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GALLIPOLI
Lo scrigno della Madonna della Purità
colore, arte e passione in riva allo Jonio
di Marina Greco
Ha rimirato nostalgicamente l’orizzonte per quattro lunghi anni l’icona maiolicata della Madonna della Purità, dalla facciata candida del sacro ostello, confortata da San Francesco e San Giuseppe e rinfrescata dagli zefiri di tramontana, che a Gallipoli si contendono con lo scirocco l’aria del borgo antico.
Quattro anni di delicato e amorevole restauro su altrettanti secoli di storia, hanno restituito luce e splendore alla seicentesca chiesa che, alla fine di maggio, ha riaperto i battenti colmando di gioia i cuori gallipolini, già euforici per l’approdo della squadra in serie B.
Quarantott’ore dopo la baraonda giallorossa che ha sparso ovunque i suoi colori, la Città Bella torna alla sua concreta laboriosità mentre i pescatori, già a metà mattina, sistemano le reti al riparo dal sole. Sulla riviera Nazario Sauro lo sguardo è rapito dall’azzurro del mare che si stempera nel “seno della Purità”, unico tratto sabbioso lungo il periplo di questo scoglio su cui case, chiese, palazzi e botteghe s’incastrano in un gioco armonioso di forme e tonalità. Dagli spalti, la chiesa costruita nel XVII secolo scruta lo Jonio, fin dalle origini luogo di culto della congregazione degli scaricatori di porto, tuttora appartenente alla confraternita della Purità, nota per la processione della Desolata che alle prime ore del Sabato Santo porta la Madonna e il Cristo morto per le vie illuminate dalla luna.
L’incursione dietro le quinte, a pochi giorni alla riapertura, è un privilegiato incontro con Silvano Solidoro, priore del sodalizio il cui consiglio amministrativo ha gestito direttamente i lavori di restauro, con la supervisione della Soprintendenza. La semplice facciata non lascia minimamente presagire, al viaggiatore senza guida, il forziere di preziosi che è l’unica ma strabiliante navata dalle volte a crociera, una sorta di pinacoteca d’arte sacra, quasi tutta opera del pennello di Liborio Riccio, pittore di Muro Leccese vissuto nel ’600. Scene dell’Antico e del Nuovo Testamento si alternano a stucchi dorati e intagli lignei, l’Apocalisse cattura lo sguardo dapprima rapito dal pavimento di maiolica riappropriatosi dell’originale bellezza. Sono stati 539mila euro i finanziamenti complessivi dell’otto per mille giunti ai coscienziosi eredi degli scaricatori di porto, che ben conoscevano la fatica e il valore del denaro. “I primi interventi hanno riguardato la struttura”, spiega Solidoro, “dal lastricato solare al consolidamento delle mura perimetrali”. Poi si è passati al pavimento sotto cui è stato posto un sistema di aerazione per impedire la risalita dell’umidità; per le piastrelle maiolicate “la maggior parte è stata recuperata, altre sono state sostituite con quadrelli identici realizzati appositamente: non si nota nemmeno la differenza”, mostra soddisfatto il priore.
“Ormai c’è solo da pulire: dalle tele al coro, dall’altare alle cornici, ogni minima parte della chiesa è stata restaurata, ad eccezione...”, una velata ma fugace amarezza riga la fronte del priore rivolta alle tele del soffitto, per le quali i fondi non sono bastati. “Anche l’organo tornerà a suonare”, dice Solidoro, “quando ci saranno i soldi per sistemarlo”.
Ma il disagio è poco commisurato alle meraviglie tornate a nuova vita, un tripudio dorato di foglie e cornici si alterna ai colori pastello degli stalli lignei dei confratelli che abbracciano le pareti laterali della navata e di quello centrale, tra le due porticine d’ingresso, riservato al priore e al rettore. Sembra essere alla vigilia del giorno che gli cambierà la vita, Silvano Solidoro, va di qua e di là, racconta del lavoro di tutti mentre lo sguardo controlla che ogni cosa proceda: “Ce sta nni facìti a ddhu Gesù Cristu?” sospira ai due giovani confratelli che “depongono” dalla croce un piccolo Crocifisso affidandolo alle mani di un terzo giovanotto che alza lo sguardo ad una piacevole sorpresa: è una vecchia conoscenza, Valerio Giorgino, restauratore di Alezio, “il più bravo e affidabile, il migliore”, dice Solidoro.
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“Il restauro degli scanni dei confratelli è stato il passaggio che ha regalato maggiori soddisfazioni”, commenta Valerio, “mentre quello più complicato, ma non meno gratificante, ha riguardato il muro alle spalle dell’altare”. Il fulgido presbiterio che oggi brilla di luce propria di bianco calce, infatti, fa da sfondo a dorate decorazioni baroccheggianti e tele, ma era stato completamente ridipinto dai passati rimaneggiamenti. Dall’altare ancora coperto si affacciano impertinenti i marmi policromi dai colori intensi e contrastanti e trionfa centrale su di loro la tela della Madonna col Bambino osannata da San Giuseppe e San Francesco, opera di Luca Giordano, come accerta l’atto di commissione dell’opera datato 22 ottobre 1663.
Sulle pareti laterali si fronteggiano i profeti, dalla nicchia aperta invoca attenzione la veneratissima Santa Cristina, mentre al centro regna una vertiginosa impalcatura che porta Michele, impavido fotografo noncurante dell’altezza, al cospetto degli eventi biblici affrescati a soffitto, protetto dalle figure femminili di Carità, Fede, Speranza e Giustizia.
Sulla controfacciata la sorpresa della “Moltiplicazione dei pani e dei pesci” non consiste nella sua certa e mirabile fattura, ma in quello che vi si cela dietro. Magicamente, piano piano, la tela si solleva di novanta gradi, grazie al meccanismo innescato dall’aria di un compressore dando vita ad un inaspettato sipario che si apre sui quattro evangelisti, affreschi venuti alla luce trent’anni fa. “Il restauro delle opere è iniziato proprio dalla controfacciata”, ricorda Valerio, “dalla tela della Natività”. “Si trattò di un finanziamento di 15mila euro della Provincia di Lecce”, precisa Solidoro.
Tra Mosé che fa sgorgare l’acqua nel deserto e David che stringe tra le mani la testa di Golia, è un continuo viavai di confratelli, l’atmosfera si fa sempre più elettrica: sono tutti soddisfatti per l’impresa, ma “c’è qualcun’altro che ognuno di noi, in cuor suo ringrazia, senza dirlo ad alta voce”, confida il priore. Con Valerio hanno lavorato le assistenti Piera, Chiara, Antonella, Loredana e Patrizia, che in sacrestia è alle prese con un angelo dorato: “I confratelli, e soprattutto il priore, cercano di celare l’ansia per la riapertura”, dice, “ma l’emozione si percepisce da come parlano o si muovono, perfino da come camminano”.
Di questi quattro anni di attesa, sono due i giorni che Silvano Solidoro ha impressi nella mente, il 25 gennaio 2005 e il 29 maggio 2009; millecinquecentottantacinque ne sono passati, ma finalmente i gallipolini, i salentini e i turisti possono tornare a visitare questo piccolo scrigno prezioso, ogni giorno, mattina e pomeriggio.
“Dei cinquecento confratelli, tantissimi sono ragazzi”, spiega, “la confraternita ringiovanisce” sorride il priore, “negli ultimi tempi sono sempre di più i giovani che aderiscono al sodalizio, ormai aperto a tutti, ma a cui, comunque, si accede condividendo i principi che lo reggono da secoli”.
Silvano Solidoro rientra al porto: “Sono un dipendente dello Stato, lavoro alla Capitaneria”, la porticina dell’oratorio si chiude, alle sue spalle si continua a lavorare alacremente. Guardando alla sobrietà della facciata di questa chiesa con occhi diversi, carica dei tesori che contiene silenziosa, ora tutto ha un senso: è metafora di uomini definiti “semplici”, lavoratori, solidali e devoti, che si svelano custodi di saperi antichi, sentimenti vigorosi, animati dallo spirito di condivisione che rende, ancora una volta, unica e inestimabile, la Città Bella.
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