaccio che qui ad Otranto va in scena ogni giorno. Non resta che sedersi in prima fila e godersi lo spettacolo.
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