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SALVE
Meridiana, telescopio e planetario:
le stelle che si vedono dal Sud
di Cinzia Dilauro

Se le stelle stanno a guardare... da Salve qualcuno ricambia. Scruta il cielo Vito Lecci, la volta celeste, le stelle e lo spazio riempiono i suoi grandi occhi neri di uomo del Sud che ha deciso di puntare proprio dal suo paese, quasi all’estremità della penisola salentina, il suo telescopio.
Quarant’anni, divulgatore scientifico ma, anche, “gnomonista”, volgarmente detto, “meridianista” e, ancora e più poeticamente, “cacciatore di eclissi”, Vito la testa non c’è l’ha tra le nuvole ma molto molto più su, anche se, il viaggio sulle tracce del tempo e nello spazio siderale è segnato da un’ombra che si allunga ai piedi di una chiesetta abbacinante.
La meridiana di Salve, una delle più grandi della Puglia, si trova in prossimità della chiesa dedicata alla Madonna di Loreto, o “de li Foggi”, ma i salvesi interpellati per le indicazioni sulla strada, consultandosi tra loro si riferiscono a questo spazio come “al mercato dei pomodori”. E a testimoniarel’antica vendita degli ortaggi, infatti, c’è ancora una casupola con la scritta “pesa pubblica”. Tutt’intorno le fogge, le cavità utilizzate per la conservazione delle derrate alimentari dai salentini di un tempo, gli stessi che in fatto di stelle, sole e luna, stagioni, solstizi ed equinozi ne sapevano sicuramente molto più di noi perché, proprio dal cielo, dipendeva il raccolto e la stessa sopravvivenza.
La meridiana accoglie chi giunge fin qui o è diretto verso i finissimi lidi sabbiosi di Pescoluse, e sarebbe bello se il visitatore scandisse il suo tempo attraverso di essa, perchè osservandola, prima ancora di averla capita, sembra trasmettere tutta la “serietà” del tempo, tutto quello che esso comporta e si tira appresso, quasi lo stesso moto terrestre così come recita il motto che la incorona: “Sol omnibus lucet”, il sole splende su tutto. Tutte cose oggi liquidate con lo sguardo fugace al quadrante di un orologio da polso.
È la magia della gnomonica che, sebbene evochi ometti fiabeschi, è in realtà lo studio del comportamento delle ombre, indispensabile per la realizzazione delle meridiane. Un cerchio di marmo del diametro di quattro metri spicca nella grande rotatoria insieme alla piccola chiesa della Madonna delle Fogge. Lo gnomone, il triangolo che proietta l’ombra, altero nel suo acciaio, fa sì che il tempo si materializzi ai piedi di chi osserva. Ma niente è come sembra, o come abbiamo sempre creduto che fosse, e Vito, l’autore di questo affascinante quadrante solare, con la sua voce pacata e i modi rassicuranti mette subito al riparo dal timore di non carpirne il segreto, timore accresciuto dal “sinistro” grafico dell’equazione del tempo. Quest’ultimo, infatti, insieme alla correzione del fuso orario, sono artifici introdotti dall’uomo e dei quali occorre tener conto nel calcolo dell’ora.
L’Italia, per una questione di comodità, è racchiusa in uno dei ventiquattro fusi in cui è diviso il globo terrestre, ovvero quello che ha avuto lo sghiribizzo di passare proprio sul vulcano siculo, il meridiano etneo, ma, naturalmente, il sole non può trovarsi sullo stesso meridiano nell’intero Paese. E così, se sulla cima dell’Etna è mezzogiorno, a Lecce in realtà lo si è già salutato da tredici minuti mentre i genovesi lo attenderanno ancora per ventiquattro.
Di conseguenza, la differenza reale tra l’orologio di un genovese e quello di un leccese è di ben 37 minuti. Ma non è finita: è il tempo ad ingannare l’uomo o è l’uomo che si è illuso di averlo beffato? Ricordate: il tempo e l’universo coincidono e hanno fatto sì che l’orbita terrestre sia leggermente ellittica e, di conseguenza, il nostro pianeta è più veloce nel perielio (il punto più vicino al sole) e più lento all’afelio (il punto più distante dal sole), dunque il sole di mezzogiorno stabilito dall’uomo fa un po’ lo gnorri e non tiene conto del fatto che il mezzodì, realmente, arriverà a volte in ritardo e altre in anticipo. Una discrepanza, tra realtà e “artificio”, che può essere anche di sedici minuti. Adesso il grafico dell’equazione del tempo inciso nel grande cerchio ha perso la sua aria minacciosa, basta leggere a quanti minuti di differenza corrisponde il mese in cui si sta consultando la meridiana.
Ecco che allora, guardare una meridiana di Vito significa conoscere, realmente ed esattamente, che ora è, quella incontestabile della natura. Adesso, non è più il caso, trovandosi al cospetto di uno di questi affascinanti marcatori del tempo, di scuoterete la testa con scetticismo confrontandone l’ombra con il quadrante dell’ormai puerile orologio... è quest’ultimo a mentire.
L’ombra dello gnomone si allunga. Appollaiata su una modesta altura, Salve esige attenzione, il tempo è passato anche da qui con le sue lancette di storie e leggende, alcune portate dallo scirocco dello Ionio che balugina a spicchi celesti dalle traverse del paese. L’incedere gentile di Antonio Vantaggio, operatore turistico e culturale dalle forti radici nel Salento, schiude gli scrigni preziosi di questo paese dal nome accogliente, a cominciare dalla originale pianta della chiesa dedicata al patrono San Nicola. L’edificio sacro, infatti, si è sviluppato su una piccolissima chiesa preesistente e qui il tempo è trascorso con i suoi uomini i cui stili, piuttosto che sovrapporsi o scivolare via, pare si siano affiancati. È successo così che dall’entrata centrale della chiesa, non è l’altare ad accogliere i fedeli, bensì il bellissimo organo Olgiati-Mauro. Il possente e antico strumento, datato 1628, è il risultato della perizia di Giovan Battista Olgiati da Como e della raffinata arte ebanista di Tommaso Mauro di Muro Leccese. Le sue altissime canne di piombo martellato svettano dalla struttura di legno decorata in oro. Intorno ai suoi fusti sonori, non potevano mancare leggende e storie come quella che il poderoso strumento fosse in realtà destinato a Sava e non a Salve e che lo zampino di un astuto carrettiere lo abbia dirottato fin qui. Ma, vicinissimo, il mare rivendica la sua salsedinosa versione e narra invece di un veliero affondato a Torre Pali che regalò alla spiaggia l’organo portato poi trionfalmente in paese come un dono divino. Spartiti barocchi rocambolarono sui suoi tasti in un’epoca in cui, prima dell’avvento dell’elettricità, occorrevano due uomini a soffiargli con i mantici l’aria nell’anima, poi, senza fiato per lungo tempo, fu l’arrivo dell’attuale parroco don Lorenzo Profico, nel 1975, a rimuovere i giacigli di uccelli annidatisi nelle sue guglie e ad impegnarsi per restituirgli il melodioso respiro.
L’organo pare essere il confine tra la sobrietà delle volte a sinistra e lo sfarzo di stucchi di quelle a destra dove da medaglioni incorniciati fanno capolino i santi che sovrastano l’altare e le tele di Vito Russo, la moltiplicazione dei pani e dei pesci e le nozze di Cana, i personaggi dei due grandi quadri, però, sono i salvesi che non ci sono più come la bella sposa che morì lontano dal suo paese, in Svizzera e che in questo quadro ha il sorriso della giovinezza e di chi è tornato a casa.
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Dalla piazzetta della chiesa si arriva in piazza della Repubblica, un tempo Beccheria. A ricordarne l’antico nome c’è l’omonima “putea” che onora il suo spirito con un bel torneo di tressette, in palio, naturalmente, premi in vino. Subito a sinistra si imbocca via Crocifisso e la gentilezza della signora Maria Luisa permetterà di vistare la delizia di palazzo Ceuli, un ticchio rococò del 1779 opera dell’architetto De Palma, che pare firmasse le sue opere proprio con una palma. L’intento era quello di stupire, oggi il ricamo di colonnine e archi è bianco come la neve ma un tempo i putti e le decorazioni avevano il colore caldo della pietra leccese. Lo stupore è ancora sortito così come la suggestione quasi teatrale della sovrapposizione dei livelli arieggiati da ringhiere e volute. In basso, senza lasciarsi distrarre da un infisso non proprio in stile, vegliano sui capitelli di un arco basso i due fratelli Vito e Giuseppe, ultimi discendenti dei Ceuli che si fecero immortalare proprio lì e, alzando lo sguardo, ancora il tempo che incalza, un bassorilievo di un barbuto angelo tiene in mano una clessidra. E il tempo a Salve come nel Salento fu anche quello della paura per le scorrerie turche, che qui non riuscirono a penetrare. I salvesi ostentarono una strenua difesa e, se questa non fosse stata sufficiente, l’ultimo baluardo di salvezza (ma solo per i signori) sarebbe stata la torre che molti nobili si facevano costruire all’angolo del proprio palazzo. Emblematica, quella di palazzo Preite che troneggia in via Persico. Chissà se, in caso di estremo pericolo, il portone si sarebbe aperto anche per qualche popolano... Oggi, il palazzo è comunque “caduto” nelle mani di stranieri compratori e intanto un’epigrafe ancora motteggia sull’entrata “OMNE(M) CREDE DIE(M) TIBI DILUXISSE SVPREMUM” (fa conto che ogni giorno sia stato l’ultimo a spuntare per te): è Orazio, che esorta a godere di ogni momento della vita. Si torna a guardare il cielo. In via Carducci Vito attende sulla soglia del suo Sidereus. Il cielo è terso, è primo pomeriggio e una sbirciatina alle stelle è esclusa, ma il complesso astronomico di Vito riserva comunque celestiali sorprese. Tra le terrazze di chianche assolate di Salve, tra i panni stesi ad asciugare e i comignoli, svetta la cupola del planetario di Vito, bianca, come a non voler interrompere il candore di un paesino del Sud. E nel momento in cui prendeva forma, di curiosità quella cupola ne ha suscitata tanta: “Qualcuno mi ha chiesto”, racconta Vito, “cosa stai costruendo? E io ho spiegato che si trattava di un planetario per guardare le stelle. Ho capito che mi avevano preso per un astrologo quando mi hanno detto che facevo bene a consultare le stelle prima di cominciare la giornata...”.
Poi, un’altra scaletta conduce all’osservatorio con il grande telescopio: qui, attraverso il computer si punta ciò che si vuol vedere della costellazione, il potentissimo occhio si posiziona sull’obiettivo e il cielo non ha più segreti. Basterebbe tendere una mano per giocare con gli anelli di Saturno che, come spiega Vito, in questo periodo sono orizzontali anziché obliqui (accade ogni 14 anni). “Non ci si annoia mai”, dice entusiasta, “c’è sempre qualcosa da vedere”. E come non lasciarsi sorprendere e inquietare alla vista della infinitesimale Venere (come dimensione molto simile alla Terra) mentre transita smorfiosa davanti al sole ricordando il topolino e l’elefante delle storielle? E il bagliore della cometa Holmes, che sembra avere un colore a cui l’uomo non ha ancora trovato un nome; la rotazione di Marte, fotogramma dopo fotogramma; il vezzo dei crateri lunari disposti come le perle di una collana. E ancora: un brulichio di pianeti, nebulose, ammassi stellari, meteoriti... Già, le meteoriti: è più bello chiamarle stelle cadenti e Vito ne possiede una collezione curiosa nella sua galleria della scienza nel piano sottostante, come quella che generò il Canyon Diablo in Arizona, caduta cinquantamila anni fa, 63mila tonnellate per 25 metri di diametro e una violenza pari a undici bombe come quella di Hiroshima. Si possono prendere in mano e constatare la differenza tra quelle lisce, levigate dalla velocità in orbita, e quelle frastagliate e rugose risultate dall’impatto con la terra che, a volte, si offre al meteorite unendovi i suoi materiali e dando vita a trasparenze verdi che sembrano pietre preziose. “Quasi tutti i ragazzini delle scolaresche”, sorride Vito, “mi chiedono se questa è la criptonite di Superman”.
Ma un altro occhio sta per essere puntato da questo estremo lembo salentino. Sarà il primo quarto di luna di maggio, sabato 30, ad inaugurare il grande parco astronomico che Vito sta realizzando nella campagna di Salve in contrada Leopaldi, vicino alla cappella di Sant’Anna. È uno spazio di cinquemila metri quadri dedicato all’osservazione del cielo e aperto a tutti in cui ci sarà un planetario più grande di quello del primo Sidereus; due aie, sì, proprio come quelle che i contadini del Salento costruivano in mezzo alle campagne, qui ospiteranno i telescopi; poi uno spazio con posti a sedere per conferenze o per godere delle immagini che dal telescopio verranno proiettate sul grande schermo; e ancora una galleria dei reperti molto più grande e diversi tipi di meridiane. Vito ha scelto questo luogo perché non troppo compromesso dall’inquinamento luminoso diretto, perché, è triste ma vero, il Salento non ha più nessun luogo che non sia stato “contaminato” dalla luce artificiale. Quella di Vito è una scommessa ad altissimo rischio, se avesse deciso di puntare il suo telescopio da una città del Nord, la sua vita sarebbe stata molto più facile e agiata. Invece, spiega, “a mio modo, modesto, voglio contribuire ad elevare la qualità della vita del mio paese e del Salento. In parte la scommessa l’ho già vinta, sono riuscito a creare qualcosa che oggi è apprezzata”. Le ombre delle meridiane si allungano e così quelle degli ulivi nel nuovo parco astronomico: saranno loro a ricordare ai visitatori che il Salento è anche questo, le stelle lo sanno già.
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